RECENSIONE SU "AUTOPSIA DI UN FALSO" - DI MIMMO FRANZINELLI
ed. Bollati Boringhieri (Torino, 2011), pagg. 278
(Bertiolo - UD, gennaio 2013)
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Non si deve
necessariamente pensare che un giallo debba avere, per forza, qualche
omicidio nella trama, sia nella realtà, sia nel romanzo, anche se
generalmente un morto è considerato necessario ai fini di suscitare
interesse nel grande pubblico. Si può ben avere un “giallo” anche
quando si tratta di un semplice lavoro letterario o simile. Mimmo
Franzinelli, storico archivista (autore anche dell’interessante “Il Duce Proibito”,
raccolta commentata e crifica di fotografie di Mussolini, vietate per
varie ragioni estetiche e politiche, pubblicata da Mondadori, collana
Scie, Milano, 2003), nel suo testo critico sui “diari veri o presunti”
in corso di pubblicazione a cura dell’editrice Bompiani, dimostra
largamente che non è così, seguendo un metodo analogo a quello che
Lorenzo Valla adoperò per smontare la pretesa autenticità della
Donazione di Costantino nel XV secolo, fondando con ciò stesso la
critica filologica e documentaristica tuttora valida nello studio
storico. Vediamo di ricapitolare i fatti più recenti: Marcello
Dell’Utri, noto senatore del PDL, acquisendo il possesso o la proprietà
di alcuni diari attribuiti a Mussolini e scritti apparentemente di suo
pugno, dopo vari tentativi con varie case editrici, è riuscito a farne
pubblicare alcuni (del 1939 per primo, e più recentemente del 1937) ad
opera della casa editrice Bompiani. Di qui è sorta, o meglio risorta,
un’ormai antica polemica (che risale agli anni ’50) sull’autenticità di
quei manoscritti. Dalla polemica è anche derivata la decisione di
intitolarli “I Diari (veri o presunti) di Mussolini”. A dire il vero, sarebbe bastato chiamarli soltanto “presunti”, in quanto il “presunto” può indicare sia il vero, sia il falso, l’inautentico, ma fatto passare per vero o ritenuto vero.
Più corretto ancora, sarebbe stato intitolarli “I Diari Immaginari di Mussolini”,
perché infatti, come dimostra la lunga e complessa storia, sono frutto
di immaginazione, talvolta con velleità poetiche, piuttosto che uno
sforzo di ricostruire un reale atteggiamento di Mussolini nei confronti
di se stesso, del popolo italiano, del regime fascista e così via.
Perché la prima cosa che questo strano lavoro mette in mostra è che tra
il fantomatico autore e il personaggio storico, vi sia un abisso,
proprio a cominciare dal modo di esprimersi, di raccontare, di
riassumere. Ovviamente, questo soprattutto appare a chi abbia un
mentalità da storico, ovvero da studioso critico degli eventi umani, e
non da giornalista o gazzettiere, colui che racconta i fatti giorno per
giorno, dando per buona ogni superficialità o apparenza, ovvero ciò che
può far comodo in un determinato momento, ciò che può produrre profitto
o, perlomeno, fama e successo. Sulla differenza tra le due mentalità, vi
invito ad entrare nel mio sito cliccando su: “La storia, secondo gli storici e secondo i giornalisti”.
Il giornalista ha sempre fretta di pubblicare per poter vivere e
guadagnare, lo storico viceversa si commisura con le lunghe durate della
storia umana, se non dell’intero pianeta. Quindi ha pazienza, esamina,
studia, confronta. Ed ecco che nella vicenda fa presto a risalire agli
anni Cinquanta, quando due brave donne di Vercelli, madre e figlia,
Rosetta Prelli in Panvini e Amalia Panvini Rosati, passano dall’innocuo hobby
dell’imitazione della scrittura di Gabriele D’Annunzio e di Benito
Mussolini, al tentativo di far passare per autentici presunti diari ed
agende di Mussolini, diligentemente scritti dalla figlia Amalia, e
questo tentativo è sollecitato da problemi economici, dovendo acquisire
la proprietà di un palazzo che altrimenti sarebbe venduto, con
conseguente sfratto.
Se questa appare la storia nei suoi termini minimi, la realtà è ben più complessa, perché vi sono ammissioni, confessioni, ma anche ritrattazioni, particolarmente da parte della figlia Amalia, perizie grafiche sull’inchiostro, sulla carta, sui singoli contenuti, quasi tutti negative rispetto alla pretesa autenticità degli scritti. Per questa vicenda, i cui complessi contorni è bene leggere sul libro oppure cercare su Google, le due donne ed altre persone subirono processi, due gradi di giudizio, per falso ideologico e per truffa già nel 1957 – 1960, che non ebbe i riscontri carcerari previsti solo grazie all’amnistia di quegli anni. Questi Diari, stando alla storia, avrebbero dovuto essere distrutti (secondo la sentenza), ma viceversa sparirono per riapparire più volte fino alla pubblicazione operata da Bompiani, e riapparvero non come un fatto letterario, ma appunto come un preteso documento storico.
L’assurdo di questo documento, immediatamente percepibile anche da chi non è uno storico professionista ma cultore di studi storici, è il basso livello culturale e stilistico dei testi, malgrado pretenziosità talvolta poetiche, la frequenza di errori ortografici riconoscibili come tali in quanto ripetuti in frequenti occasioni, e non semplice effetto di frettolosità nello scrivere, ma soprattutto una colossale schizofrenìa che manifesterebbe il preteso autore, in quanto ciò che scrive sul Diario, specialmente nell’anno 1939, è spesso l’esatto contrario di ciò che diceva e faceva in pubblico. Parrebbe un vano tentativo di giustificarsi in opposizione ai più credibili Diari di Ciano o di Bottai, o di altri personaggi dell’epoca e del regime. Del resto, appare difficile pensare, malgrado molti ed autorevoli pareri contrari, che Mussolini, impegnatissimo in politica, nel governo, con amanti varie, nell’attività sportiva, nel giornalismo, e così via, avesse avuto anche il tempo per compilare Diari personali sistematici, e non piuttosto semplici note occasionali per qualche fatto personale per lui essenziale (come fu in modo accertato, la nascita dell’ultimo figlio Romano, morto alcuni anni fa e noto musicista di jazz, padre di Alessandra Mussolini).
Ora, proprio l’evidente assurdità di questi documenti avrebbe dovuto convincere la Magistratura del tempo ad un atteggiamento meno formalmente severo e più sostanzialmente critico, come pur la invitò a fare l’avvocato difensore delle due donne. Ma si sa che i magistrati ed i giuristi in generale hanno poco spirito storico, in senso opposto allo scarso senso storico dei giornalisti: il giurista infatti considera il tempo come un eterno istante iperuranico ed immutabile al di fuori dalla variabile realtà quotidiana; viceversa, il giornalista vede nella realtà solo il quotidiano e non capisce la direzione in cui i singoli eventi si evolvono. Se si può dir così, il giurista è parmenideo, il giornalista eracliteo, il primo coglie la Realtà come immutabile, il secondo come il moto a scatti della pellicola cinematografica. L’uno e l’altro non riescono ad inquadrare il tempo come legge di evoluzione continua, sulla base di rapporti tra causa ed effetto, e tra ciò che resta e ciò che muta.
Se questa appare la storia nei suoi termini minimi, la realtà è ben più complessa, perché vi sono ammissioni, confessioni, ma anche ritrattazioni, particolarmente da parte della figlia Amalia, perizie grafiche sull’inchiostro, sulla carta, sui singoli contenuti, quasi tutti negative rispetto alla pretesa autenticità degli scritti. Per questa vicenda, i cui complessi contorni è bene leggere sul libro oppure cercare su Google, le due donne ed altre persone subirono processi, due gradi di giudizio, per falso ideologico e per truffa già nel 1957 – 1960, che non ebbe i riscontri carcerari previsti solo grazie all’amnistia di quegli anni. Questi Diari, stando alla storia, avrebbero dovuto essere distrutti (secondo la sentenza), ma viceversa sparirono per riapparire più volte fino alla pubblicazione operata da Bompiani, e riapparvero non come un fatto letterario, ma appunto come un preteso documento storico.
L’assurdo di questo documento, immediatamente percepibile anche da chi non è uno storico professionista ma cultore di studi storici, è il basso livello culturale e stilistico dei testi, malgrado pretenziosità talvolta poetiche, la frequenza di errori ortografici riconoscibili come tali in quanto ripetuti in frequenti occasioni, e non semplice effetto di frettolosità nello scrivere, ma soprattutto una colossale schizofrenìa che manifesterebbe il preteso autore, in quanto ciò che scrive sul Diario, specialmente nell’anno 1939, è spesso l’esatto contrario di ciò che diceva e faceva in pubblico. Parrebbe un vano tentativo di giustificarsi in opposizione ai più credibili Diari di Ciano o di Bottai, o di altri personaggi dell’epoca e del regime. Del resto, appare difficile pensare, malgrado molti ed autorevoli pareri contrari, che Mussolini, impegnatissimo in politica, nel governo, con amanti varie, nell’attività sportiva, nel giornalismo, e così via, avesse avuto anche il tempo per compilare Diari personali sistematici, e non piuttosto semplici note occasionali per qualche fatto personale per lui essenziale (come fu in modo accertato, la nascita dell’ultimo figlio Romano, morto alcuni anni fa e noto musicista di jazz, padre di Alessandra Mussolini).
Ora, proprio l’evidente assurdità di questi documenti avrebbe dovuto convincere la Magistratura del tempo ad un atteggiamento meno formalmente severo e più sostanzialmente critico, come pur la invitò a fare l’avvocato difensore delle due donne. Ma si sa che i magistrati ed i giuristi in generale hanno poco spirito storico, in senso opposto allo scarso senso storico dei giornalisti: il giurista infatti considera il tempo come un eterno istante iperuranico ed immutabile al di fuori dalla variabile realtà quotidiana; viceversa, il giornalista vede nella realtà solo il quotidiano e non capisce la direzione in cui i singoli eventi si evolvono. Se si può dir così, il giurista è parmenideo, il giornalista eracliteo, il primo coglie la Realtà come immutabile, il secondo come il moto a scatti della pellicola cinematografica. L’uno e l’altro non riescono ad inquadrare il tempo come legge di evoluzione continua, sulla base di rapporti tra causa ed effetto, e tra ciò che resta e ciò che muta.
Vediamo
di capire meglio la questione sul piano giuridico e storico-giuridico:
non è un reato inventarsi il presunto Diario di qualcuno, compresi
personaggi storici, purché si faccia capire con chiarezza che si tratta
di opera letteraria inventata e non un atto autentico attribuito al
protagonista della storia. Vincenzo Cuoco nel suo “Platone in Italia”,
si inventò l’incontro di Platone con parecchi filosofi e pensatori
magno-greci (soprattutto pitagorici) e con qualche pensatore italico
autoctono del tempo. Questa narrazione, fondata sul fatto biografico
effettivo (Platone in effetti era stato in Italia, soprattutto in
Sicilia, ospite di Dioniso o Dionigi di Siracusa), è però del tutto
fantasiosa, relativamente ai dialoghi o a singoli episodi. Questa
fantasia, pur dichiarata nello stile dell’epoca come riferita a scritti
reali (un preteso avo di Cuoco), era tuttavia riconoscibile come tale,
non per nulla venne definita subito come “romanzo filosofico” in
cui, sia per ragioni di gusto dell’epoca, sia per difendersi dalla
censura, si attribuivano ad altri affermazioni proprie. Lo stesso fece,
precedentemente, Gian Battista Vico, quando scrisse il “De antiquissima Italorum sapientia...”
dove attribuì, particolarmente ai Latini pre-romani, idee che in realtà
erano soltanto sue o di derivazione pitagorico-platonica, o anche
neoplatonica. Nel primo Ottocento molti letterati europei adottarono la
forma pseudoepistolare, o il finto documento, per raccontare non degli
antichi, ma del pensiero filosofico o politico allora attuale. Vi era
anche chi scriveva opere anonime o chi usava pseudonimi, appunto per
evitare sanzioni allora durissime.
Farlo
oggi, per puro divertimento, non è per nulla proibito, ma bisogna sia
chiaro che il documento non sia, neppure ipoteticamente, attribuibile al
preteso autore, che è in realtà solo il protagonista di un romanzo in
forma diaristica. Nella contemporaneità, proprio discutendo del caso
Panvini, Lucio Ceva scrive al Franzinelli che anche lui, nel testo “Asse pigliatutto”,
si era immedesimato nei personaggi storici facendoli scrivere o parlare
in modo non reale, ma immaginato e pur coerente col loro pensiero
originale (p. 251). E la prima regola è, evidentemente, quella di non
scrivere imitando alla perfezione o quasi nel testo la scrittura di quel
personaggio. Già l’imitazione della scrittura è un fatto che ci pone
nel rischio di un falso, anche se poi cerchiamo (come fatto dalla
signora Amalia Panvini) di truccare le cose, dicendo di avere una
scrittura molto simile e pertanto confondibile, il che poi risulta falso
alla prima prova materiale. La cosa diventa passibile di reato, quando
si vuol mistificare questo nostro lavoro come opera originale del
personaggio che l’avrebbe stilato. Qui siamo già nell’ordine del falso
ideologico. Se poi usiamo quest’atto per scopi di profitto, entriamo
nella truffa; oppure, anche quando senza un diretto lucro pretendiamo
tuttavia di capovolgere, a scopi politici, il giudizio storico su quel
personaggio stesso che, considerato negativamente, apparirebbe invece un
sant’uomo calunniato dalla storia.
Ora le due Panvini, e particolarmente la figlia, incapparono nei due reati, intanto per l’imitazione quasi perfetta della scrittura mussoliniana, poi per averlo fatto passare, o aver lasciato che passasse, come documento originale di Mussolini, sia per scopi finanziari, sia per scopi politici (pur la donna dichiarandosi non fascista o simpatizzante del fascismo, ma questo in quegli anni era anche ovvio, perché altrimenti si finiva per cadere in un terzo reato, quello di apologia del fascismo, tuttora vigente).
Torniamo ai nostri giudici: se avessero avuto una mentalità storica, non avrebbero affatto ordinato (cfr. pag. 245 del testo del Franzinelli) senza riuscirvi, il che è ancora peggio dal nostro punto di vista, la distruzione materiale di quegli atti. Se questi fossero stati conservati in un sicuro archivio, come “corpo del reato”, nessuno li avrebbe poi utilizzati a scopo di pubblicazione, se non come eventuale opera letteraria (del tipo “I Diari Immaginari di Mussolini”) . Invece i poveretti fecero il contrario e non seppero neppure far eseguire l’operazione, come pur si usava fare fin dai tempi di Protagora e di Socrate, con molta maggior efficacia. Nella sentenza del Tribunale di Vercelli, del 15 novembre 1960, ci si rifà all’art. 480 del Codice di Procedura Penale, non più vigente dal 1989 che però non parla di distruzione, bensì di cancellazione, spiegata nel successivo art. 481. Ne riporto alcuni passi, secondo l’edizione a me disponibile Giuffrè (I Cinque Codici - Milano) del 1974 : “Art. 480". - La falsità di un atto pubblico o di una scrittura privata, accertata con sentenza di condanna (...) deve essere dichiarata nel dispositivo della sentenza stessa. Con lo stesso dispositivo deve essere ordinata la cancellazione totale o parziale [già la “parzialità” della cancellazione dimostra che cancellazione e distruzione non sono usati come sinonimi, ma con significato ben diverso, come si vedrà all’art. 481], secondo le circostanze, e se è il caso la ripristinazione, la rinnovazione o la riforma [anche questi atti impossibili, se il documento venisse distrutto materialmente] del documento, con la prescrizione del modo con cui deve essere eseguita. La cancellazione, la ripristinazione, la rinnovazione o la riforma non è ordinata quando può pregiudicare interessi di terzi non intervenuti come parti nel procedimento”.
In concreto, come si doveva eseguire questa “cancellazione” che non è “distruzione”? Ecco come si esprime il successivo art. 481: “Art. 481" (...) La cancellazione totale del documento si effettua mediante annotazione della sentenza in margine di ciascuna pagina del medesimo, e mediante compilazione del processo verbale, in cui si attesta questo adempimento, con la dichiarazione che il documento non può avere alcun effetto giuridico. Il documento rimane allegato al processo verbale, e una copia di questo è lasciata in sostituzione del documento a chi lo possedeva o lo aveva in deposito, quando costui la chiede dimostrando di avervi legittimo interesse. (...) Se il documento era in deposito pubblico è restituito al depositario unitamente ad una copia autentica del processo verbale a cui deve rimanere annesso. Se il documento era posseduto da un privato, il cancelliere lo conserva annesso al processo verbale e rilascia copia alla detta persona, quando lo chieda dimostrando di avervi legittimo interesse. Tale copia vale come originale per ogni effetto giuridico...”.
La
minacciata distruzione, seguita però da sparizione degli atti (secondo
il Franzinelli ad opera dell’avvocato delle due donne, con la
cooperazione - more solito – di un cancelliere e la complicità di
qualche altro magistrato competente del caso), si dovette all’amnistia
che, cancellando il reato, non consentì di eseguire la sentenza, che, se
avesse proseguito il suo iter, in terzo grado sarebbe stata
annullata almeno sotto questo aspetto visto il gravissimo equivoco tra
cancellazione e distruzione materiale . Equivoco gravissimo, perché la
procedura è ben descritta e va intesa come annotazione di condanna per
falso. Resta pure la questione se questi manoscritti, con scrittura
falsificata di Mussolini, si dovessero considerare atti pubblici oppure
privati: come è narrato nel testo del Franzinelli, se ne erano
interessati perfino i servizi segreti del tempo (l’antico e celebre
SIFAR). Perché? Occorre sapere che la figura di Mussolini, nel secondo
dopoguerra e fino circa agli anni Sessanta, era soggetta ad una damnatio memoriae,
tanto che era vietato sentire i suoi discorsi, anche se con soli
intenti di documentazione storica, in pubblico (ad esempio, in una
conferenza). Girando gli sceneggiati sull’epoca, si evitava di mostrare
l’attore che potesse rappresentarlo, lo si vedeva solo di spalle, mai in
faccia. Ebbi occasione di sentirne la voce, per la prima volta, in
televisione alla fine degli anni ’60 (il discorso della dichiarazione di
guerra, 10 giugno 1940), mentre però non lo si faceva vedere, ma
soltanto girando scene sulle facciate dei palazzi circostanti di Piazza
Venezia. Questa, tutto sommato infantile (perché articoli e saggi su
Mussolini erano frequentissimi invece sui settimanali più diffusi), damnatio memoriae, venne a cessare solo con le prime riforme della RAI-TV negli anni ’70.
Sui
dischi, distribuiti spesso da settimanali o in vendita negli appositi
negozi, c’era l’avviso del divieto di pubblica audizione degli stessi.
Mussolini oratore, insomma, faceva paura ancora ad oltre 20 anni dalla
sua morte, il che ci dice molto sulla qualità morale della repubblica
instauratasi dopo il 1948. Ciò spiega almeno in parte anche la
complessità della storia di questa falsificazione e il ripetersi delle
apparizioni di questo falso. La sparizione degli originali Panvini non
consente tuttavia allo storico di poter accertare con pienezza se il
testo pubblicato da Bompiani su richiesta di Marcello Dell’Utri sia
esattamente lo stesso (perché poi Amalia Panvini sulla base di fotocopie
rifece ulteriori diari, in periodo successivo - cfr pag. 42 del testo
Franzinelli), anche perché non è difficile supporre che esistessero
altri falsificatori a scopi politici o di lucro (o entrambi). Potrebbe
anche trattarsi dunque di imitazioni compiute da altri. Oppure quelli
che Amalia Panvini fece diffondere negli anni ’70, in un numero più
limitato di agende.
Per fortuna o per disgrazia, in
questo caso pur complesso non si utilizzò mai il trucco della scrittura
medianica, ovvero quella procedura spiritistica per cui l’anima di
qualcuno, in veste di fantasma, detta o suggerisce silenziosamente alla
persona-medium di scrivere qualcosa, esattamente con la scrittura che
aveva da vivo. In tal caso dovrebbe trattarsi di personaggio
relativamente recente che utilizzava una scrittura su fogli e non su
tavolette. Riguardo alla lingua, l’avrebbe dovuta dettare nella sua
lingua (es., greco, latino, celtico, ecc.) e non nella nostra,
altrimenti il trucco sarebbe evidente. Fortunatamente non risulta che si
giungesse mai a questo: forse avrebbe aggiunto un mistero più profondo,
pertanto più attraente, ma si vede che i vari personaggi impegnati in
questa serie di operazioni vollero rimanere attaccati alla realtà,
malgrado tutto.
Un fatto è comunque molto difficile: Amalia
Panvini (la figlia) si attribuì l’intera stesura e, durante il processo,
disse che sfornava ogni volumetto per ciascuna settimana (cfr. pag. 38,
Franzinelli). Il che, così posto, è difficile da credere. La donna si
sarebbe dovuta comunque documentare su giornali e libri dell’epoca, il
che implica non poco tempo, pur volendo ammettere che non facesse altro
in quegli anni. Inoltre scrivere tutto questo con lentezza è tutt’altro
che semplice, proprio perché non è facile imitare un’altra scrittura in
modo ordinato (tanto è vero che i famosi copisti del Medioevo ci
impiegavano anni, adottando una scrittura regolare e impersonale, tipo
quella che poi divenne a stampa).
Va pertanto supposto
che la donna non lavorò da zero, ma probabilmente su qualche
brogliaccio già precedentemente scritto da qualcuno e poi ritrascritto
da lei in scrittura “mussoliniana”, Denis Mack Smith fu ingannato
sull’autenticità di questo materiale, proprio dalla presenza di dettagli
molto specifici (incontri con persone dell’epoca) che richiedevano una
conoscenza dei fatti non indifferente. (pag. 56 – 57, Franzinelli);
perfino Renzo De Felice, che pur li aveva considerati falsi, ebbe
qualche dubbio successivamente (cfr. pag. 72); il paleografo Armando
Pistruci intuisce, a mio parere in modo realistico, una cooperazione tra
un ignoto autore dei Diari, come contenuti, e le due donne che hanno
ritrascritto il lavoro nella scrittura “mussoliniana” (pag. 57), ma di
questo ignoto autore (forse il padre, morto abbastanza presto) nulla si è
mai saputo.
Secondo il Franzinelli, Mack Smith si è fatto ingannare sull’autenticità dei Diari,
o meglio delle affermazioni in essi contenute, in quanto ha sempre
ritenuto Mussolini persona poco seria (pag. 70). Al processo citato
seguì, con meno clamore, un ricorso in appello dove la pena venne
ridotta soprattutto alla madre. Sia per ragioni d’età che per aver
cooperato solo nella diffusione e non nella stesura, malgrado poi la
donna avesse asserito di aver scritto anche lei ma che la figlia fosse
più brava nel farlo (pag. 49). Ma Amalia Panvini ritrattò in più
occasioni, asserendo la tesi iniziale che, negli ultimi mesi di guerra,
un certo Zerbino, ministro dell’Interno della Repubblica Sociale, avesse
portato a casa del padre l’intero pacco di agende e quaderini, che
originariamente, risalirebbe addirittura al 1920, in gran parte spariti,
distrutti o asportati dai vari archivi. Non tanto accertata è
l’esistenza del primo documento manoscritto originale di Mussolini, a
cui ispirare la scrittura di tutto il resto. Sembrerebbe da qualche
fotocopia riportata in un libro, ma non sarebbe del tutto improbabile
che qualche documento originario scritto di pugno di Mussolini fosse
effettivamente stato portato lì, da questo Zerbino o da chi altro, e
avesse ispirato le due donne nell’opera di contraffazione ed imitazione.
Naturalmente tutte vaghe ipotesi, in quanto nei processi nulla è
emerso, se non confessioni del falso da parte della sola figlia e
successive ritrattazioni. Un gioco, questo delle ritrattazioni e nuove
versioni, che sappiamo pure molto attuale, un po’ per paura di pene più
severe, un po’ per l’orgoglio di aver avuto in possesso effettivamente
documenti originali.
Potrebbe pure trattarsi di una forma di schizofrenìa presente nel soggetto falsificatore quando in questi convive, oltre a quella normale (prevalente) una seconda personalità che si identifica nel soggetto falsificato, fornendogli quelle giustificazioni che in vita non avrebbe potuto dare. Anche questa ipotesi non venne, a quel che risulta, presa in considerazione, probabilmente perché il comportamento di Amalia Panvini, soprattutto, cercando di farne un uso economico, dimostrava di essere in perfetta capacità di intendere e di volere, per cui era più facile vedere in lei una tentata truffatrice che non una squilibrata.
Le argomentazioni del Franzinelli, che criticano la pretesa autenticità di questi Diari, sono sempre accettabili e serie, salvo in alcuni punti dove, ad esempio, confronta le recenti annotazioni di Clara Petacci alle dichiarazioni stesse (cfr. pagg. 122 – 128). Anche se autentiche come autrice, sono state secretate per motivi di sicurezza: la solita coda di paglia di un regime che si è instaurato in modo apparentemente democratico, ma in realtà semplice frutto di imposizione straniera e controllato da uno Stato estero, anche militarmente con la presenza di forze armate sul territorio (e questo a ben oltre 67 anni dalla fine della II Guerra Mondiale e a 24 dalla fine della tanto millantata minaccia sovietica !!). Uno Stato satellite solo formalmente indipendente, che trema, o tremava, per ogni sciocchezza, quale potrebbe essere stata la serie di note di Clara Petacci, povera donna, la cui unica colpa fu quella di innamorarsi disperatamente di un capo di Governo e di morire per lui in modo orribilmente triste. Note innocue sulla vita quotidiana con Mussolini e certe sue dichiarazioni riportate in modo ovviamente personale. Lo stesso Franzinelli, da storico, dichiara che i diari e simili non vanno considerati come atti storici “oggettivi” (quali solo la documentazione ufficiale o, perlomeno, pubblica, possono essere), ma puramente “soggettivi” e pertanto passibili di travisamenti, di faziosità, di falsi veri e propri (p. 192).
Franzinelli confronta taluni episodi descritti nei Diari della Bompiani con le annotazioni della Petacci, per sottolineare parecchie notevoli differenze; tuttavia, proprio sulla base di quanto egli riconosce come metodo storico, il procedimento non è corretto. Un po’ più credibili, viceversa, i Diari di Ciano e di Bottai, ma anche questi vanno presi con pinze e con le molle, soprattutto quando riportano opinioni di Mussolini e non fatti concreti, verificabili per altre vie.
Un esempio specifico può riguardare l’atteggiamento sugli Ebrei a cui Mussolini, finché non si adeguò dal 1938 all’antisemitismo hitleriano e nazista, fu tutt’altro che sfavorevole. Atteggiamento mantenuto nei Diari Bompiani mentre, viceversa, le annotazioni della Petacci descrivevano il contrario. Relativamente alle persecuzioni antiebraihce in Francia e in Dalmazia, varie fonti storiche (tra cui l’americano R.A.C. Parker in “Storia Universale Feltrinelli” - vol. 34, pag. 378 - e il dalmata Talpo Oddone, in uno dei testi pubblicati a cura dell’ Ufficio Storico Militare dell’Esercito Italiano) rilevano che l’atteggiamento mussoliniano non ebbe la ferocia fanatica degli hitleriani o del Governo Petain, almeno prima della Repubblica Sociale: molte vite infatti vennero salvate anche da fascisti. Così l’atteggiamento verso la Germania nazista che fu caratterizzato da molti ondeggiamenti e incertezze, per farsi alla fine trascinare quando la guerra sembrava volgersi nettamente a favore della Germania. Mussolini non aveva affatto quel carattere fermo e deciso che si vantava di avere: specialmente tra il 1939 ed il giugno 1940 fu afflitto da grave insicurezza ed indecisione, dovute soprattutto alla consapevolezza dell’enorme potenza militare raggiunta dalla Germania e dalla previsione di un suo dominio sull’Europa che stravolgesse la stessa politica italiana, pur allora dittatoriale e totalitaria, per cui non sarebbero del tutto irrealistiche le discrepanze tra le note dei Diari Bompiani e certe dichiarazioni pubbliche.
Tutt’altra questione nello stile e nell’ortografia, in molti errori sulla descrizione dei mezzi tecnici e militari del tempo, che dimostrano invece un livello culturale ben diverso tra il falsificante ed il falsificato, anche se poi Mussolini non ebbe questa enorme cultura, come si sa, ma comunque non quella del tutto traballante, sebbene con molte ambizioni, del falsificante. Amalia Panvini era laureata in chimica e pure docente di Scuola: nondimeno, se i testi Bompiani e quelli suoi fossero gli stessi, e non ulteriori elaborazioni di altri personaggi rimasti nell’ombra, dimostrerebbero una certa povertà linguistica, non certo esemplare per un’insegnante di Scuola secondaria, tralasciando pure le inesattezze tecnico-storiche, che in una donna del tempo potrebbero anche essere comprese.
In conclusione: un libro, quello di Franzinelli, meritevole di attenta lettura per chiunque si interessi di “giallistica” senza morti, di storia contemporanea e di metodo storico applicato.
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Manlio Tummolo: La “Netiquette” di internet dal punto di vista giuridico
Il termine “netiquette” è un
neologismo composto da “net” (rete) che sta per INTERNET, ed il
francesismo “etiquette” (etichetta), ovvero consuetudine (uso, non
obbligo) di eleganza, finezza, formalità. Già il termine è uno di quegli
orrori linguistici nato con questo sistema di trasmissione, le cui
origini è bene chiarire per capire poi certe pretese imposte ai suoi
utenti. Questo sistema di comunicazione, che significa “rete
internazionale”, nasce in ambito militare e ne conserva tuttora
l’atmosfera vagamente criptica e misteriosa, atta ad essere compresa
solo da una cerchia relativamente ristretta di persone. Nulla di male in
questo se, esportandola come mezzo di comunicazione internazionale
aperto a tutti, non ne risultasse di per sé un’evidente contraddizione.
Le regole di un club anglosassone funzionano bene quando appunto sono
funzionali ad un certo ambiente e ad una certa mentalità ristretti, che è
una comune base per i pochi e scelti soci; diventano ridicole quando si
pretende, viceversa, di imporle a tutti, una volta trasformato il club
ristretto in una piazza universale. Qualunque norma, per avere carattere
universale, deve essere concordata, direttamente o indirettamente, con
delega o di persona, dai membri che poi devono eseguirla.
Una
norma, e tanto meno in un regime che si proclama democratico, non può
essere imposta arbitrariamente ed unilateralmente da persone a cui
nessuno ha affidato né il potere, né la competenza, e che quindi agisce
con arbitrio totale. Quando si afferma che una certa Università negli
United States of America ha deciso di sua iniziativa determinate regole,
e che poi queste regole sono state accettate da una o altra società per
azioni che funziona da motore di ricerca, significa dire che una
docente qualsivoglia di tale Università ha poteri legislativi
relativamente ad un campo sterminato, sia per numero di utenti, sia per
quantità e qualità di argomenti. Una pretesa veramente eccessiva, ma
tipica di una mentalità che, aprendo a tutti un sistema chiuso, pretende
tuttavia che resti chiuso nelle sue regole, e che obbedisca con criteri
gerarchici, senza che mai sia individuabile il responsabile (individuo o
gruppo) di queste decisioni. Dal punto di vista politico e giuridico
una bestialità, che però gli United States of America stanno imponendo
al mondo. Pensiamo, ad esempio, a WIKIPEDIA, nella quale scrive un
numero enorme di collaboratori “volontari”, scelti non si sa bene con
quale criterio, e che scrivono o comunicano in forma del tutto anonima.
Ciò non avveniva nemmeno negli Imperi antichi d’Oriente, dove pur si
sapeva chi fosse il Faraone, chi i suoi consiglieri, i sommi sacerdoti e
gli amministratori.
Qui
siamo viceversa di fronte a ignoti per definizione, che tuttavia
pretendono di spiegare i segreti del mondo. Il che è vergognoso, perché
ogni competenza, sul piano giuridico anche assolutamente titrannico,
deve essere individuabile, e quindi responsabile di ciò che si fa e di
ciò che non si fa. Una società aperta a tutti, o che regge un vasto
pubblco di ogni origine sociale, ovviamente non può essere abusivamente
trattata come un gregge di pecore, retto da un Pastore misterioso. Può
forse funzionare in parte in un servizio segreto, ma sicuramente non in
un’organizzazione gerarchica militare. Attraverso tale premessa, si
capisce come le regole imposte da misteriosi soggetti, che non si
riferiscano a leggi e norme statali ed internazionali precise (ad
esempio: il divieto di diffamazione, di ingiuria, di falsificazione dei
fatti, di offese a credi religiosi, da non confondere però con critiche
motivate sul piano teoretico), non abbiano alcun valore giuridco, né
formale né sostanziale. Quando si arriva a dire che bisogna scrivere con
certi caratteri invece che con altri, addirittura rivoluzionando la
grammatica di una certa lingua, si arriva a determinare pretese assurde,
che possono funzionare nel club ristretto, non certo nella pubblica
piazza. In un club ristretto, per statuto, posso pure impedire
l’ingresso alle donne (tipico della mentalità anglosassone); posso pure
obbligare i soci a vestirsi in smoking o in frac per entrare; posso pure
obbligarli a fumare solo la pipa o a non fumare sigari cubani.
Ma
se poi apro a tutti questo circolo, e dico che è democratico ed aperto
ad ogni opinione, non posso certo vietare l’ingresso alle donne, non
posso obbligare qualcuno a venire con lo smoking o ad applicare ogni
regola strana, immotivata e stramba che mi passa per la zucca. Aprire
democraticamente un certo ambiente, vuol dire anche accettare tutte
quelle diversità che, ovviamente, non costituiscano un pubblico pericolo
(ad es.: accettare un bombarolo notorio, accettare un serial killer ben
individuato, accettare un conosciutissimo molestatore di fanciulle e
bambini). Dunque, si può obbligare qualcuno a scrivere con una certa
simbologia invece che con un’altra? Posso rimproverare Tizio perché usa
le maiuscole oppure non le usa? Posso obbligare qualcuno ad usare quei
geroglifici infantili, che si chiamano “faccine”? Assolutamente no. Con
che potere, con quale competenza giuridica e territoriale potrei
imporlo? Sono un legislatore? Sono un capo di governo? La mia società è
forse un ente che ha il monopolio della forza, e dunque posso imporre
con questa quello che voglio? No. Che valore giuridico ha dunque la
“netiquette” per la parte in cui non sia fondata su leggi statali ed
internazionali ? Assolutamente nessuno.
Ma,
si obietterà, se tu entri in casa mia devi rispettare le regole che
vigono nella mia casa. Vero, benissimo, sicuro. Ma quella che tu apri
non è la tua casa personale, in cui tu mi offri ospitalità, bensì un
ambiente virtuale in cui mi fai entrare facendomi pagare quote
d’abbonamento piuttosto elevate: es. 24 euro al mese sono 288 euro
all’anno, il che non è poco. Poi, se moltiplichiamo tale tariffa annua
per il numero di utenti (suppongo nel pianeta centinaia di milioni, ma
per facilità di calcolo diciamo che siano 100 milioni), vediamo che 288 X
100 dà 28.800 a cui vanno aggiunti gli zeri dei milioni di euro, il che
rappresenta sicuramente una bella sommetta per i gestori di questo
enorme baraccone: 28.800.000.000 di euro all’anno. Ora, pretendere da
questa massa enorme di utenti paganti di eseguire pedissequamente i miei
ordini è un tantino eccessivo, soprattutto dove questi non siano
giustificati .
Le maiuscole urlano? Non le ho mai sentite urlare, sinceramente, ma forse io soffro di sordità assoluta. So tuttavia che quelle che oggi sono chiamate “maiuscole” in realtà sono i caratteri lapidari anticamente usati, perché più facili da scalpellare nella pietra o da incidere nella cera. Almeno per quanto riguarda l’alfabeto latino, ma penso che il medesimo valga pure per l’alfabeto greco. Le minuscole sono in realtà relativamente recenti, perché inventate al tempo di Carlo Magno (VIII – IX secolo), per cui nei Codici scritti vennero chiamate “scrittura minuscola carolina”. Ciò facilitava la scrittura su pergamena e rendeva possibile l’invenzione di una scrittura veloce, quale il corsivo. Suppongo, ma non ne sono certo, che viceversa l’alfabeto ebraico avesse già caratteri “minuscoli”, così almeno potrebbe risultare o apparire su papiri, la cui struttura è simile a quella della carta e con certe caratteristiche.
Ora vietare o sconsigliare l’uso di maiuscole in testi virtuali, che tuttavia sono stampabili (per cui occorre anche una certa correttezza formale grafica, nel rispetto di ciascuna grammatica linguistica), mi pare assurdo, giuridicamente infondato, segno soltanto di mentalità oppressiva ed ultratirannica (ricorda certe norme della stampa fascista, quando nelle veline si obbligava l’uso dei caratteri maiuscoli di scatola, ovvero a tutta pagina, per dire che il Duce aveva conquistato l’Etiopia, fondato l’Impero e vinti gli Anglo-Americani sul bagnasciuga). Se, per ipotesi, la lingua inglese fa poco uso delle maiuscole, questo è affar loro, ossia degli anglosassoni, e non nostro quando scriviamo in italiano fra italiani. Sarebbe ridicolo, come imporre ai Cinesi o ai Giapponesi o ai Russi o ai Greci di usare su INTERNET l’alfabeto latino. Tra loro, gli anglosassoni, per quanto mi riguarda possono pure scrivere minuscolo anche il nome della loro amata regina, oppure del presidente degli USA, ma noi che c’entriamo? Scriviamo e scriveremo sempre come è d’uso in Italia e secondo i nostri individuali sentimenti, piaccia o non piaccia agli appassionati ammiratori della cultura anglosassone.
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Bertiolo (UD) Agosto - Settembre 2012
“Tutta
la vita degli uomini… è retta da natura e leggi. E di queste la
natura è una realtà disordinata e particolare, a seconda
dell’individuo che la possiede, mentre le
leggi sono una realtà universale, e ordinata, e per tutti identica. La
natura, se malvagia, tende spesso ad azioni perverse: troverete quindi
in colpa chi la segua. Le leggi hanno invece di mira il giusto, il
conveniente, l’utile, e questo ricercano; e quando ciò sia stato
individuato, esso viene posto in forma manifesta quale norma comune,
uguale e analoga per tutti: questo è la legge. Conviene che tutti
obbediscano alla legge, soprattutto perché la legge è invenzione e dono
degli dèi, deliberazione di uomini saggi, correzione di colpe volontarie
e involontarie, patto comune della città… Per due ragioni vengono
poste le leggi: perché nessuno compia ciò che non è giusto, e perché
con la punizione di chi trasgredisce queste norme, gli altri possano
essere resi migliori…”
Anonimo, “Sulle Leggi” riportato dallo Pseudo-Demostene, in “Contro Aristogitone” [1]
PREMESSA STORICO-FILOSOFICA
Secondo
la manualistica della storia dela filosofia in generale, e di quella
greca antica, derivata da una tradizione espositiva platonicamente
orientata, in parte seguita anche da Senofonte e poi trasmessa da Hegel, tra la mentalità dei celebri Sofisti, visti quasi sempre negativamente come demolitori del pensiero piuttosto che come costruttori critici, e il pensiero socratico passa un’enorme differenza. Secondo tale tradizione, i Sofisti insegnavano anche ciò che non conoscevano, erano degli imbonitori e dei diseducatori, Socrate
invece sapeva di nulla sapere e avviava i suoi discepoli alla
costruzione di un metodo di ricerca, di analisi, alla formulazione
esatta dei concetti attraverso l’analisi precisa delle parole che li
rappresentano. Studiosi più esatti della filosofia greca hanno da
tempo, viceversa, confutato questa rozza e, tutto sommato, moralistica
contrapposizione, per la quale Socrate era buono e bravo, i Sofisti dei veri imbroglioni.
Comiciamo così ad analizzare gli stessi termini “Sofisti” e “Sofistica”, che poi hanno dato origine ad altri termini qualitativamente negativi come “sofisticare”, nel senso di usare prodotti scadenti o scaduti, una sostanza nociva al posto di una buona, e così avanti. Il termine “sofista” null’altro significa, etimologicamente, che “sapiente”, e tali si qualificavano i primi studiosi della natura, ricordati poi come i “sette sapienti” dell’antica Grecia (tra cui Solone e Talete). Tale termine “sofista” viene contrapposto al termine “filosofo” che significa ”amante del sapere”. Tale attributo fu usato da Pitagora e dai Pitagorici indicando sé stessi, e ben prima che apparissero i “sofisti” veri e propri. I “sofisti”
del V secolo A. C. sono stati qualificati variamente: secondo Theodor
Gomperz, che pure li apprezzò e seppe criticare la svalutazione fattane
da Platone, erano paragonabili culturalmente ai giornalisti d’oggi,
persone che si occupano di tutto senza sapere nulla in modo specifico.
Alcuni saranno stati così, ma non tutti, e non certo i più celebri
quali Protagora di Abdera, Gorgia di Leontini, Prodico, Antifonte,
ed altri. Si tratta semplicemente di docenti liberi e privati che
avviavano i giovani all’oratoria politica e forense ed avevano un certo
numero di alunni e di ammiratori. Furono, a partire da Protagora,
i primi studiosi del linguaggio, formulando un sistema di regole
grammaticali, poi universalmente accettato. Non si può dire che
costituissero una Scuola, sul modello di quelle precedenti (i filosofi
naturalisti e i pitagorici, o come più tardi avvenne per i socratici, i
platonici, gli aristotelici, gli scettici), avendo tra di loro,
soprattutto nella filosofia politica e del Diritto
notevolissime differenze. Molti di loro erano fortemente democratici
(della democrazia furono i primi teorici), altri invece fortemente
aristocratici o tirannici. Ciò che li accomuna è, generalmente, un
fortissimo spirito critico, una capacità di analisi dei fatti e dei
termini molto acuta, uno sprezzo per le tradizioni soprattutto religiose
ed istituzionali, un’abilità dialettica e retorica nel giocare sui
termini. In pratica, tutto l’armamentario metodologico della filosofia,
non solo greca, ma universale, è sostanzialmente loro invenzione. Ad
essi va il merito di aver creato un vero pensiero “europeo ed occidentale”.
Di essi, che scrissero ed insegnarono molto, ci è rimasto poco, come dei filosofi precedenti: praticamente “frammenti”, inseriti quali citazioni negli scritti di Platone, Senofonte, Aristotele, e successivi. Le loro opere o vennero distrutte intenzionalmente (lo vedremo nel caso di Protagora), o furono perdute nelle varie vicissitudini di quei tempi. Per cui il giudizio negativo complessivo, che la tradizione manualistica ha ereditato e anche l’uso comune (ad es., identificare come “sofisma” il paralogisma, il falso ragionamento, il discorso ingannatore, poi accentuato dai cosiddetti “eristi”, che ne fecero un vero e proprio metodo), ha avuto buon gioco non restando di loro altro che frammenti interpretati ad uso e consumo dei successori e loro critici. Prendiamo il celebre principio di Protagora, che è il fondamento dell’Umanesimo greco o dell’Illuminismo greco (come più correttamente si dovrebbe qualificare il periodo) “dell’uomo misura di tutte le cose”, che vi siano o non vi siano, è stato interpretato in senso solo individualistico. Protagora avrebbe, assurdamente, sostenuto che ciascun individuo è misura della realtà. Giustamente Theodor Gomperz ed altri rigettarono una tale interpretazione che sarebbe la negazione di ogni conoscenza, sostenendo viceversa che, quasi preludendo al pensiero kantiano, ”l’uomo” di cui parla Protagora è una collettività, la specie umana nel suo insieme, il pensiero umano, il quale non può che vedere la realtà secondo l’ottica umana, per cui non può ragionare né da angelo, né da bove, né da pulce, ma appunto da uomo singolo per quanto riguarda la propria esperienza, gruppo o collettività universale. La verità, che egli raggiunge, non è rivelata da nessuno, bensì acquisita dall’esperienza e dalla mente umana. Da qui, la negazione che si possa conoscere la natura divina: Protagora, cosa che metteva in crisi la mentalità religiosa del tempo, diceva che all’uomo era impossibile sapere se gli dèi esistessero o non esistessero, perché il problema della loro natura è troppo complesso e sfugge alla vita di ciascuno di noi. Ovviamente, per i contemporanei tradizionalisti egli era un ateo, degno quindi, come lo fu poi Socrate, o di esilio o di morte. E Protagora e Socrate, è lo stesso Platone, ad ammetterlo, furono in realtà amici, spesso in polemica quando si incontravano, perché il primo sosteneva che la scienza si potesse insegnare, l’altro negava che si potesse insegnare qualunque cosa [2], salvo alla fine scambiarsi con reciproca ironia le parti. Infine l’uno e l’altro ebbero un destino analogo, perché Protagora accettò l’esilio, ma morì nel naufragio della nave che lo portava in Italia, dopo aver viste distrutte tutte le sue opere; Socrate, del quale si dice che nulla avesse mai scritto, rispettoso delle leggi, rifiutò l’esilio, sfidò i suoi miserabili giudici, bevve la cicuta meditando con i suoi discepoli sulla vita e sulla morte, sul doveroso rispetto verso la Legge e le decisioni giudiziarie, anche se ingiuste. Personaggi grandiosi, certo oggi non di moda negli ambienti culturali del mondo.
Ho introdotto il frammento dell’Anonimo “Sulle Leggi”, riportato in uno scritto attribuito erroneamente a Demostene [3] appunto per sottolineare quanto anche in sede teoretica del Diritto, noi dobbiamo moltissimo ai Greci e, in modo particolare, a questo periodo che, in senso lato, possiamo defnire dell’Illuminismo o Umanesimo greco, e che inizia proprio con i Sofisti, i quali passarono da un preteso studio sui princìpi della Natura, allo studio dell’uomo, il quale vede e studia la natura con la propria mente, per cui anche le pretesi leggi della natura sono, in realtà, leggi dell’uomo. Quella che definiamo “filosofia del Diritto” o “teoria generale del Diritto”, più che nei Romani, trova nei Greci la propria radice, sia in sede costituzionale ed istituzionale (forme di governo), sia nelle regole generali di applicazione delle leggi. Tali presupposti, che sono “sofistici”, vennero poi sviluppati sia da Platone (cfr. “Repubblica”, “Politico” e “Leggi”), sia da Aristotele (in “Etica Nicomachea”, “Politica” e le “Costituzioni”). Ma ci si chiederà: in tale campo i Romani non hanno forse importanza? Il Diritto romano non è una gloria che consideriamo tuttora nostra? Va intanto chiarito che ciò che chiamiamo “Diritto romano” è essenzialmente la rielaborazione, medioevale prima, rinascimentale poi, del Codice Giustinianeo, che rappresenta a sua volta la “summa” del Diritto precedente, ma non è da confondere il Diritto romano formale, anche autentico, con l’applicazione [4]; inoltre, la mentalità romana è rivolta essenzialmente alla vita pratica, concreta, poco portata alla base teorica che la deve reggere, e solo con Cicerone, Seneca, Quintiliano e successivi, si riprese la tematica teorica, ispirandosi alla radice greca della filosofia del Diritto, tanto in sede costituzionale, istituzionale, e di procedure civili o penali. Inoltre, il Diritto romano, che pure non differisce così enormemente dai Diritti concreti soprattutto ellenico ed ebraico, prevalse nel prestigio per il fatto di essere divenuto dominante nel mondo antico, medioevale e fino al Settecento in Europa, per cui ebbe modo di essere conservato maggiormente pur con molte rielaborazioni, spesso falsificanti (da cui le successive polemiche nel Rinascimento, tra i tradizionalisti e i classicisti del Diritto romano, che portarono prima ad un enorme sforzo di razionalizzazione, quindi alle codificazioni delle leggi).
Tornando al nostro tema, i cosiddetti “sofisti” sono altresì importanti per aver iniziato la distinzione tra Diritto divino, Diritto naturale e Diritto positivo; a contrapporre o a cercare di armonizzare la Natura con la Legge umana; la volontà divina con le applicazioni religiose concrete (positive, nel senso di “poste dall’uomo”); ad essersi posti il problema della scelta tra legge “giusta” e legge “ingiusta”; a meditare sull’istituzione democratica, allora formalmente vigente in diverse città (Atene, ovviamente, in testa); quindi alla tirannide. Troviamo, ad esempio, nel cosiddetto Anonimo di Giamblico (un sofista citato appunto da questo storiografo della filosofia greca) un’importante argomentazione contro le teorie, già allora sussistenti, di un preteso “superuomo”, che avesse per ciò stesso diritto di dominio su tutti gli altri, perché più forte o più astuto. Ora l’Anonimo di Giamblico sostiene con molta forza argomentativa che, se anche esistesse un uomo più forte e più astuto degli altri, non potrebbe dominare su un’intera collettività che gli si ribellasse [5], perché nessuno può avere, fosse anche figlio di dèi o Ercole stesso, la forza di tener a bada centinaia di uomini che lo assalissero. In sostanza, nell’Anonimo di Giamblico, non solo troviamo il fondamento dell’idea di democrazia come governo di una maggioranza o di una totalità consapevole, bensì anche il principio del diritto rivoluzionario di un popolo oppresso da qualcuno ad insorgere. Un tale principio si trova, anhe se ridicolizzato, fin ”dall’Ilìade” [6], quando il semplice soldato Tersite, descritto anche fisicamente come un debole (ma lo vedreste un vecchietto, brontolone e mezzo gobbo, combattere a Troia? è un’evidente caricatura), quando sfida Agamennone incitando i semplici guerrieri ad abbandonare gli Eroi, lasciandoli soli contro i Troiani a conquistare la città e a recuperare la bella Elena. Omero narra con sarcasmo che Tersite viene picchiato e messo a tacere, anzi a piagnucolare, con due buone bastonate, da Ulisse, così che i guerrieri, che non avevano mal visto la proposta di Tersite, si mettono il cuore in pace ridendo e continuando a farsi massacrare nell’interesse dei vari Menelao, Agamennone, Ulisse, Achille, e via discorrendo. Il tema non sarà più ripreso. E’ difficile immaginare che tale tema fosse già in discussione fin dal IX – VIII secolo A.C in Grecia, durante quello che viene chiamato Medioevo Ellenico, dalle invasioni dei Dori e dei popoli del mare, che distrussero tanto la civiltà micenea (quella descritta nel poema), quanto il potente Impero Ittita e minacciando lo stesso Antico Egitto. E’ probabile che un simile episodio venisse inserito da qualcuno nella rielaborazione scritta del poema avvenuta ben più tardi, in età alessandrina, dai cosiddetti “logografi” (noi diremmo filologi critici), rielaborazione che ci ha dato il poema così come lo conosciamo oggi e come è stato studiato dalle generazioni successive. E’ pure presumibile che un tale dibattito, ancronistico in un poema così antico, fosse dovuto alla volontà di tali logografi di sostenere gli Imperi assolutistici, nati sotto modello orientale, con e dopo Alessandro Magno.
La forza del numero contro la forza fisica o psicologica di un uomo o di pochi uomini, ma la forza del numero, per affermarsi, deve essere accompagnata da alta consapevolezza civica, politica e sociale: è ciò che ci vuol far capire questo “anonimo sofista”, e che valeva allora come oggi. Non può esservi democrazia, se non formale, se non è consapevolezza collettiva dei propri doveri e diritti, attraverso giuste leggi e attraverso una loro rigorosa applicazione. Il numero da solo non basta ed i quasi tremila anni che ci separano da Omero ce lo insegnano largamente.
IL RELATIVISMO DI PROTAGORA E L’AGNOSTICISMO DI SOCRATE
Si è detto che, stante la tradizione, soprattutto platonica e senofontea, poi largamente dominante nella storia della filosofia, il pensiero di Protagora e di altri sofisti, ed il pensiero socratico
fossero quasi agli antipodi. Ciò non è affatto esatto, ma uno di quei
luoghi comuni che si ripetono senza una seria analisi critica: è chiaro
che sia prevalso, per il fatto che Platone e Senofonte
furono considerati uniche fonti informative di tale pensiero,
trascurando invece altre considerazioni. Per un contemporaneo di Socrate, ovvero il commediografo Aristofane, la differenza era pressoché inesistente. Nella sua commedia “Le Nuvole” (già il titolo dice molto), Socrate
è uno dei protagonisti e, con molto sarcasmo, così viene descritto
nella premessa: “Un vecchio, tale Strepsìade, oppresso dai debiti del
figlio che alleva cavalli, lo prega di andare alla scuola di Socrate per
apprendere il Discorso Debole – se in qualche modo usando argomenti
ingiusti in tribunale, possa vincere i creditori e non rendere nulla ad
alcuno degli usurai [si noti già questo primo passo: Socrate viene visto come un abile “sofista” che deve insegnare l’arte “sofistica”, per ingannare i giudici e riuscire ad evitare di dover pagare debiti: in sostanza un Socrate agli antipodi di quello platonico o senofonteo].
Poiché il ragazzo non vuole, decide di andare lui stesso a imparare:
chiama fuori un discepolo di Socrate, e discorre con lui. Quando viene
mostrata la scuola, si vedono i discepoli seduti in cerchio, sudici
[similmente verranno poi descritti i Cinici, quelli di Antistene e del celeberrimo Diogene (quello della botte e di Alessandro Magno), allievi appunto di Socrate, chiamati “cinici” ovvero cani, cagneschi, per la loro trascuratezza negli abiti e nel resto, e che costituiscono insieme ai Cirenaici e ai Megarici le tre scuole socratiche di tendenza scettica, materialista ed utilitarista], e appare Socrate in persona, sospeso in una cesta e intento ad osservare i fenomeni celesti [in Platone stesso viene detto che Socrate da giovane seguiva i filosofi della natura, specialmente Anassagora;
solo abbastanza tardi cominciò a studiare l’uomo e i limiti della sua
conoscenza]. In seguito egli finisce per accettare il vecchio
[Strepsìade], e invoca gli dèi in cui crede: Aere e inoltre Etere e le Nuvole [si osserva qui una derisione dei noti quattro princìpi della natura, anche oggi alla base dell’astrologia, ovvero Aria, Acqua, Terra e Fuoco, teorizzati da Empedocle, ma anche dalla filosofia orientale]. Alla sua preghiera entrano le Nuvole in forma di coro; quando Socrate
ha trattato dei fenomeni naturali in modo non inverosimile,
rivolgendosi agli spettatori esse conversano intorno a molte cose. Poi
il vecchio, istruito sulla scena, mette in ridicolo una serie di
insegnamenti; e poiché per la sua ignoranza viene cacciato dal
pensatoio, trascinando a forza il figlio lo affida a Socrate. Costui fa venire per lui in teatro il Discorso Ingiusto e quello Giusto: l’Ingiusto contende con il Discorso Giusto,
ottiene il figlio e lo ammaestra. Quando è istruito per bene, il padre
lo riprende con sé e maltratta i creditori, e fa festa insieme a lui,
convinto di avere sistemato ogni cosa. Invece, a causa di un contrasto
durante il banchetto, il figlio lo picchia, e lui protesta a gran voce;
ma il figlio lo confuta dimostrando come sia giusto che i padri vengano
a loro volta pestati dai figli. Infuriato per le percosse del figlio,
il vecchio abbatte e incendia il pensatoio dei socratici…” [7].
Non possiamo sapere perché Aristofane ce l’avesse tanto contro Socrate irridendolo in quel modo, ma la citazione da me fatta alla sottostante nota 7, da “Le Rane”, probabilmente ce lo spiega. Socrate, pur così beffeggiato dal commediografo, viene descritto come personaggio fornito di una concezione filosofica completa, sia sulla natura, sia soprattutto sui rapporti umani, compresa la retorica forense da utilizzare nei tribunali. Abbiamo già visto qualcosa di analogo nel Discorso in difesa di Elena, scritto da Gorgia: ebbene Socrate viene rappresentato satiricamente da Aristofane come uno dei tanti sofisti, abili nell’ingannare con discorsi tortuosi e fumosi (“sofismi”) tutti, compresi i giudici. Ad Aristofane non andava giù, si presume, l’atteggiamento antiletterario di Socrate, soprattutto contro commedie e tragedie, dove si presentava una realta umana e sociale falsa. Questa sembra, dunque, la ragione fondamentale dell’astio di Aristofane per Socrate. Nondimeno ne dimostra anche la formidabile influenza sui giovani, da cui deriverà poi l’accusa, sostenuta da Anito e Meleto, di “corruzione dei giovani”, di cui più avanti dirò, accusa lanciata anche contro altri Sofisti.
Che cosa dunque accomuna Socrate ai Sofisti in generale e soprattutto Protagora e Gorgia? proprio l’interesse umanistico, la critica alla tradizione religiosa o politico-sociale, il rigetto di vecchie convinzioni, ormai non più idonee ad una società che, dopo le guerre persiane e le guerre civili con Sparta, aveva rigettato gli antichi valori ed era alla ricerca di nuovi e più razionali.
Viceversa, che cosa poteva dividerli? Per i Sofisti, la conoscenza e le scienza umane, soprattutto, sono insegnabili all’uomo, pur nella relatività e nella limitatezza di mezzi. La verità è una conquista umana, parziale e relativa, ma trasmissibile attraverso l’insegnamento per un uso pratico (soprattutto politico e forense). Si rigetta la pretesa di poter scoprire i princìpi assoluti della realtà, che sono fuori dalla nostra portata (Gorgia col suo discorso sul “Non-Essere” satireggia, in modo assai fine e sottile, le concezioni di un Essere universale immutabile, ma Determinato (secondo Parmenide e Zenone di Elea), Indeterminato ed Infinito (secondo Melisso): con abilità notevole Gorgia contrappone i due discorsi e ne deduce che l’Essere non esiste, ma esiste il Non-Essere. Questo fa credere che un Gorgia ed altri fossero negativisti, in realtà sono agnostici, né più né meno di Socrate, ma in reazione alle teorie metafisiche e fisiche, piuttosto che sul piano della razionalità umana e dei rapporti umani.
Anche questo apparente scetticismo negativista diverrà patrimonio delle citate Scuole socratiche, soprattutto dei Cinici, ma anche dei Megarici e dei Cirenaici, ma lo stesso pensiero platonico nella fase intermedia (età ellenistico-tomana) tenderà a forme scettiche: qui basti ricordare Carnèade, quello celebre di Don Abbondio, (“Carnèade, chi era costui?”), il quale recatosi ai tempi di Marco Porcio Catone senior (quello che insisteva sull’esigenza che Cartagine venisse rasa al suolo “Ceterum censeo Carthaginem delendam esse” – II sec. a C.), il primo giorno sostenne che Roma avrebbe mantenuto il dominio del mondo continuando ad agire come agiva, e il secondo giorno sostenendo che, con gli stessi mezzi, sarebbe precipitata a rovina. Il che fece infuriare Catone e molti senatori tradizionalisti (non gli Scipioni, viceversa, che furono ammiratori del pensiero greco), per cui per almeno un secolo cacciarono tutti i filosofi da Roma. Ebbene, Carnèade null’altro faceva che utilizzare formule “sofistiche” (i discorsi duplici, le antilogie), per le quali la verità è relativa alla convenienza del singolo e del momento. Per cui, tirando le somme, se perfino la Scuola platonica, nemica fierissima dei Sofisti, ne utilizzò metodi e mentalità, possiamo dire senza timori di confutazione, che il pensiero socratico fu uno tra i vari sistemi di pensiero gnoseologico (il problema della conoscenza e della sua comunicazione), tipici di quell’età comunemente detta “sofistica”, ma che più correttamente va qualificata come “umanistica, illuministica, antropologico-culturale” ellenica e pre-ellenistica. Ad Aristotele poi, allievo critico di Platone, spettò di descrivere le “Confutazioni sofistiche”, ovvero sia le argomentazioni negative, sia la risposta ad esse (contro-confutazione), ispirandosi anch’egli a quel pensiero.
Il problema interpretativo del pensiero socratico (o questione socratica) nasce dal fatto che egli non sembra aver lasciato scritti o che questi, forse dopo la sua morte, vennero fatti completamente distruggere. Di lui, non rimangono che ricostruzioni dalle opere di Platone e Senofonte, ossia non espressioni sue seppure parziali (forse l’unica è la celebre “So soltanto una cosa, di non sapere nulla”). Viceversa di quasi tutti i grandi o piccoli sofisti, rimangono frammenti attraverso le citazioni fatte da autori successivi, sia per scopi critici, sia per riferimento storico.
Da quello dunque che ci resta e prescindendo dalle cose che, soprattutto a Socrate, furono attribuite da altri e particolarmente da Platone, vediamo di capire per quanto possibile ciò che distingue il relativismo protagoreo e dei maggiori sofisti, relativismo che non è scetticismo, e neppure agnosticismo, ma semmai convinzione che una qualche conoscenza della realtà sia umanamente possibile, anche se condizionata dai limiti della specie, del gruppo culturale o etnico e dell’individuo. Relativo qui può significare tanto “parziale” (per quantità e qualità), quanto in rapporto ad altro, eventualmente anche di un Assoluto, di cui tuttavia non conosciamo nulla, nemmeno la determinata esistenza. In sintesi, l’uomo conosce da uomo, ma conosce, mentre il pensiero socratico è più radicale, in quanto nega la possibilità del conoscere, ma soprattutto del poter trasmettere tale conoscenza; solo attraverso la maieutica, termine che deriva dall’arte medica greca, ossia la tecnica di facilitare il parto, tecnica usata qui non nel senso fisico, ma nel senso morale e spirituale. Ossia: si tratta, per Socrate, di trarre fin dove possibile dalla conoscenza interiore dell’uomo, attraverso il ragionamento e un metodo induttivo (dai particolari all’universale, soprattutto passando da esempi concreti alla definizione generale, come per qualificare la natura dell’uomo), l’unica conoscenza possibile per l’uomo, ovvero princìpi morali, esigenza del rispetto dell’altro, il dovere verso le leggi e la società. Socrate non si spinge, come invece avrebbe fatto Platone, ad un mondo superiore, l’Iperuranio (letteralmente, il “mondo oltre il cielo”), quale fonte primaria di conoscenza, per cui la maieutica si trasforma in un’opera di richiamo al ricordo ormai inconscio di un Sapere primigenio (conoscenza, dunque, come Memoria), ma presumibilmente si limita all’intuizione di quei princìpi basilari della Ragione umana, del pensiero dell’uomo in quanto uomo, quindi alcunché di superiore all’istinto animale, che pure conosce ma non sa di conoscere. E’ difficile tuttavia poter dire con certezza quanto questa metodologia sia l’iniziale platonica (che, non va dimenticato, si ispirò largamente anche al pensiero pitagorico, alla concezione delle realtà come Numero, come Misura, unitamente ad una concezione parmenidea dell’Essere in quanto uno, da cui derivò l’esigenza di conciliare in Platone l’Unità con la Molteplicità, l’Essere – statico – con il Divenire dinamico), oppure veramente ed esclusivamente socratica. Tuttavia, confrontando la descrizione platonica a quella senofontea dei “Memorabili” e di un’altra “Apologia Socratica”, nei punti di concordanza possiamo ben dire che Socrate effettivamente teorizzò la dottrina gnoseologica (della conoscenza) di un ritrovare, come dirà poi S. Agostino, la verità nell’interiorità dell’uomo, e l’insegnamento null’altro può essere che stimolo esterno a questo lavoro interiore (principio dell’autoeducazione).
Di Protagora possiamo dire che fu colui che avviò, forse insieme a Gorgia, un’analisi critica del pensiero religioso e filosofico-scientifico del tempo. Egli scrisse molte opere, di cui qui ricordo “I Discorsi Demolitori”, “Le Antilogìe” e, qui di grande attualità, “Azione giudiziaria per l’onorario”. Alunno di Democrito, con Leucippo il primo teorizzatore dell’atomismo, ovvero la dottrina fisica che riteneva la materia composta da particelle indivisibili separate dal vuoto assoluto, egli scandalizzò la società nella quale operava con questi assiomi: “Di tutte le cose è misura l’uomo, di quelle che sono in quanto sono, e di quelle che non sono in quanto non sono”. Peggio che mai per i tempi, dire: “Riguardo agli dèi, non posso dire né se esistono, né se non esistono, in quanto la vita umana è troppo breve e l’argomento troppo complesso per poter dimostrare tali asserti”. Generalmente si considera la società politeista come molto tollerante: in realtà tollerava per definizione qualunque dio ci si volesse inventare (per esempio il dio dell’informatica), ma non accettava né il monoteismo (tipo quello ebraico o cristiano), né men che meno anche il solo dubbio sull’esistenza degli dèi. Di qui, come rivedremo, il perché egli fu cacciato in esilio e i suoi libri bruciati. Ora riporto una sorta di barzelletta, perché Protagora, come Gorgia, fu uomo di spirito:
“… una volta chiese l’onorario al suo scolaro Evatlo; e obiettandogli questo: ‘Ma io non ho ancora vinto nessuna causa’, gli ribattè: ‘Ma se vincerò io, dovrò averlo perché ho vinto: se tu, perché hai vinto tu [in quanto mio alunno]” [8] .
Questa battuta spiega anche il successo dei sofisti in generale, in quanto essi preparavano i loro allievi, sia all’oratoria politica, sia a quella forense, insegnamento dunque non da poco e abbastanza lucroso, in quanto lo stesso Platone ricorderà i lauti guadagni di Protagora, come docente. Secondo Filostrato, Protagora fu anche allievo dei magi persiani, ovvero seguaci delle dottrine di Zoroastro o Zarathustra, che insegnavano sul piano etico-religioso l’eterna lotta tra il Bene (rappresentato dal Dio Ahura-Mazda) e il Male (rappresentato dal demoniaco Ahriman). Questo, vero o falso che fosse, è importante, perché la filosofia, in quanto pensiero critico, nasce appunto dalla e nella contrapposizione tra pensieri diversi, che pure devono essere ben conosciuti. E questo spiega pure perché la filosofia greca nasce non nel cuore dell’Ellade (Atene o Sparta), ma alla periferia, nella Ionia anatolica e nell’Italia greca, di fronte soprattutto a religioni e mitologie locali, come quella persiana, etrusca e fenicio-cartaginese.
Di notevole interesse per le teorie sulla responsabilità d’un delitto, il dialogo che egli ebbe con Pericle, su una vicenda che, nei giorni scorsi, si è ripetuta:
“10. Plutarch. Pericl. 36 (da Stesimbroto). Capitò nel pentatlo che un tale colpì involontariamente con un giavellotto Epitimo di Farsalo, e lo uccise; allora Pericle stette un giorno intero a discutere con Protagora chi, secondo il ragionamento più giusto, si dovesse ritener colpevole della disgrazia. Se il giavellotto o, piuttosto, il lanciatore o gli agonoteti [controllori dei giochi, addestratori]” [9].
Non illudiamoci di emarginare un tale dibattito, con l’aggettivo “sofistico” in senso deteriore.
Simili ragionamenti, che poi il pensiero giuridico romano erediterà e
farà propri con rigide classificazioni, prepara quella distinzione tra colpa, preteintenzione e dolo, formulata da Aristotele nella “Etica Nicomachea”, divenuta quindi patrimonio del Diritto romano e di quello canonico cattolico, e da lì giunta a noi nel Diritto penale.
Recentemente è successo un fatto analogo: il dibattito tra i due (ma
in un’altra versione c’era pure un terzo personaggio) mette in
discussione se l’incidente può essere ascritto al puro caso oppure al
cattivo addestramento, o ancora ad una volontà precisa. Oggi una cosa
del genere è facilmente risolubile, ma forse non lo sarebbe senza
quell’antico dibattito.
Già la filosofia, precedente questa fase, aveva formulato un primo abbozzo dell’idea di evoluzione della materia; già Talete, ritenendo l’acqua, il principio liquido, come origine di tutte le cose, pose le basi per la formidabile intuizione che nel mare si formassero tutti i viventi, il che fu approfondito ulteriormente da Anassimandro e, più tardi ancora proprio da Democrito, maestro di Protagora, col suo atomismo. Qui siamo di fronte ad un’evoluzione della materia intesa come aggregazione e disaggregazione degli atomi. Protagora, oltrepassando i limiti degli studi fisici, comincia a formulare un’idea di progresso culturale umano. Egli (ecco perché si parla del suo come illuminismo, oltre che umanesimo greco) vede nella cultura, nello studio, la base fondamentale del progresso dell’uomo, tanto come singolo quanto come società. Di lui non abbiamo frammenti riferiti ampiamente ad un progresso socio-culturale umano, ma è lo stesso Platone ad attribuirgli un interessante discorso nel dialogo “Protagora”, di cui riporto alcune parti:
“Plat. Protag. 320 c sgg (mito di Prometeo). Ci fu dunque un tempo che esistevano gli dèi, ma non le stirpi mortali.
Come giunse anche per queste il momento fatale della nascita, ecco che
gli dèi le plasmano… mescolando terra e fuoco… Al momento di trarle
alla luce, ordinarono a Prometeo ed Epimeteo di distribuire le facoltà applicandole convenevolmente a ciascuno… Ed ecco che ad alcuni esseri dava forza
senza velocità, mentre forniva di velocità i più deboli; alcuni
armava, altri faceva inermi, ma escogitando per loro qualche altro mezzo
di salvezza… E tutto il resto distribuiva, secondo una legge
d’equilibrio…
Ma ecco che Epimeteo, che era un po’ sciocco, senza accorgersene spese tutte le facoltà per gli esseri irragionevoli, mentre rimaneva ancora da fornire il genere umano… viene Prometeo a esaminare la distribuzione; e vede… l’uomo invece nudo, scalzo, senza giaciglio, senz’armi… Allora Prometeo, non sapendo più qual mezzo di difesa inventare per l’uomo, ruba la perizia tecnica di Efesto e di Atena
insieme col fuoco (ché separata questo, era impossibile a chiunque o
acquistarla o servirsene [formidabile argomento: non basta dare il mezzo
tecnico, occorre dare anche l’intelligenza, la razionalità, la capacità
intellettuale per usarlo, altrimenti è perfettamente inutile]) e la
regala all’uomo. In tal modo l’uomo ebbe sì la sapienza per la vita
pratica; ma non possedeva la sapienza politica, ché questa era presso Zeus… più tardi Prometeo, a quanto si racconta, dovette scontar la pena del furto. Dopo che dunque l’uomo divenne partecipe della condizione divina,
anzitutto, unico tra gli animali, credette negli dèi, ed ecco erigere
altari… Poi con l’arte ben presto articolò la voce in parole, e inventò
case, vestiti, calzari, giacigli e scoprì gli alimenti che ci dà la
terra… da principio gli uomini vivevano sparsi, perché non c’erano
città; sicché perivano uccisi dalle fiere…; e la perizia pratica…
era insufficiente nella lotta contro le fiere; ché non avevano ancora
l’arte politica, di cui la bellica è parte. Cercarono allora di
radunarsi… fondando città; ma quando facevano tanto di raccogliersi, si
facevano offesa tra loro… sicché di nuovo si disperdevano e perivano.
Allora Zeus, temendo per la nostra specie, che non andasse tutta in rovina, manda Ermes a portare agli uomini Rispetto e Giustizia,
perché fossero ordinatori della città e vincoli conciliatori di
reciproco affetto. Domanda Ermes a Zeus… ‘Debbo distribuirli come
furono distribuite le arti … o debbo darne a tutti?’ - ‘A tutti –
rispose Zeus – e che tutti ne partecipino; ché se solo pochi li
avessero come le arti, le città non potrebbero esistere. E fa’ pure
una legge a nome mio, che chi non è capace di accogliere in sé Rispetto e Giustizia, sia ucciso come peste della città” [10].
Questo mito platonico messo in bocca a Protagora è assai interessante, ma suscita alcuni problemi: quanto di esso appartiene al pensiero di Platone e quanto a quello di Protagora? Sicuramente, se lo stile è nettamente platonico, il contenuto è protagoreo. Infatti, Platone possiede una cultura nettamente aristocratica, rifiuta la democrazia,
e quindi non avrebbe accettato mai il principio che tutti debbano
essere forniti, in modo uguale o proporzionale, di determinate doti
intellettuali. Platone ritiene che la società debba
essere divisa in vere e proprie caste, sul modello egizio o, più
moderatamente, spartano. Non apprezza il sistema ateniese. Dunque,
l’idea democratica che tutti debbano esser forniti di cultura quale base
per una corretta convivenza tra singoli e gruppi, è certamente protagorea e di alcuni altri sofisti, sicuramente non tanto di Socrate,
più propenso se non alle caste, ad una distinzione di categorie sociali
e professionali, ad una specializzazione tecnica dei ruoli. Protagora,
viceversa, ritiene che tutti possano fare tutto, ma soprattutto che
tutti abbiano capacità intellettuali e morali, in grado di superare gli
antagonismi personali e collettivi.
Un altro problema si pone: ma non si era detto che Protagora
non credeva alla possibilità di conoscere il Divino? Come mai si rifà
al mito? Questo interrogativo si potrebbe risolvere o come stile tipico
di Platone (che cita miti in abbondanza, anche di sua totale invenzione per far capire, al modo delle parabole di Cristo, certi concetti difficili per le persone comuni), oppure che lo stesso Protagora, rivolgendosi a persone credenti nel politeismo del tempo, cerca di razionalizzare le loro convinzioni, le adotta come metodo di avvicinamento, ma le trasforma. Zeus, la Divinità suprema, visto il lavoro confuso di Epimeteo che si era dimenticato di fornire all’uomo ogni mezzo di difesa, visto l’aiuto un po’ truffaldino di Prometeo, che ruba doni tecnici come il fuoco [11], decide di far avere per mezzo di Ermes, messaggero degli dèi, ma anche dio dei mercanti e dei ladri, due princìpi per la fondazione della società umana: il Rispetto reciproco e la Giustizia,
ahinoi, ahinoi, tuttora ben lontani dall’essere realizzati, come
ciascuno può constatare nella vita quotidiana. E nondimeno come si
farebbe a non dare ragione a Protagora nel sostenere che una società, senza l’applicazione rigorosa di questi princìpi, non possa reggere?
Ora, sia pure con metodologie abbastanza diverse (eteroeducativa in Protagora, autoeducativa in Socrate), sia pure con la forte distanza sul piano dei rapporti con gli allievi (a pagamento ad opera di Protagora, gratuito da parte di Socrate), questi due uomini furono maestri essenziali di etica per quei tempi e nella società ellenica, un’etica non più legata al costume religioso, alla prassi consuetudinaria, ma al continuo confronto con la ragione e in modo critico, in modo da stabilire basi ben più solide nella coscienza e nell’effettivo comportamento. Ora, come mai ambedue vengono associati nell’accusa di corruzione dei giovani, ambedue processati ed ambedue condannati, sia pure - anche qui - con pene diverse? Il fatto curioso è che di Protagora abbiamo un maggior numero di frammenti e una più ampia esposizione del pensiero, ma non abbiamo nessun documento del processo. Di Socrate, al contrario, non abbiamo frammenti, citazioni dirette, ma solo ricostruzioni personali di due autori principali suoi ex-alunni; abbiamo tuttavia due versioni, quella platonica ben più bella per contenuto e forma, e quella senofontea, della sua “Apologia” ovvero discorso difensivo (arringa, si direbbe oggi, con parola però di origine germanica) davanti ai suoi accusatori e ai giudici .
ACCUSE E PROCESSO A PROTAGORA E SOCRATE
Tanto a Protagora, quanto a Socrate venne intentato un processo a causa di una presunta “corruzione dei giovani”.
Sgomberiamo subito il campo da una discutibile e rozza interpretazione
di tale accusa, secondo certi superficiali e confusionari interpreti
del pensiero soprattutto platonico: che questi due maestri venissero accusati di omosessualità o di forme di pedofilìa nei confronti dei loro alunni. In questo settore, di Protagora non si sa granché, di Socrate, con totali equivoci del dialogo “Simposio”, si pretende che egli avesse rapporti omosessuali, pur con moglie e figli. I Greci antichi, adoratori della bellezza fisica come segno esteriore di una bellezza morale e metafisica,
non disdegnavano avere rapporti d’ogni genere, non esaltavano o
propagandavano l’omosessualità, come oggi di moda, ma la tolleravano
notevolmente. Tolleravano pure la pedofilìa, soprattutto nei confronti
degli efebi (adolescenti). Ma di Socrate nulla si dice a questo proposito, anzi proprio nel dialogo “Simposio”, quando appare al banchetto Alcibiade [12], mezzo ubriaco, ne elogia la personalità, che paragona a quella di Sileno,
brutto e tozzo di fuori, ma bello e pieno di fascino interiore. Narra
anche, nel dialogo, di aver tentato di sedurlo, infilandosi nel suo
lettino, senza che Socrate desse segni di un qualche interesse, ma anche senza cacciarlo: “…
sappiatelo bene per gl’Iddii e per le Dee ch’io, dopo aver dormito con
Socrate, mi levai non altrimenti che se dormito avessi con mio padre o
mia madre” (Simposio, cap. 34 [13]).
Chiarito che il senso dell’accusa di “corruzione dei giovani” non concerneva l’aspetto sessuale, vediamo di che cosa potesse trattarsi, per capire poi la difesa di Protagora (indirettamente riportata) e quella di Socrate, nelle versioni di Platone e di Senofonte, il quale tuttavia limitò tale difesa nel senso che Socrate si vantò semplicemente, nel processo, di essere uomo ligio alle leggi. Il testo platonico è ben più articolato.
Una delle accuse fatte a Protagora, come a tutti i sofisti, e spinta avanti, non da Socrate, ma dal gruppo socratico,
fu quella di farsi pagare per le proprie lezioni. Come detto, non si
sa se tale rimprovero divenne un’accusa formale, ma lo si può ritenere
probabile. Secondo Senofonte: "Xenoph. Mem. 6, 13. Perché
se uno vende la sua bellezza per denaro a chiunque la desidera, lo
chiamano prostituto;… e analogamente, quelli che vendono per denaro la
sapienza a chiunque, vengon chiamati sofisti, che è quanto dire
prostituti. Xenoph. Cyn. 13, 8. I sofisti parlano
per trarre in inganno, e scrivono per il loro guadagno, e non giovano in
nulla a nessuno; né v’è alcuno di loro né vi fu mai che sia ‘sofo’ [un
vero sapiente] , ma ognuno si contenta d’esser chiamato sofista, il
che, presso la gente assennata, suona come un’ingiuria. Raccomanda di
guardarsi dagl’insegnamenti dei sofisti, e invece, di tener in gran
conto i ragionamenti dei filosofi “ [14].
Vediamo: tanto Platone, quanto e forse più Senofonte ci tengono a distinguere Socrate dai sofisti, proprio per difenderne la memoria, rispetto alla tradizione calunniosa affermatasi contro la corrente illuministica ed umanistica,
che comprende se non altro la parte migliore di tutti questi pensatori e
maestri di arte dialettica e retorica, oltre che di filosofia in senso
più generale. Senofonte, ma anche Platone rimproverano Protagora ed altri di farsi pagare: Senofonte, mettendolo in bocca al suo “Socrate”,
parla addirittura di prostituzione. E’ facile sottolineare come
l’accusa fosse del tutto infondata: intanto, non risulta che Protagora
ed altri si facessero pagare per i loro insegnamenti filosofici, ma
piuttosto per l’arte dialettica, soprattutto in sede politica e forense.
I maestri del tempo come altrimenti facevano a vivere ? E lo stesso Socrate,
di cui pur si faceva vanto che non si facesse mai pagare (del resto, è
ovvio: diceva di nulla conoscere…), come viveva: aveva un lavoro? Non
risulta, risulta dallo stesso Senofonte che la moglie Santippe,
arrabbiatasi un giorno perché non le aveva portato né soldi né cibo,
gli gettasse in testa un vaso da notte pieno, da cui il detto “memorabile”: “Tanto tonò finché piovve”. Eppure, come dimostrano i dialoghi che ne descrivono la morte, Santippe amava Socrate, e non meno i numerosi figli. Probabilmente quindi Socrate
viveva di doni ed omaggi in natura, vi era chi, non pagandolo in denaro
sonante, però gli forniva direttamente il necessario. Egli poi spesso
era invitato a cena. Qui l’accusa di farsi pagare, e quindi di
prostituire il proprio pensiero, da parte dei sofisti
(uomini il cui pensiero risulta viceversa assai libero, e poco propenso a
ripetere affermazioni a comando), appare in generale, o almeno nel caso
dei migliori, del tutto inconsistente. Lo stesso Platone, ad esempio, mette in bocca a Socrate, questo elogio di Protagora:
“8. PLAT. Men. [Menone] (Socrate ad Anito): - Io so d’un uomo, Protagora che ha guadagnato lui solo più danari con questa scienza (la sofistica), che non Fidia, le cui belle opere sono così celebri, e dieci scultori insieme… PLAT. Men. 91 E.
Ma intanto di Protagora, nessuno in tutta quanta la Grecia s’è acccorto
che guastava i discepoli e li rimandava peggiori di come li aveva
ricevuti: e questo, per più di quarant’anni ! … E in tutto questo
tempo fino ad oggi la sua celebrità non è mai venuta meno” [15].
Ancora Platone fa dire allo stesso Protagora: “5. PLAT. Protag. 317 a (la scena nel 431 circa; parla Protagora). Io dunque ho preso la via del tutto opposta (a quella dei sofisti camuffati da poeti, iniziati, ginnasti, musici, ecc.) e convengo d’essere sofista, e di educare gli uomini… PLAT. Protag. 317 c. E
sì che da moltì anni sto nell’arte; perché ne ho parecchi addosso -
né v’è alcuno tra voi, al quale non potrei, quanto a età, essere padre… PLAT. Protag. 318 A.
Ragazzo mio, se tu frequenterai la mia scuola, già il primo giorno che
verrai, potrai tornartene a casa migliore; e il giorno dopo lo stesso; e
così ogni giorno potrai progredire verso il meglio… PLAT. Protag. 318 E Gli
altri rovinano i giovani; sfuggiti questi alle scienze speciali, li
riconducono loro malgrado e li ricacciano alle scienze speciali,
insegnando loro e calcolo e astronomia e geometria e musica (e qui diede un’occhiata a Ippia [altro celebre sofista]);
mentre chi vien da me, non altro studierà se non quello per cui viene.
Materia di questo studio è un retto discernimento tanto nelle cose
domestiche – quale sia il miglior modo di amministrare la casa – quanto nelle politiche – in che modo si diventa abilissimi al governo, sia con l’opera, sia con la parola [il neretto è mio: ci vorrebbe oggi un Protagora, visti i pessimi governanti che abbiamo da alcuni decenni]…” [16].
Stando dunque a questo riferimento, lo scopo di Protagora è la formazione del buon padre di famiglia, economo nella propria casa, e dell’ottimo politico. Ovviamente con metodi e con un’impostazione critici e razionali che per i tempi parevano, ai tradizionalisti greci, soprattutto ateniesi, rivoluzionari e dunque pericolosi. Infine, sull’onorario, Platone fa dire allo stesso Protagora quanto segue: “6. PLAT. Protag. 328 B (Protagora): - E perciò anche la faccenda dell’onorario l’ho regolata in questo modo: dopo che uno ha sentito le mie lezioni, se vuole paga la somma che io chiedo: se no, va in un tempio, giura. E quanto afferma che valga il mio insegnamento, tanto vi depone. (Aristot. Eth. Nic. K 1)” [17].
Tanto poco interessato al denaro, pur ricevendolo e richiedendolo, appariva Protagora, è dimostrato dal fatto che, se la somma richiesta non era accettata, egli si faceva valutare con giuramento in un tempio e il valore corrispondente veniva dato in beneficenza o simile. Quanto riportato e riferito da suoi avversari, dimostra a mio parere che l’accusa di farsi pagare per le sue lezioni, forse portata in tribunale come sembrerebbe indirettamente dal continuo confronto fatto dai socratici col comportamento diverso di Socrate, non aveva consistenza, né morale, né giuridica. Resta dunque in sostanza da chiedersi: perché fu condannato all’esilio e i suoi non pochi libri interamente distrutti con un rito che poi si ritroverà anche in pieno Cristianesimo e con le varie S. Inquisizioni anche protestanti? il motivo, come risulta, fu essenzialmente di natura poltico-religiosa: aveva messo in dubbio non tanto l’esistenza degli dèi, quanto la possibilità che fossero conosciuti dagli uomini. La motivazione viene così esposta dal filosofo scettico Sesto Empirico, anche sulla base della testimonianza di Timone Filasio: “12. Sext. Emp. Adv math [Contro i matematici, soprattutto gli astrologi - 18] IX 55 – 56. S’accorda con costoro (cioè gli atei Evemero, Diagora, Prodico, Crizia [19]) anche Teodolo l’ateo, e, secondo alcuni, anche Protagora di Abdera… per aver scritto testualmente così: ‘Riguardo agli dèi, non posso affermare né se sono, né di che natura sono; perché molte sono le cose che me l’impediscono’. A cagione di ciò gli Ateniesi lo condannarono a morte; riuscito a fuggire, fece naufragio e morì per mare. Allude a questa storia anche Timone Filasio nel Secondo Libro dei ‘Silli’ (fr. 5 Diels):
<al primo di tutti i sofisti, di prima e di poi>,
di bella voce, d’acuto versatile ingegno, a Protagora.
Ma in cenere vollero ridurre i suoi scritti, perché
Scrisse di non sapere, di non poter comprendere
Gli dèi, chi sono, come, e quali sono,
massima cura avendo d’un imparziale giudizio.
Non gli valse, e la fuga cercò, per non bere anche lui
La fredda bevanda di Socrate e scendere all’Ade… “ [20].
di bella voce, d’acuto versatile ingegno, a Protagora.
Ma in cenere vollero ridurre i suoi scritti, perché
Scrisse di non sapere, di non poter comprendere
Gli dèi, chi sono, come, e quali sono,
massima cura avendo d’un imparziale giudizio.
Non gli valse, e la fuga cercò, per non bere anche lui
La fredda bevanda di Socrate e scendere all’Ade… “ [20].
Sarebbe assai errato credere che l’intolleranza religosa fosse nata solo con l’affermarsi del Cattolicesimo, o, prima ancora, del Mosaismo. Questa intolleranza colpiva già nella pur “democratica” Atene, come più tardi nell’Impero Romano. Perché già allora la religione era vista come strumento di comando e di ordine costituito,
quindi non già solo il negare l’esistenza della divinità era
considerato pericolo di disordine sociale, ma pure il metterla in
dubbio. Eppure, anche in questo Protagora prelude a Kant, non solo perché vide nell’intelletto umano il limite della conoscenza,
ma anche per il rifiuto ad esprimere certezze nel merito dell’esistenza
di Dio, e, come ben si sa, il re di Prussia costrinse per diversi anni Kant a non scrivere nulla di religione appunto per il suo agnosticismo. Kant eseguì, Protagora invece dovette scegliere, come più tardi Socrate,
tra l’esilio e la cicuta (bevanda ricavata da una pianta velenosa che
paralizza la circolazione del sangue, progressivamente dai piedi al
cuore. Quando arriva al cuore ovviamente c’è la morte), una pena di
morte sostanzialmente “dolce” rispetto a forme ben peggiori
d’allora e quelle inventate poi, e che lascia al condannato una certa
dignità materiale, come avvenne appunto a Socrate. Protagora preferì l’esilio (qualcuno parla, invece, di fuga), ma la sorte fu forse più terribile per Protagora
che, partendo per la Magna Grecia, morì in un naufragio. Così finì una
delle maggiori menti del tempo antico, contemporaneo ma più anziano di
dieci anni, di Socrate, ed anteriore a Platone ed Aristotele, insieme a Gorgia ritenuto il maggiore dei “sofisti” (ma, ripeto, meglio sarebbe definirli umanisti ed illuministi, o razionalistico-critici).
Plutarco, nelle sue “Vite Parallele”, scelse di confrontare singoli personaggi greci con singoli personaggi romani, generalmente nell’intento, non troppo scoperto, di sostenere che i secondi, per quanto simili, fossero migliori dei primi. Avrebbe potuto scegliere, viceversa, di confrontare tra loro personaggi greci e personaggi romani separatamente. In questo caso, sono convinto che avrebbe potuto parlare di Protagora e di Socrate appunto per le loro somiglianze e differenze. Ora espongo con larghe citazioni quella che fu “L’Apologia” di Socrate nella versione platonica, quindi la sua decisione finale di preferire la morte all’esilio o alla fuga, per la virtù dell’esempio da dare ai giovani: il rispetto assoluto verso le leggi, anche se ingiuste, e la fermezza nel non rinunciare mai alla propria coscienza. Chi, viceversa, rimarrà nell’infamia della storia furono, oltre ai suoi farisaici accusatori Anito, Meleto e Licone, soprattutto i suoi giudici, gente nemica della verità e dell’onestà per professione.
Carlo Carena nella Premessa all’ “Apologia” scrive : “L’anno 399 A.C. fu presentata all’arconte re l’accusa di empietà contro Socrate, in questi termini: ‘Accusa mossa e giurata da Meleto figlio di Meleto del cantone di Pitto contro Socrate figlio di Sofronisco, da Alopece. Socrate commette reato non credendo negli dèi in cui crede la città e cercando d’introdurre nuove divinità; commette anche reato corrompendo i giovani. Pena, la morte.’ Dietro Meleto stavano un ricco industriale, Anito, e uno screditato demagogo, Licone…” [21].
Il documento citato dal Carena era ancora reperibile presso l’Archivio del Tempio di Cibele, ad Atene, come testimonia un certo Favorino, secondo quanto riportato da Diogene Laerzio; rivela anche come venissero presentate le denunce con rito assolutamente accusatorio ad Atene. L’accusa è del tutto vaga e generica, e nessuno oggi la prenderebbe sul serio, vista la sua indeterminatezza. Allora, invece, venne accettata da un magistrato dell’Eliea, una sorta di corte popolare, quindi discussa nei testi di querela ed opposizione, ancora sentite le testimonianze. Poi vennero ascoltati accusatori e accusato, il quale non risulta avere avuto avvocati. E’ altresì interessante rilevare che, se ancora nel II secolo D. C., era consultabile l’accusa, nessun atto invece doveva essere rimasto della difesa, in quanto sarebbe stato l’unico documento scritto di pugno da parte di Socrate. Il motivo di questo è certamente oscuro, ma denota anche qui la tipica violazione di una procedura che pure doveva essere prevista, oppure che lo si volesse cancellare anche nel pensiero. Ed ora sentiamo Socrate, come descritto dalla penna di Platone:
“…
se ho da dire, essi non han detto nulla di vero. Ma delle molte loro
menzogne ne ammirai massimamente una, questa; dissero che a voi bene
conveniva guardarvi non foste tratti da me in inganno, perciò che sono
terribile dicitore… questa mi parve la loro maggior impudenza: salvo
che non chiamino terribile dicitore uno che dice il vero… udirete cose
dette senza niuno studio, con quelle parole che vengono, ma giuste, io
credo; e niun di voi si aspetti altro da me… Dunque
ripigliamo da principio. Che è l’accusa, dalla quale m’è nata la
calunnia, e alla quale prestando fede scrisse la querela sua Meleto? E
che mai dicendo mi calunniarono i calunniatori? Via essendo accusatori
essi, la loro querela giurata conviene che la legga. Eccola: ‘Socrate
fa rea opera, e temeraria, cercando le cose sotto terra e quelle su in
cielo, e le più deboli ragioni facendo più forti, e questo insegnando
agli ‘altri’. – Su per giù così ella dice… nella commedia di Aristofane [è interessante notare come i contemporanei vedevano Socrate né più né meno che come un sofista, raffigurato viceversa da Platone e Senofonte tutto all’opposto] …
voglio che vi contiate l’un l’altro quanti mi avete udito ragionare…
se mi ha udito mai alcuno o poco o molto ragionare di cose simili… e se
avete mai udito che io mi provo a educare uomini e fo danari, né anche
questo è vero… come Gorgia il Leontino, o Prodico di Ceo, o Ippia di
Elide [tutti considerati sofisti dei maggiori] … mi glorierei anch’io ed inorgoglirei, se sapessi; ma io non so, Ateniesi [dopo aver ricordato l’oracolo della Pizia, nel tempio dell’Apollo di Delfi, la quale aveva asserito essere Socrate
il più sapiente di tutti, appunto perché riconosceva la propria
ignoranza delle cose, mentre molti altri ritengono di essere
sapientissimi, ma nulla sanno realmente] … Or da questi esami mi son nate molte inimicizie [mettendo a nudo col suo metodo maieutico appunto l’ignoranza dei presuntuosi], e
molte aspre e fierissime, fra l’altre questa: ch’ei mi chiamano
sapiente… No, cittadini, quel che pare è questo: sapiente davvero
essere Iddio, e volere Egli dire per quell’oracolo che la sapienza umana
vale poco o nulla… Oltre a ciò, i giovani che s’accompagnano meco…
udendo esaminare gli uomini, godono, e molte volte fra loro provano
d’imitare me, e poi si mettono a esaminare gli altri… e [i suoi nemici] dicono
che ci è un certo Socrate, scelleratissimo uomo, che guasta i giovani…
dicono quel che si è soliti dire contro tutti i filosofi: che insegna
le cose del cielo e le cose di sotto terra, e a non credere negl’Iddii,
e a fare diritto il torto: perocché la verità credo che non la
vorrebbero dire, che si sono palesati persone che presumono di sapere,
non sapendo nulla… Meleto in collera per ragion dei poeti, Anito per
gli artefici e i politici, e Licone per gli oratori… Qua a me, Meleto:
di’, non ti sta assai a cuore che divengano buoni, quanto si può, i
giovani? - A me, sì – Via, di’ a costoro chi li fa migliori [abbiamo visto la stessa espressione in bocca a Protagora: rendere migliori gli alunni]. Lo
dèe sapere, se ti sta a cuore, dacché trovato hai, come tu di’, chi li
guasta, e me trai al cospetto di costoro, e me accusi. Via, chi li
migliora? Mostralo: chi è? Meleto, tu taci, e non sai che dire. E
non ti pare brutta cosa? E non ti par sufficiente prova di quel che
dico io, che dei giovani non te ne sei curato niente? Ma di’, o buono
uomo, chi li migliora? – Le leggi - Ma non dimando questo… ma sì chi
prima conobbe ancora questa medesima cosa, le leggi- - Costoro, o
Socrate, i giudici… Tutti? o alcuni di loro... ? - Tutti…” [22].
Qui il dibattito si fa vivo: Socrate attacca con le sue domande terribili, mostrando l’inconsistenza, sia delle motivazioni di Meleto, che è trascinato nel vortice delle definizioni, sia dei restanti accusatori. Citare tutto sarebbe piuttosto complesso: Socrate prova che Meleto parla senza cognizione di causa, né mai si è occupato di educazione o istruzione dei giovani. Non ha dunque la competenza per dire quando si educano o si diseducano gli allievi. Meleto è costretto ad affermare ridicolmente che tutti gli Ateniesi sono bravi educatori, salvo Socrate stesso, il che ovviamente non regge. Contro Anito e gli altri, Socrate esprime quella che ritiene la propria missione, a cui lo spinge il dèmone interiore, una sorta - per usare un linguaggio freudiano – di Super-Io, una voce intima che gli impone di agire come agisce. Nel discorso, spesso Socrate invita il pubblico alla calma e all’ascolto, perché spesso i suoi atteggiamenti e toni, che diventano sempre più provocatori, li fa rumoreggiare, protestare o forse anche ridere, come spesso avviene in tali occasioni.
“… nol lascerò sì tosto, non me ne andrò via, ma lo interrogherò, lo esaminerò, ed iscruterò; e se mi pare ch’ei non possieda la virtù, pur dicendo di sì, lo riprenderò… Ché sappiate, questo mi comanda l’Iddio; e io credo che niuno maggior bene abbia la città vostra, che questo ministerio che fo all’Iddio, questo mio andare attorno non facendo altro che confortar voi, e giovani e vecchi… E soggiungerei: - Ateniesi, diate retta ad Anito, o no; mi assolviate o non mi assolviate; io non farò altrimenti, né anche se molte volte io avessi a morire. Non rumoreggiate, Ateniesi… state quieti a udire come vi ho pregato; ché, udendo, penso che ne riceverete giovamento… sappiate che se ucciderete me… più che me danneggerete voi medesimi. A me non farebbe niuno danno né Meleto, né Anito; ché non potrebbero… non è lecito che il più buono possa essere danneggiato dal più tristo [questa è la dottrina morale che Platone attribuisce a Socrate: il male, che è compiuto per ignoranza del Bene, danneggia più chi lo compie di chi fisicamente deve subirlo]… Dunque , io non difendo ora me per me, come penserebbe alcuno, ma per voi; acciocché condannando me, non pecchiate contro il dono di Dio. In vero, se mi ucciderete, non vi sarà agevole cosa (la dirò anche se fa ridere) trovare un altro come me, messo da Dio addosso alla città, come addosso a grande e generoso cavallo, ma… un poco sonnolento… - … gli accusatori, pur accusandomi di tante altre cose spudoratamente, non hanno avuto tanta spudoratezza da addurre testimoni che io abbia patteggiato mai o dimandato mercede [si risente qui la polemica platonica e senofontea contro l’interesse pecuniario dei sofisti]. Ma io un buon testimone credo di avercelo… la povertà. Ma parrà strano che io dia consigli in privato… La cagione l’avete da me udita molte volte: cioè, ch’ei m’avviene un che di divino e demonìaco… come disse… anche Meleto… Ed è una cotal voce che, sin da fanciullo, sento io dentro. E tutte le volte che io la sento, mi svolge da quello che son per fare: sospingere, non sospinge mai. Ella mi si oppone che non metta mano nelle cose della città; e mi par che a ragione… se da un pezzo ci avessi messo mano, da un pezzo sarei morto…” [23].
Chiarito
dunque che egli sente questa forza interiore non per smania di potere
ma tutt’altro, per un puro fatto di coscienza, spingere i propri
concittadini a migliorare se stessi per sé e per la vita politica, Socrate ricorda anche sue esperienze precedenti nell’amministrazione, quale Pritano, ed elenca molti testimoni in suo favore del rischio che corse sotto il dominio (imposto dagli Spartani) dei Trenta Tiranni. Conclude la prima parte del discorso ricordando (e dovremmo ricordarlo tutti) che: “…né mi par giusto il pregare il giudice, né pregando procurar suo scampo, ma sì informare e persuadere lui… non per cotesto [pregare] siede
il giudice, per dispensare graziosamente i diritti, ma sì per giudicare
di quelli, e giurò egli di non favoreggiare chi a lui paresse, ma sì
di sentenziare secondo le leggi… “ [24].
L’ottusa
giurìa lo giudicò colpevole. Ma restava ancora da decidere o scegliere
la condanna. Ormai sapendo che la partita era perduta, Socrate comincia a farsi beffardo, e ciò aggraverà ulteriormente la condanna : “… anzi mi meraviglio assai del numero
[280 votarono a favore della condanna, 220 contro; nondimeno per la
condanna decisiva i suoi nemici aumentarono ulteriormente, probabilmente
proprio per il tono beffardo che Socrate assunse] di
voti dell’una e dell’altra parte… se soli trenta voti fossero caduti
giù nell’altra urna, scampava io. Ma, anche così, da Meleto sono
scampato…; se non fosse montato quassù Anito e Licone, ei doveva pagar
mille dramme, per non aver avuto la quinta parte dei voti [era una sorta di misura fiscale per gli accusatori, che non raggiungevano voti sufficienti dalla giurìa]. Colui vuole dunque la mia morte? Sia. Ma che pena mi assegnerò da me, Ateniesi? [come era avvenuto per Protagora o altri, la legge prevedeva che il condannato proponesse una pena alternativa: qui Socrate ridicolizza l’intera giurìa, il che peggiorerà la sua posizione]. E’
chiaro, quella che merito… Adunque, quale pena merito io, se sono
così’ non pena, ma premio…. E un premio che mi convenga. E che si
conviene a povero e pur benefico uomo…? Nulla è più che si convenga,
come l’essere cotale uomo nutricato nel Pritanèo; molto più che se
alcun di voi con cavallo o biga o quadriga vinto avesse nei giochi
olimpici [qui Platone mette in bocca a Socrate un concetto già espresso dal rapsodo e filosofo Senofane, commentatore di Omero, di critica al culto sportivo degli antichi Greci: Socrate
ribadisce che vale molto di più la formazione critica della ragione
umana che non l’addestramento fisico e muscolare. Egli dunque va
premiato e non punito, e messo al posto dei ben pasciuti atleti di
Atene. Come si vede, in oltre venti secoli le cose non sono poi granché
cambiate sotto questo aspetto] …io sono persuaso che mai ho fatto
torto a nessuno volontariamente… E per paura di che? Che non riceva la
pena che vuol Meleto, la quale, dico, non so se è male né se è bene, e
per scegliermi in cambio qualche pena, la quale so essere male davvero.
E quale? La carcere? E perché devo vivere in carcere, sommesso al
magistrato, agli Undici? Danari, forse? E stare in ceppi insino a che
non avrò pagato? Ma gli è il medesimo… Mi condannerò all’esilio?… E poi
la bella vita che farei io, a questa età, tramutarmi sempre d’una città
in altra, sempre cacciato via?… [ancora, Socrate,
sempre beffardo, propone di pagare una mina d’argento come multa
proposta da altri. Alcuni suoi amici ed alunni, tra cui lo stesso Platone, propongono trenta mine. Nondimeno, venne condannato a morte. Non cessa Socrate
tuttavia dallo sfidare giudici e giurati, ringrazia chi ha votato per
la sua assoluzione e poi conclude la lunga orazione con quel sublime
concetto, secondo cui subisce più il male colui che lo compie, che non
chi debba riceverlo] … Ma già ora è di andare: io, a morire; voi a vivere. Chi di noi andrà a stare meglio, occulto è a ognuno, salvoché a Dio” [25].
E’ bene, si chiede per l’ultima volta Socrate
(ma ripeterà la questione anche nel carcere in attesa della morte,
prima e dopo aver preso la cicuta), vivere servilmente obbedendo agli
ordini ingiusti, fare i comodi propri ed altrui, oppure affrontare
impavidamente la morte per un proprio ideale e per un fatto di
coscienza? E’ migliore una vita da schiavo o la morte da uomo libero (libero soprattutto nella propria coscienza)? Di fatto Socrate non ha dubbi in questo, e cerca di farlo capire a tutti i suoi interlocutori. Egli, ben lungi dall’essere uno scettico e neppure un agnostico in merito all’idea di divinità, ne esprime un concetto etico-logico non legato alla tradizione, una Divinità impersonale,
non fisica, non corporea, che agisce nell’intimo degli uomini e che ne
indirizza la coscienza, qualcosa che persone comuni, non avvezze alla
filosofia, non potevano allora (e forse neppure oggi) comprendere.
Uomini ottusi, nemici della ragione, nemici di quella coscienza che è
insieme razionale e morale, che deve essere presente in ciascuno di noi,
agli amanti del successo, proni alla forza, non potevano
lontanamente capire un uomo simile: per questo lo condannarono a morte,
elevandolo involontariamente all’immortalità di una giusta e incrollabile Fama.
E questo avviene sempre, o molto spesso, quando il giudizio si fonda
solo sull’obbedienza cieca ad un potere, che ciò avvenga per proprio o
per altrui interesse, ma non per l’interesse o le esigenze della
collettività umana nel suo complesso. Non di giudici o di giurati burocrati ed ottusi ha bisogno l’umanità, ma di menti pensanti e di coscienze libere.
Ragioni
di tempo mi impediscono di approfondire un discorso che meriterebbe
certo ulteriori approfondimenti, né mancherà per altri eventi storici
l’occasione di farlo. Qui mi limito ad esporre le motivazioni per cui Socrate
rifiuta anche la possibilità di fuggire, che del resto aveva già
osservato nell’autodifesa. Anziano, con moglie e figli, come poteva
girovagare nel mondo, senza denaro, senza aiuti? Meglio dunque una
morte affrontata con serenità e fermezza, che non una misera vita da esule. Nel testo citato, è riportato l’ultimo discorso di Socrate ai suoi allievi: il “Critone”, suo amico, che gli propone la fuga. A lui, Socrate obietterà che egli non deve disobbedire le leggi, né far del male ai suoi incolpevoli carcerieri; nel “Fedone”
si parla di lui dopo la morte e la calma con cui affrontò il blocco
progressivo della circolazione sanguigna, dai piedi al cuore.
“…
Dunque, essendo noi di accordo in questo, rimane a considerare se è
giusto ch’io tenti di uscire di qua, non dandomene gli Ateniesi la
licenza; ovvero se non è giusto. E caso che ci paia giusto, tentiamo;
se no, lasciamo stare. Perché quell’altre considerazioni, la spesa, il
vociare della gente, i figliuoli che non c’è modo di camparli, son
buone, bada, per codesto volgo leggero, che ti uccide senza una ragione
al mondo, e ucciso che t’ha, senza una ragione al mondo, potendo ti
revocherebbe a vita [Socrate rileva le
contraddizioni della gente comune che ti odia fino ad ucciderti, e poi
pentita vorrebbe farti risuscitare. Gli argomenti di questa gente non
sono idonei alla filosofia] ... Ma noi, guarda se piuttosto non
ci convenga esaminare, dacché così richiede la ragione, se noi operiamo
giustamente pagando con danari…; ovvero se iniquamente… [a questo punto, Socrate, personificandole, fa parlare le stesse leggi e i cittadini] …
Considera appresso: rompendo questi patti, macchiandoti di tale
peccato, qual bene procaccerai a te e ai tuoi amici? Che tu metterai i
tuoi amici nel pericolo d’essere sbandeggiati [messi al bando, cacciati essi stessi], o
di esser privati di tutte le loro sostanze, è chiaro quasi. Quanto a
te, poi, se ti rifuggirai in alcune delle città più vicine, come Tebe o
Megara (ché si reggono con buone leggi tutt’e due), tu entrerai
là come un ch’è nemico del loro reggimento. E quelli che hanno a cuore
la città, ti guateranno con occhio bieco, immaginandosi che tu sii un
corruttore delle leggi; e raffermerai nell’animo de’ giudici la
credenza che abbiano giudicata la tua lite rettamente… - … Dunque, Critone, lascia stare: andiamo pure per questa via, che è quella per la quale ci mena Iddio”. [26].
Socrate sostiene: non solo a Megara o Tebe, città rette da buone leggi, ma anche in Tessaglia o Tracia, dove i costumi sono meno regolati, egli non si troverebbe mai bene. Le Leggi, personificate, gli indicano un futuro triste ed umiliante per lui, meglio è dunque affrontare la morte così come è stato deciso. Socrate non sembra porsi il problema se la legge sia giusta o ingiusta, come pur fece Antigone, e che alla legge ingiusta non si debba obbedire, anche a rischio della morte. Egli, proclamandosi ignorante di tutto, è, del resto, perfettamente coerente con se stesso. Egli non potrebbe affermare quando una legge sia giusta o ingiusta, La legge, e qui Platone si accosta a quello che viene chiamato formalismo giuridico (da intendersi però in Socrate come obbedienza morale alla legge, piuttosto che come cieca adesione alla stessa: del resto, il fatto di non voler rinunciare al suo metodo maieutico e critico dimostra che c’è in lui una certa contrapposizione alla legge stessa: se fosse stato un puro formalista in senso deteriore, un “fariseo”, un ipocrita, avrebbe rinunciato, non si sarebbe più accostato agli altri esigendo da loro la definizione di concetti generali, piuttosto che discorsi eleganti), deve essere obbedita sempre, anche quando ingiusta o assurda. Un tema capitale in tutta la storia e filosofia del Diritto.
N O T E
[1] Riportato da: Margherita Isnardi Parente in “Sofistica e Democrazia antica”, ed. Sansoni (Firenze, 1977), pag. 76 – 77.
[2] Cfr. il dialogo “Protagora” di Platone.
[3] Molti scritti, dell’antichità e primo Medioevo, vengono attribuiti a personaggi celebri, che poi non risultarono essere quelli, per cui spesso troviamo questo “pseudo” davanti ad un nome proprio. Nel caso specifico, l’Anonimo teorizza, analogamente al pensiero socratico, il rispetto dovuto alla Legge, sia per origine divina, sia quale elaborazione di uomini saggi. Troviamo qui una contrapposizione tra Natura e Legge tipica della filosofia politica e giuridica degli antichi Greci, quale ad esempio si ritrova nella celebre tragedia “Antigone” di Sofocle, dove Antigone, violando l’ordine umano e tirannico di lasciare insepolti i due fratelli, invece li seppellisce ed affronta impavida la morte. Per Sofocle, così come fa parlare Antigone, esiste una Legge divina, vera, antica, che va eseguita, mentre quella degli uomini e dei tiranni è spesso falsa, crudele, ingiusta, e non va eseguita. Una tale dottrina deriva appunto dalle concezioni di alcuni Sofisti.
[4] Ne riparlerò trattando, alla prossima occasione della “congiura” di Catilina, e il conseguente dibattito senatoriale che ne derivò.
[5] Mentre Trasimaco, Ippia, Crizia ed altri personaggi, spesso citati da Platone o da successivi storici, sostenevano che era più corrispondente a natura la tirannide, in quando il più forte dominava con pieno diritto tutti gli altri, l’Anonimo ribatte con estrema sagacia: “Se tra gli uomini ne sorgesse uno di natura tale da possedere originariamente doti eccezionali di immunità da malattie, invulnerabilità, resistenza a offese, forza straordinaria, sì da esser quasi d’acciaio nel corpo e nell’anima, forse si potrebbe credere che ad un uomo del genere potesse bastare il proprio potere, fondato su una tal superiorità agli altri (un tale individuo potrebbe godere di immunità anche non sottomettendosi alle leggi); ma tale opinione non sarebbe giusta. Ammettendo pure che vi sia un uomo simile... questi… non potrebbe riuscir vincitore se non alleandosi con le leggi, e sostenendole, e valendosi della sua forza a loro beneficio… non certo operando in senso contrario. Potrebbe infatti bastare che tutti si unissero insieme come comuni nemici contro un uomo di tal natura in difesa del giusto regime, ed ecco che la massa del popolo, superiore a uno solo, riuscirebbe ad avere ragione di lui con l’astuzia o con la dorza. Appare così che la stessa forza, proprio in quanto è forza, si salva in virtù della legge e della giustizia. Anche la tirannide, ch’è male tale e sì grande, non nasce da altra causa se non dall’illegalità… Stolto è chi crede che un re o un tiranno abbia origine da qualcos’altro che non sia l’illegalità o la sfrenata ricerca di superiorità: quando tutti si volgono alla malvagità, è proprio questo che avviene, perché non è possibile che gli uomini vivano senza legge e senza giustizia…” (In “Sofistica e democrazia antica”, cit., pagg. 75 – 76. Cfr. anche Anonimo di Giamblico “ La Pace e il Benessere” - Idee sull’economia, la società e la morale), ed. it. BUR, (Milano, 2003), a cura di Domenico Musti, testo greco a fronte, traduzione it. e commento critico di Manuela Mari.
[6] “Ilìade”, Libro II. Interessante il punto in cui Ulisse, rivolgendosi ad Agamennone, dice che è assurdo affidare ai molti la decisione sulla guerra, nascendone solo confusione. “Omero” affida, dunque, ad Ulisse un discorso favorevole alla monarchia assoluta, mentre l’Anonimo di Giamblico è assolutamente nemico di qualunque regime monocratico. Pur, dunque, teoricamente di molto anteriore, il discorso di Ulisse nel Libro II parrebbe quasi una risposta al discorso dell’Anonimo.
[7] Aristofane, “Le Nuvole”, ed. it. Arnoldo Mondadori, Fondazione Lorenzo Valla, Milano 2002, a cura di Giulio Guido Rizzi, trad. di Dario Dal Corno, testo greco a fronte, pagg. 13 – 15. Di Socrate, si parla anche, ma non come personaggio, ne “Le Rane” dove si dice:
“E’ bello non fare chiacchiere
seduti insieme a Socrate,
spregiando la poesia [anche Platone, pur poeta altissimo nella descrizione dei suoi miti, valutava negativamente la poesia]
e trascurando i sommi princìpi dell’arte tragica.
Con discorsi solenni
e insulse futilità
passare inerti il tempo
è da uomo dissennato “ -
Aristofane, “Le Rane”, a cura di Dario Del Corno, ed. Arnoldo Mondadori, Fondazione Lorenzo Valla (Milano, 2000), testo greco a fronte pag. 149.
[8] “I Presocratici. Testimonianze e Frammenti” , ed. Laterza (Bari, 1986), vol II, pag. 876. Da quest’opera traggo larga parte delle citazioni su Protagora.
[9] ibidem, pag. 879.
[10] ibidem, pagg. 899 – 901.
[11] Del furto del fuoco donato agli uomini, Prometeo, secondo la mitologia greca, venne punito, incatenandolo ad una roccia del Caucaso, dove ogni giorno veniva un unccello rapace a divorargli il fegato; solo Ercole poi riuscì a liberarlo.
[12] Alcibiade fu uno dei maggiori generali dell’esercito ateniese, durante la guerra civile (detta Peloponnesiaca) tra Sparta ed Atene, passato per un certo periodo con gli Spartani essendo stato cacciato in esilio, pur evidentemente per sua dichiarazione (nel dialogo citato) non disdegnando rapporti omosessuali, era anche un gran seduttore di donne, e penetrava talvolta nei ginecei travestito da donna per raggiungere il suo scopo. Lo descrive Plutarco nelle sue “Vite parallele” tra celebri personaggi greci e personaggi romani.
[13] Nel dialogo, in realtà, si narra di una serie di tentativi di Alcibiade per riuscire ad avere un rapporto intimo con Socrate, sempre vanamente: ciò è largamente spiegato nei capitoli da XXXII a XXXVII. Ricorda, sempre in sua lode, il coraggioso comportamento di Socrate che portò in salvo un amico ferito durante la battaglia di Potidea (cfr. Platone “Dialoghi” ed. Einaudi, trad. it., a dire il vero un po’ antiquata e con stile toscaneggiante, di Francesco Acri, Torino, 1970, pagg. 337 - 344, in particolare sui tentativi di seduzione, pagg. 339 - 341. Utilizzo la traduzione di Acri relativamente ai punti concernenti la difesa e la morte di Socrate.
[14] Ne “I Presocratici”, cit., vol. II, pag. 873.
[15] ibidem, pag. 879.
[16] ibidem, pag. 878.
[17] ibidem, pag. 879.
[18] Sesto Empirico visse ben più tardi, in pieno Impero Romano, nel II secolo d. C. Nel suo scritto, egli attaccò violentemente e sarcasticamente le pretese che l’astrologia del tempo vantava di esattezza matematica. Prelude in tale scritto alla teoria della relatività, che poi Einstein sviluppò con formule a loro volta matematiche, e al pirncipio di indeterminazione di Heisenberg. Sosteneva l’impossibilità di misurare o commisurare due fenomeni diversi in uno stesso istante, sia da uno, sia da due osservatori. Una volta di più per dimostrare a quali livelli giunse la scienza greca, alla quale - in sostanza - dobbiamo praticamente tutto.
[19] Di questi, Crizia precede Feuerbach, soprattutto nel punto in cui gli vien fatto affermare dal solito Platone (di suo non rimane nulla), che la credenza nella divinità ha pure ragioni politiche, dovendo imporre agli uomini il rispetto della volontà dei capi attraverso la paura di punizioni dopo la morte. L’idea della divinità, quindi, era un inganno per scopi di dominio.
[20] “I Presocratici”, cit., vol. II, pagg. 880 – 881.
[21] Platone “I Dialoghi”, ed. Einaudi, cit., pag. 27.
[22] ibidem, capp. I - XII, pagg. 29 - 37.
[23] ibidem, capp. XVII – XIX, pagg. 42 – 44.
[24] ibidem, cap. XXIV, pag. 47.
[25] ibidem, capp. XXV – XXXIII, pagg. 48 – 54.
[26] Platone, dialogo « Critone» , testo cit., pagg. 59 – 63.
BIBLIOGRAFIA DI RIFERIMENTO
Argomenti generali di storia della filosofia:
1) Qualunque buon manuale, soprattutto se corredato da parte antologica.
2) Carlo Sini, “I filosofi e le opere”, ed. Principato (Milano, 1988), Antologia e commento, vol. I.
Argomenti generali di storia della filosofia e del pensiero greco:
1) Hermann Diels e Walter Kranz, "I Presocratici", ed. it. Laterza (Bari, 1986), vol. II.
2) Moses Finley, “Uso e abuso della storia” (sul Diritto ed il pensiero greco), ed. it. Einaudi (Torino, 1981), trad. Barbara MacLeod.
3) Theodor Gomperz, “Pensatori Greci”, ed. it. La Nuova Italia (Firenze, 1967), trad. Luigi Bandini, vol. III.
4) Margherita Isnardi Parente, “Sofistica e Democrazia antica”, ed. Sansoni (Firenze, 1977).
5) Léon Robin, “Storia del Pensiero Greco”, ed. it. Einaudi (Torino, 1982), tr. Paolo Serini.”
Opere Specifiche:
1) Anonimo di Giamblico, “La Pace e il Benessere”, ed. it. BUR (Milano, 2003), a cura di Domenico Musti, trad. e commento di Manuela Mari.
2) Aristofane, “Le Nuvole”, ed. it. Arnoldo Mondadori – Fondazione Valla (Milano, 2002), a cura di Giulio Guidi Rizzi, trad. Dario Dal Corno; “Le Rane”, ed. it. Mondadori – Fondazione Valla (Milano, 2000), a cura di Dario Dal Corno.
3) Platone, “Dialoghi”, ed. it. Einaudi (Torino, 1970), trad. Francesco Acri, a cura di Carlo Carena. Riguardo alle posizioni anti-“sofistiche” di Platone, in età matura, quando il disprezzo e discredito che getta su quelli che egli considera più propri avversari che di Socrate, e su tutta la tematica che li coinvolgeva, va visto il dialogo “Il Sofista” (ed. it. Bompiani, Milano, 1992, testo greco a fronte, a cura di Mario Vitali, con presentazione di Francesco Maspero). Qui Socrate non è protagonista (dà solo l’avvìo alla conversazione), ma, come nelle “Leggi”, uno straniero proveniente da Elea (patria di Parmenide, Zenone e Melisso).
4) Plutarco, “Vite Parallele”, ed. it. Oscar Mondadori (Milano, 1981), trad. Carlo Carena, voll. 3.
5) Livio Rossetti, “L’Eutidemo di Senofonte. Memorabili, IV 2” (2007), reperibile su INTERNET in pdf, saggio sul metodo dialogico socratico, come espresso nei “Memorabili” di Senofonte. La BUR ha pure pubblicato tale opera, ma non mi era disponibile; altrettanto dicasi per la versione senofontea dell’ “Apologia socratica”, considerata piuttosto negativamente dalla critica storica analogamente ai “Memorabili”, come lavoro superficiale. Di ciò non posso esprimere opinione diretta. Come rilevato, la critica storica su Socrate predilige la sua immagine come tramandata da Platone, anche se ammessa come parziale e non del tutto corrispondente alla realtà.
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Saggio di Manlio Tummolo
Il presente scritto è dedicato a tutte le donne iniquamente accusate... ed ai loro difensori.
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Nell’ottica dei
nostri tempi, siamo convinti che soltanto nel secolo XX, o poco prima
[1], si siano stabiliti i primi diritti della donna e che in questo
campo vi sia ancora molto da fare. Un’ottica certamente corretta, ma che
dovrebbe anche essere in parte ridimensionata. Gli esempi che sotto
farò, due nella cultura ebraica ed uno nella cultura greca, dimostrano
che una certa coscienza dei diritti della donna esisteva fin
dall’antichità, e che la loro frequente violazione non era sempre
propriamente un fatto culturale universalmente accettato, ma un puro
abuso della forza fisica sul Diritto e sulla legge. In sostanza, già
nell’antichità si poteva avere coscienza di un rapporto paritario tra
uomo e donna, ma questa coscienza veniva azzerata sotto l’aspetto
pratico.
Susanna e i due vecchi satiri
Questa
storia, un po’ boccaccesca e che dimostra come certa mentalità sia
molto antica e per nulla ancora superata, si ritrova nella Bibbia,
esattamente nell’Antico Testamento, nel Libro del profeta Daniele [2].
Il Libro di Daniele viene ambientato a cavallo tra gli Imperi
neo-babilonese e quello Persiano, tra il VII ed il VI secolo avanti
Cristo. La parte che qui interessa viene considerata apocrifa, ovvero
non originale e non rivelata da Dio, ma aggiunta nella versione greca.
Questo è interessante perché si collega al terzo esempio, tutto greco
che farò, ovvero quello di Elena. La storia della casta Susanna e dei
tre vecchi satiri voyeurs viene narrata al capitolo 13, versetti 1-
64.
Chi era Susanna? Una giovane donna, molto bella, moglie di Ioakim, e già madre. I due vivevano a Babilonia durante l’esilio. La disgrazia di questa splendida signora era di avere come vicini e confinanti due vecchi, già eletti giudici dal popolo e quindi in possesso di una certa autorità, ma piuttosto guardoni, i quali dalle loro case potevano vedere che, col caldo, la bella Susanna faceva il bagno, ovviamente nuda, nel suo giardino, aiutata da due ancelle. Guarda oggi, guarda domani, i due cominciarono a sentire il risveglio dei loro ormoni ed umori già ossidati ed alquanto arrugginiti, e cominciarono a meditare come tradurre tanta grazia dalla pura contemplazione estetica all’azione sensuale e corporea. Un giorno finsero in riunione di doversi allontanare, ma poi si ritrovarono vicini nell’atto di una più concreta progettazione. Trovandosi insieme, e convinti che l’unione faccesse la forza, e soprattutto che avrebbero potuto consolidare il loro potere attraverso la reciproca autorevolezza di giudici, passarono all’azione. I due dunque, decisero di nascondersi nel giardino di Susanna, approfittando della temporanea assenza delle ancelle, e così colsero la giovane donna nuda ed in una situazione assai imbarazzante. I due vecchi, con fare mellifluo e ricattatorio (tipico degli Inquisitori di sempre) la esortarono a cedere alle loro voglie, minacciandola in caso contrario di denunciarla per averla colta in flagrante adulterio con un giovane fuggito in loro presenza. L’accusa, per una giovane Ebrea, era estremamente grave. Dice infatti il Comandamento, che vale per tutti, uomini e donne “Non commettere adulterio” e il Deuteronomio specifica (cap. 22, v. 32): “Quando un uomo verrà colto in fallo con una donna maritata, tutti e due dovranno morire: l’uomo che ha peccato e la donna. Così toglierai il male da Israele”.[3]
Più avanti si sostiene che, in caso di rapporto sessuale prematrimoniale, se consenziente, tanto l’uomo che la giovane, se fidanzata, devono essere lapidati; ma se la fanciulla è stata violentata e ha cercato di difendersi gridando vanamente in cerca di aiuto, doveva morire solo il violentatore. Relativamente alla testimonianza probatoria (Cap. 17, v. 6) era ordinato: “Colui che dovrà morire sarà messo a morte sulla deposizione di due o tre testimoni [sottinteso oculari]; non potrà essere messo a morte sulla deposizione di un solo testimonio”. Flavio Giuseppe, nelle sue “Antichità Giudaiche” dice addirittura che i testimoni dovevano essere tre o almeno due [4], e concordanti sullo stesso fatto e circostanze. Il che dovrebbe valere anche oggi, e nondimeno vediamo che ancora non si è capito quanto sia importante la presenza di più testimoni oculari, per poter avere valore probatorio in un qualche reato e, a maggior ragione, delitto di sangue. La procedura contro Susanna ha dunque carattere accusatorio, non inquisitorio, come si vedrà tra poco: non vi è alcun magistrato destinato alle indagini. Secondo Giuseppe Flavio, invece, nel caso di morte violenta con autore ignoto, si creavano degli inquirenti con funzione di indagine. Se tuttavia, nel caso che nessuno risultasse responsabile, si sacrificava una povera mucca innocentissima ad espiazione del delitto umano (una pratica che non è del tutto abbandonata, ma applicata a persone). Far pagare agli animali i vizi degli uomini era, nella mentalità antica una corretta punizione per l’intera società, in quanto - non va dimenticato - bovini, ovini e cavalli, erano fonti di vita e strumenti di lavoro, anche se forse gli animali non se ne sarebbero certo sentiti confortati.
La giovane, infatti, benché terrorizzata dalla prospettiva di dover sostenere un infamante accusa, rigetta il ricatto dei due sordidi vecchiacci e affronta il processo sostenuta moralmente dalla famiglia e dai suoi servitori, che ne conoscevano l’onestà.
“Il
giorno dopo, tutto il popolo si adunò nella casa di Ioakim, suo marito,
e andarono là anche i due anziani piene di perverse intenzioni per
condannare a morte Susanna… mandarono a chiamarla, ed essa venne con i
genitori, i figli e tutti i suoi parenti. Susanna era assai delicata
d’aspetto e molto bella di forma; aveva il velo e quei perversi
ordinarono che le fosse tolto per godere almeno così della sua bellezza.
Tutti i suoi familiari ed amici piangevano…” (Cap. 13, vv. 28 - 33).
I
due vecchi sudicioni (non certo per il loro naturale desiderio verso
una bella donna, ma per l’intenzione di prenderla col ricatto, per poi
vendicarsene al rifiuto) formulano dunque pubblicamente l’accusa,
sostenendo che, mentre essi passeggiavano nel giardino, Susanna aveva
allontanato le ancelle e aveva fatto arrivare clandestinamente un
giovane, il quale era poi riuscito a fuggire quando i due avrebbero
gridato al peccato. Essi dunque si presentano come gli accusatori ed
insieme i testimoni del fatto; il che per il Diritto moderno sarebbe una
scorrettezza, ma nel rito accusatorio originale ciò era ammissibile:
si accusava e si testimoniava sulla verità del fatto, senza altre prove.
Susanna non potè difendersi altro che con una sorta di giuramento
pubblico davanti a Dio e al popolo:
“Dio
eterno, che conosci i segreti, che conosci le cose prima che accadano,
tu lo sai che hanno deposto il falso contro di me. Io muoio innocente di
quanto essi iniquamente hanno tramato contro di me. E il Signore
ascoltò la sua voce”.
Ormai Susanna era condannata, perché vi erano due persone contro una, la quale non aveva testimoni a discarico, essendo lei sola in quel momento. Daniele che allora era ancora giovanetto, ispirato da Dio, gridò di essere innocente del sangue della donna e rimproverò la gente lì attorno per una condanna affrettata, senza aver eseguito un’accurata indagine, secondo i dettami del tempo. Allora, i presenti invitarono Daniele a dimostrare che quei due sostenevano il falso; e il giovanetto profeta, sempre su ispirazione di Do, li interrogò separatamente, con un procedimento che diremmo molto moderno, al fine di cogliere le contraddizioni fra i due. Vi è dunque, nel procedimento accusatorio, il fondamento dialettico di confronto tra fatti, circostanze e dettagli che, nel primo momento, erano stati trascurati solo sulla base di una parvenza di accordo tra i due testimoni. Preso il primo e accusatolo di una carriera poco corretta in tutta la sua vita giudiziaria [5], gli chiede davanti al popolo: “Sotto quale pianta del gardino Susanna peccava col suo amante?”. Il primo vecchio risponde “Un lentisco”. Chiamato poi il secondo ed interpellatolo in modo non meno rude e, diremmo, intimidatorio, ripete la domanda, alla quale il secondo risponde: “Sotto un leccio”. Ecco: il processo si risolve con l’assoluzione di Susanna e la condanna dei due biechi giudici, perché il “locus commissi delicti” non era lo stesso per i due calunniatori. Delle due l’una, direbbero i nostri avvocati: o Susanna ha peccato sotto il lentisco, oppure ha peccato sotto il leccio; non può nello stesso momento aver peccato con lo stesso giovane sotto due piante diverse. In tal modo, con razionalità e determinazione, il giovane profeta salva Susanna (altro che i moderni avvocati!!) dall’infamante condanna a morte e viceversa fa pagare ai due sozzoni la pena capitale prevista per i calunniatori di adulterio, ovvero la lapidazione.
La storia di Susanna dimostra come non si debba mai giudicare sulla base di testimonianze superficiali, che potrebbero essere calunniatorie, ma che la concordanza degli elementi tra le due o più versioni deve essere messa a confronto anche su apparenti dettagli. Teoricamente, la casta Susanna avrebbe potuto passare dal lentisco al leccio e viceversa, ma è proprio la caparbietà e decisione nell’accusa (avrebbero potuto sostenere di non ricordare o di non saper distinguere le piante, o di non averle osservate, distratti anche dalle nudità attraenti e procaci della donna, per salvarsi), ma è tipico dei calunniatori dire che quella è la Verità, quella la Giustizia, dànno un valore assoluto alle loro asserzioni e così cadono in reciproca contraddizione. Di qui lo scoprimento logicamente serrato della verità effettiva. Avessimo oggi giudici così acuti ed intelligenti !
Salomone e le due madri
Nella storia di Israele, il Regno di Salomone rappresenta il momento culminante della fase espansiva di questo Stato che, tutto sommato, rimase del tutto marginale tra le grandi Potenze d’Egitto, della Mesopotamia (Assiria e Babilonia), dell’Anatolia (Ittiti) e del vicino, piccolo ma ricco di colonie, Stato confederale della Fenicia. Tuttavia, sebbene limitato ad una zona periferica per questi Imperi, ma al tempo stesso topograficamente importante come zona di passaggio per le armate dei vari invasori e contro-invasori tra Asia occidentale e Nord-Africa, il Regno di Israele, con Saul, Davide e suo figlio Salomone, aveva acquisito un’importanza considerevole, approfittando anche di una fase di pausa nell’espansionismo dei grandi Imperi confinanti. Questo periodo si situa nel secolo X avanti Cristo. Per capirci: la guerra di Troia, che aveva segnato la fine dei grandi Imperi precedenti (soprattutto l’Ittita e quello miceneo) in guerra tra loro, a seguito delle invasioni dei “popoli del mare” (così chiamati dagli Egizi, che furono anche gli unici in grado di respingerli), si era avuta circa due secoli prima. Siamo in un periodo abbastanza oscuro che, per la storia greca, si chiama anche “medioevo ellenico”, ovvero una fase di transizione. Gli Ebrei, trasformati da popolo nomade in popolo stanziale, erano riusciti, soprattutto con Davide e lo stesso Salomone, a sottomettere un vasto territorio, grosso modo corrispondente all’Isarele attuale, alla Giordania e parte della Siria attuali, nonché una sorta di protettorato sulla Fenicia (l’attuale Libano).
Come
Stato allora unitario, il Regno di Isarele si divise abbastanza presto,
appunto dopo la morte di Salomone, in Israele vero e proprio e in Regno
di Giuda. Oltre questi, sussisteva la Samaria, una sorta di regione
retta da una religione considerata eretica (quella ben nota
nell’Evangelo, dei Samaritani), la Filistea (da cui presumibilmente
derivò il termine Palestina), più altre regioni quali Moab, Idumea ed
altri. La forza dell’Israele di Salomone, oltre che in una discreta
potenza militare (certo non paragonabile mai ai vicini grandi Imperi),
era fondata sul commercio. Ma il nucleo di tutto era la “saggezza”,
l’abilità diplomatica propria di Salomone che, a differenza di suo padre
Davide o del predecessore Saul, non risulta un grande guerriero, ma
piuttosto un grande politico capace di approfittare delle situazioni
favorevoli, un grande amministratore e costruttore. Oltre che per la
saggezza, che fu il dono che richiese a Dio, Salomone era pure noto per
il suo amore verso le donne, in questo non differente dal padre [6], ed
ebbe un vero e proprio harem. Da ricordare ancora che egli, al culmine
del prestigio e della potenza, fece costruire quel celebre Tempio, poi
distrutto e ricostruito più volte, di cui esistono ancora le rovine e un
muro detto “del pianto”, tutta la zona che, in Gerusalemme, contrappone
oggi ancora Palestinesi musulmani ed Ebrei, fonte di contrasti e di
lotte. Tutto ciò si trova principalmente descritto nel Primo Libro dei
Re, I, capp. 1 - 11), ed anche in “Antichità Giudaiche” di Flavio
Giuseppe.
Ed
ora vengo all’episodio che ci interessa per capire come Salomone, senza
saper nulla di DNA e complicazioni genetiche di questo tipo, risolse un
caso di morte accidentale di un neonato con il saggio uso della
psicologia naturale e razionale. Ci troviamo al Capitolo 3°, vv. 16 –
38. Due prostitute, ambedue madri da poco, convivevano insieme. Una
d’esse, girandosi nel letto nel sonno, aveva soffocato il figlio del
tutto involontariamente. Avrebbe dovuto limitarsi al proprio dolore e
invece meditò di impadronirsi del piccolo dell’altra donna e di mettere
il corpicino del suo nel letto di lei, in modo che svegliandosi, questa
credesse di averlo involontariamente ucciso. Benché i due piccoli non
dovessero avere segni particolari, la madre del bambino vivo, si accorse
che non era suo figlio e scoprì facilmente l’inganno orribile.
Nondimeno, il problema era di dimostrare l’inganno in un pubblico
processo. Andarono dunque ambedue in giudizio davanti a Salomone, una
sorta di processo in ultima istanza. Salomone era già allora noto per
la sua equità. Egli non aveva certo alcun mezzo per scoprire la
verità, se non utilizzare la propria saggezza, razionalità ed esperienza
di vita, per decidere. Doveva un po’ seguire l’esempio del profeta
Daniele, anche se in realtà non sappiamo se tale precedente episodio
fosse già conosciuto da Salomone, in quanto, secondo una certa
tradizione, è una narrazione apocrifa e posteriore, inserita da
estensori greci della Bibbia. Comunque sia, le donne si presentarono
davanti al re:
“Ascoltami,
signore! Io e questa donna abitiamo nella stessa casa; io ho
partorito mentre essa era sola in casa. Tre giorni dopo il mio parto,
anche questa donna ha partorito; noi stiamo insieme e non c’è nessun
estraneo in casa fuori di noi due [principio del terzo escluso: è
impossibile che il neonato sia stato ucciso o soffocato da una terza
persona. Dunque, o l’una o l’atra è colpevole, seppure involontaria,
del soffocamento del piccolo]. Il figlio di questa donna è morto
durante la notte, perché essa gli si era coricata sopra. Essa si è
alzata nel cuore della notte, ha preso il mio figlio dal suo fianco -
la tua schiava [ovvero, la stessa donna che parla] dormiva – e se lo è
messo in seno e sul mio seno ha messo il figlio morto [siamo dunque al
caso di un infanticidio colposo e allo scambio di persona, due reati e
non uno soltanto, di cui il secondo evidentemente doloso]. Al mattino
mi sono alzata per allattare mio figlio, ma ecco, era morto. L’ho
osservato bene; ecco, non era il figlio che avevo partorito io…”.
Il processo, dunque, si svolge, anche qui, con rito accusatorio: non interviene alcun magistrato a sostenere l’accusa. Si ascoltano le due donne. Soprattutto il re, in qualità di giudice terzo ed imparziale, le ascolta e le osserva attentamente. Non sono donne pubblicamente considerate oneste, sono due prostitute, e quindi una non è più credibile dell’altra, anzi per la mentalità comune erano due donne spregevoli. Se Salomone fosse stato guidato dai pregiudizi, le avrebbe condannate ambedue. Invece egli ha infusa la saggezza, dono di Dio, non si lascia traviare, come è pur di moda anche oggi, da pre-giudizi e da pre-condanne. Osserva ed ascolta. L’altra donna ovviamente nega tutto e sostiene che il figlio sopravvissuto è suo, e l’altro quella dell’amica con cui conviveva. Il re non ha in mano alcun elemento per giudicare in modo obiettivo, ma sa una cosa: le madri amano i figli a tal punto da sacrificare se stesse per loro e per il loro benessere, almeno una madre vera ed integrale, non solo biologicamente, ma moralmente. Egli quindi assume una prima decisione per mettere alla prova le due donne, vuol capire quale delle due sia sincera, quale la madre falsa e che, in ogni caso, non sarebbe una buona madre per il piccolo sopravvissuto. Ordina quindi di portare una spada.
“ ‘Prendetemi una spada!’ Portarono una spada alla presenza del re. Quindi il re aggiunse: ‘Tagliate in due il figlio vivo e datene una metà all’una e una metà all’altra…”.
L’apparente
ragionamento di Salomone è fondato su un principio di eguaglianza: un
bambino è morto, non si sa di chi sia quello sopravvissuto, non resta
che ucciderlo, dividerlo a metà e dare ciascuna metà alle due donne. E’
il cosiddetto “giudizio salomonico”, che sembra paritario ed imparziale
tra le due contendenti ma così non è. Quello di Salomone è uno
statagemma, analogo a quello usato da Daniele, per intuire chi delle due
dice la verità. Infatti, qui la madre falsa e bugiarda si scopre e
dice di approvare questa decisione. Ua vera madre non riponderebbe mai
così. La madre vera grida di lasciare il figlio all’altra, purché
questo viva. Rimarrà sola, ma le resterà il conforto di avergli potuto
salvare la vita. L’altra viceversa grugnisce come una belva, quasi
contenta della decisione. Pensa: “Io ho perso il figlio, lo perderà
anche lei”. E’ una donna evidentemente malvagia, perfida, senza
sentimenti, salvo l’invidia. La morte del suo piccolo non è certo
intenzionale, ma sommando i fatti dimostra che, non dando spazio e
respiro al suo piccolo, è sempre stata un’egoista, tutta concentrata sul
suo comodo. Ora, il vero giudizio di Salomone è fermo ed inevitabile:
“Il re disse. ‘Date alla prima il bambino vivo; non uccidetelo. Quella è sua madre' ”. Il testo biblico non dice che ne fece dell’altra, ma è presumibile che venisse punita per la menzogna, per la calunnia e per l’infanticidio seppure colposo.
Mi chiedo: abbiamo oggi giudici di tale saggezza da riuscire a scoprire la verità con un semplice stratagemma [7]? Dai fatti quotidiani non sembrerebbe.
Gorgia e l’ “Encomio di Elena”
Anche qui c’è necessità di una premessa, distinta in due parti: quella più generale che spieghi quella grande corrente della filosofia greca, comunemente chiamata “sofistica” e il carattere del greco siceliota (di Leontini) Gorgia, considerato il fondatore della Scuola insieme a Protagora. La manualistica liceale, sulla base della tradizione platonica [8], presenta la Scuola sofistica (che, molto più correttamente, va qualificata come Illuminismo o Umanesimo greco) in modo negativo, come se si trattattasse di una banda di chiacchieroni ed imbonitori che pretendevano di fare da maestri. Certo, nella Scuola entrarono anche, sotto il nome distintivo di “Eristi”, quella gente che amava molto i giochi di parole e i paralogismi (detti appunto anche sofismi), al puro scopo di truffare il prossimo ricavandone del denaro, o insegnando come aver parvenza di cultura, senza troppo sacrificarsi. Ma non sono certo né i fondatori e neppure gli esempi fondamentali della Scuola. Essi si qualificarono, o vennero qualificati “sofisti”, come noi potremmo dire insegnanti di filosofia, di oratoria politica e forense. Il termine “sofista”, poi con significato negativo, in origine vuol dire semplicemente “sapiente”, “colto” “docente”, “esperto di”... null’altro.
Già
con Pitagora, poi seguito da Platone, si fece una prima distinzione tra
il filosofo (Colui che ama e cerca la sapienza, la verità) ed il
sofista (ovvero colui che pretende di essere già sapiente). E’ una
distinzione che viene ereditata da Socrate, e quindi da tutta la
filosofia successiva. E’ filosofo non colui che pretende di conoscere la
Verità, ma colui che la cerca, la studia e, tutt’al più, insegna i
metodi di questa ricerca, sia nell’ambito della natura, sia nell’ambito
dello studio dell’uomo, fisico e morale. In questo senso, i migliori dei
cosiddetti “sofisti”, contemporanei del resto di Socrate (vivono nello
stesso ambiente e nello stesso periodo storico, V secolo a. C.) non solo
sono “filosofi”, ma anche sono fondatori della filosofia in quanto
tale, ovvero scienza razionale critica, scienza che non presenta verità
assolute, non ha pretesa di essere sapienza rivelata da un qualche Dio,
ma metodo rigoroso di ragionamento, fondato su una ragione che è pure
discorso (logos), che sfida le pretese sapienze altrui, anche dei
precedenti pensatori e ricercatori (soprattutto i filosofi “fisici” da
Talete a Parmenide, Melisso e Zenone di Cizico), mettendone in evidenza
le contraddizioni.
Come
vedremo nel prossimo saggio sui processi a Protagora e a Socrate,
Protagora sfidò le varie classi sacerdotali negando che di Dio si
potesse conoscere l’esistenza e la natura. Egli è anche il primo
pensatore laico ed agnostico. Gorgia va oltre e si diverte ad attaccare
la filosofia ontologica (dell’Essere in sé) di Eraclito, di Parmenide e
delle due versioni opposte di questo pensiero in Melisso (che concepisce
un Essere infinito nello Spazio) e in Zenone (che, come Parmenide, lo
concepisce finito ed immobile nello Spazio). Il socratico Antistene,
precursore dei Cinici, per far notare che, malgrado i ragionamenti di
Zenone (celebre quello di Achille e della tartaruga [9]), gli risponde,
mettendosi a camminare onde far constatare la realtà del movimento.
Questi sofisti sono considerati pure i fondatori della retorica, ovvero
dell’arte del discorso. Sempre sulla scia della critica, piuttosto
maldicente e talvolta diffamatoria di Platone, la retorica va distinta
dalla dialettica: la prima mira all’estetica, al piacere del discorso;
la seconda, viceversa, alla sostanza e alla realtà profonda dei
concetti. E’ una distinzione un po’ partigiana, come sempre avviene
nella storia del pensiero umano. In realtà, la retorica, definita da
Aristotele come “arte della persuasione” e così confermata anche da
pensatori attuali [10] (a differenza di quel che ritenne Michelstaedter,
che contrappose erroneamente i due concetti nella sua bozza di tesi di
laurea: la persuasione non dipende tanto dal mezzo con il quale si
acquisisce - bellezza estetica del discorso o rigore logico formale o
esperienza scientifica -, quanto da un’accettazione interiore, per cui
l’argomento altrui, rielaborato interiormente, viene fatto proprio), è
insieme l’arte del bel discorso, ma attenta e finalizzata ad ornare un
discorso di verità, come tra poco vedremo proprio nel prologo
all’”Encomio di Elena”.
La retorica, come dirà poi anche Quintiliano, non semplicemente estetica, non deve fare della semplice poesia, non deve incantare e intontire chi ascolta. La retorica ha la funzione, come diceva lo stesso Gorgia, di rendere forte un argomento debole e di indebolire un discorso apparentemente forte. Necessita di una tecnica, di una grammatica e sintassi del discorso razionale, deve mettere in luce aspetti positivi e negativi senza mai dare nulla per scontato, per certo e per assodato. La vera retorica, quindi, non è semplice estetica, ma un’arte multidisciplinare in cui logica, tecnica ed estetica, si fondono al fine di riuscire convincenti agli ascoltatori. Più che di un “persuadere” nel senso di trasmettere determinate convinzioni convertendo, si tratta di rendere interessante il proprio discorso, attraente sul piano estetico, ma al tempo stesso positivamente e negativamente critico rispetto ad altre tesi contrapposte. In questo senso, la dialettica, di cui Platone fa l’elogio in contrapposizione alla retorica, in realtà ne è, a tutti gli effetti per il pensiero antico e per una corrente che lo riabilita oggi, il nucleo di base, il contenuto primigenio, come a dire il seme circondato dal frutto; l’ovario circondato dal fiore.
E
veniamo dunque a Gorgia, greco di Sicilia che, a tutt’oggi, potrebbe
farsene un vanto come di Empedocle: Gorgia è figura di un’attualità
notevole e, per quanto mi consti, il primo femminista della storia in
una società considerata (seppure a torto, ma il discorso sarebbe lungo)
misogina e tendenzialmente omosessuale. A dire il vero anche su questo
punto, la società greca antica fu certo larga di manica nei fatti, ma
sarebbe del tutto sbagliato considerarla una società omosessuale. Lo
stesso Platone spesso considerato quais il teorico dell’amore
omosessuale, ne fu anzi severo critico e teorico semmai di un rapporto
di forte amicizia e solidarietà all’interno dello stesso genere
sessuale, ma non esaltatore di rapporti fisici. Di ciò si rinvia a nota
apposita [11]. Gorgia fu oratore notevole: di lui, come di tutti i
presocratici, rimangono frammenti più o meno ampi, ma di certo tutti
godibilissimi per i cultori di letteratura e di filosofia. Alcuni
storici vedono ad esempio, sempre sulla scìa di una certa tradizione
platonica, Gorgia come un esaltatore del “non essere”. Al contrario,
opponendo con finissima ironia (certo non inferiore a quella socratica)
Parmenide, Zenone e Melisso, ne conclude logicamente che l’Essere non
esiste e che tutto è: Non-Essere. Il suo è il classico teorema per
assurdo che spesso si utilizza in geometria. Elegante nell’esaltazione
dei caduti ateniesi a Siracusa, nel tentativo di conquistare la città,
ridiventa umorista nell”Encomio di Elena”.
Questo
discorso è, giustamente, considerato un modello retorico ed oratorio:
ma di che? L’Elena di cui si parla è la leggendaria moglie di Menelao
di Sparta, fuggita con Paride a Troia (da cui la guerra). Bisogna dire
una cosa: a differenza del Diritto romano che si sviluppa con la
ripetizione mnemonica di formula antiche, ricavate dalle XII Tavole o
dei giudizi di re e di pretori, il Diritto greco, almeno nel suo
svolgersi reale, ha carattere di improvvisazione e di originalità.
Esistono sì modelli oratori o retorici, che però non ripetono vecchie
formule stantìe (ereditate tra l’altra anche dalla moderna
giudirspudenza), spesso irragionevoli ed irrazionali, ma sono regole di
ragionamento, regole di obiezione, regole di dimostrazione positiva o
negativa (confutazione). Ora si potrebbe chiedere che c’entra Elena
con un procedimento giudiziario; la risposta è di una semplicità
disarmante: immaginiamoci essere avvocati e di dover difendere non solo
una donna adultera, ma una che sia fuggita con l’amante abbandonando i
figli. Il che poi scatena addirittura una guerra (ma al nostro fine
questo è secondario). Ebbene, quale modello storico/leggendario di
donna più adatto di Elena? Gorgia si prefigge dunque di difendere una
donna adultera e fuggiasca, e la difende, come si vedrà, con argomenti
non solo “retorici”, come diremmo noi, ma, due almeno, di assoluta
sostanza. E ciò che è modernissimo, splendido, affascinante in lui, è
di un’attualità che ci lascia a bocca aperta.
Qualcosa
del genere nell’XI secolo farà un altro colosso della filosofia
critica, in pieno Medioevo, Pietro Abelardo di Bretagna, quando
difenderà la donna e la dignità del suo corpo offeso e violentato [12].
Gorgia viveva in un ambiente non lontano da un’altra cultura italica,
con la quale i Greci Italioti si erano scontrati militarmente, ma anche
con cui intrattenevano rapporti commerciali e culturali tutt’altro che
disprezzabili (anche qui il discorso sarebbe lunghissimo). La civiltà
etrusca o dei Thyrsenoi, per dirla alla greca, quelli che avevano dato
il nome al celebre Mar Tirreno, così chiamato perché gli stessi Greci,
potentissimi sul mare, ne temevano la presenza e le capacità marinare.
Ebbene, una delle caratteristiche di questo popolo era il rapporto
paritario tra uomo e donna, e che a noi resta ben sottolineato dai
sarcofagi, in cui le immagini dei due coniugi erano unite in
atteggiamenti affettuosi come quando (massimo scandalo per i “misogini”
greci: si sa che tra i Greci le donne vivevano separatamente e, salvo le
etère, non partecipavano al pranzo o cena degli uomini) mangiavano allo
stesso lettino, coperti da un medesimo lenzuolo. Ebbene, Gorgia è
evidentemente influenzato da questo costume paritario e, sebbene non
citi affatto gli Etruschi, in certo modo come quelli, esalta la dignità
della donna, anche se adultera, anche se fuggiasca, anche se causa di
guerra.
Resta
da dire, di passaggio e con assoluta tristezza, di quanta miseria
intellettuale sia questo secolo XX - inizi XXI, dove uomnii di quel
calibro e di quel coraggio intellettuale e morale, non sussistono più,
ma semmai semplici vuoti ripetitori di vecchie tesi, gente priva di
forza, molluschi del pensiero, attaccati a piccoli particolari oltre ai
quali non sanno uscire. Altro che nani sulle spalle dei giganti, come
diceva l’antica Scuola medioevale di Chartres, bensì minuscoli
parassiti, virus del pensiero e della fede antica. Alle signore e alle
giovani ragazze, va detto che l’”Encomio di Elena” non è soltanto un
modello giudiziario di difesa della donna, un documento femminista ante
litteram, ma è anche un atto di omaggio alla donna in generale, di tutti
i tempi e Nazioni, Donna che sia veramente Donna, ovvero Signora, Vita
essa stessa e Fonte di Vita, un Essere magnetico che, col suo fascino,
la sua grazia e la sua bellezza, anche quando è ormai matura o anziana,
in qualunque situazione, quando ride, quando è seria, quando sorride,
quando piange, quando è disperata, quando è gelida, esercita pure
sull’uomo, come amica, come amante, come moglie, come madre e come
figlia, come sorella o come estranea, su di noi, uomini, un’attrazione
sempre formidabile, che costituisce la sua forza irresistibile. Vere
Colonne dell’Amore”, concepito in ogni senso, di questo irresistibile
potere, le donne non sono sempre consapevoli, anzi spesso non lo sono in
modo quantitativamente o qualitativamente completo, perché se lo
sapessero fino in fondo dominerebbero il mondo e nulla ad esse potremmo
rifiutare, non con gli ordini imitanti forme maschili di tipo
militaresco controproducenti e stucchevoli (Fa questo, non fare
quest’altro), ma con gli sguardi, i sorrisi, i desideri espressi ed
inespressi, gli atteggiamenti.
Ed ora a noi col testo.
“E’ decoro allo stato una balda gioventù; al corpo bellezza; all’animo, sapienza; all’azione, virtù; alla parola, verità. Il contrario di questo, disdoro. E uomo e donna, e parola ed opera, e città e azione conviene onorar di lode, chi di lode sia degno; ma sull’indegno riversar onta; poiché è pari colpevolezza e stoltezza tanto biasimare le cose lodevoli, quanto lodare le riprovevoli. E’ invece dovere dell’uomo, sia dire rettamente ciò che si addice, sia confutare <il contrario>; e dunque è giusto confutare i detrattori di Elena… Pertanto io voglio, svolgendo il discorso secondo un certo metodo logico, lei così diffamata liberar dall’accusa, e dimostrati mentitori i suoi detrattori e svelata la verità, far cessare l’ignoranza…” [13]
“E’ decoro allo stato una balda gioventù; al corpo bellezza; all’animo, sapienza; all’azione, virtù; alla parola, verità. Il contrario di questo, disdoro. E uomo e donna, e parola ed opera, e città e azione conviene onorar di lode, chi di lode sia degno; ma sull’indegno riversar onta; poiché è pari colpevolezza e stoltezza tanto biasimare le cose lodevoli, quanto lodare le riprovevoli. E’ invece dovere dell’uomo, sia dire rettamente ciò che si addice, sia confutare <il contrario>; e dunque è giusto confutare i detrattori di Elena… Pertanto io voglio, svolgendo il discorso secondo un certo metodo logico, lei così diffamata liberar dall’accusa, e dimostrati mentitori i suoi detrattori e svelata la verità, far cessare l’ignoranza…” [13]
Già
nel Prologo, Gorgia dimostra fin dall’inizio di non esser affatto un
ciarlatano, di non esser uno scettico, ma un critico, di voler
analizzare fatti per ritrovare la verità secondo metodo logico. Il suo
compito è quello di difendere Elena, in quanto modello di donna, non
certo per esaltare semplicemente una figura leggendaria e poetica. Per
far ciò esprime in sintesi il suo ideale perfettamente ellenico di
bellezza e di verità, che vanno esaltate, mentre il loro opposto va
confutato e deprecato. Questo dimostra come Gorgia sia tutt’altro che
uno scettico o un negativista, anzi esprime un ideale classico di
moralità, dove bellezza, verità e giustizia confluiscono in un unico
sistema ontologico.
“Che
per nascita e stirpe fosse prima tra i primi - uomini e donne – la
donna di cui ora parliamo, non c’è chi lo ignori… sua madre fu Leda, e
padre autentico un dio… Da tali generata, ebbe bellezza di dea e,
avutala, non nascose d’averla. Ché in moltissimi moltissime brame
d’amore suscitò, e con una sola persona molte persone attirò…; e tutti
vennero, indotti da amore avido di vittoria e da invita avidità di
onore…”.
Per
Gorgia, quindi, Elena è donna molto bella e molto amata, conosce il suo
potere psicologico sugli uomini e non teme di usarlo. E si arriva al
nucleo dell’accusa: ella fu, e viene considerata, causa della guerra di
Troia, e perciò causa della perdita di tanti eroi e combattenti
illustri e non illustri di ambedue. Immaginiamoci Elena viva in una
sorta di processo di Norimberga dell’antichità: ovviamente un’ipotesi
fantasiosa. Ebbene, Gorgia, in questa causa, punta sulla tesi più
fragile, meno condivisa, mira a renderla più forte ed inconfutabile. Una
missione che, a mio parere, gli riuscirà perfettamente soprattutto in
due punti fondamentali: la potenza dell’amore invincibile per ogni uomo
e l’abuso maschile sul corpo della donna, in tempi nei quali la
violenza sulla donna e il suo possesso, dopo una vittoria, era un premio
per i vincitori [14] .
“… esporrò le cause per le quali era naturale la partenza di Elena verso Troia [espone così le varie possibili motivazioni che giustificavano in un senso o nell’altro la fuga di Elena e la successiva guerra]. Infatti, ella fece quel che fece o per cieca volontà del Caso [in cui i Greci credevano, sia come forza delle cose, sia come Destino, Fato], e meditata decisione di Dèi, e decreto di Necessità: oppure rapita per forza; o indotta con parole <o presa da amore>. Se è per il primo motivo, è giusto che s’incolpi chi ha colpa; poiché la provvidenza divina non si può con previdenza umana impedire… Che se dunque al Caso e alla Divinità va attribuita la colpa, Elena va dall’infamia liberata…”.
La prima motivazione si fonda quindi sulla fede popolare nella Divinità e nel Destino. Se tale fuga era destinata da una Forza maggiore, nulla avrebbe potuto fare Elena per resistere. Quindi, in tal caso fu soggiogata dal Fato o dalla Volontà divina, nei cui progetti vi era la caduta di Troia dopo una lunghissima e sanguinosissima guerra.
“…
E se per forza fu rapita, e contro legge violentata, e contro
giustizia oltraggiata, è chiaro che del rapitore è la colpa, in quanto
oltraggiò, e che la rapita, in quanto oltraggiata, subì una sventura.
Merita dunque, colui che intraprese una barbara impresa, d’esser colpito
e verbalmente, e legalmente, e praticamente; verbalmente, gli spetta
l’accusa; legalmente, l’infamia: praticamente, la pena, Ma colei che fu
violata, e della patria privata, e dei suoi cari orbata, come non
dovrebbe essere piuttosto compianta che diffamata ? ché quello compì il
male, questa lo patì; giusto è dunque che questa si compianga, quello
si detesti”.
Qui
Gorgia passa dalla moralità e mentalità fatalistiche, allora dominanti,
ad una giustificazione di assoluta modernità. Soffermiamoci perché il
punto è cruciale (per tale motivo lo riporto in neretto) e dimostra per
l’ennesima volta l’altissimo livello a cui il pensiero greco, anche
grazie al confronto con le molte culture circostanti (compresa, come si è
detto, la civiltà etrusca, sostanzialmente paritaria nel rapporto
uomo-donna), seppe giungere. Gorgia dice: il secondo caso è quello di
un rapimento violento compiuto da Paride Alessandro, che strappò Elena
dai suoi affetti e la condusse con la forza e contro la sua volontà a
Troia e poi ne fece la moglie (stando alla leggenda omerica ed ai poemi
ciclici). Ebbene, in tal caso - dice Gorgia – la colpa non si deve
attribuire ad Elena, che semmai è la vittima di una violenza, ma al
rapitore che la costrinse a subire questo ratto e la conseguente fuga.
Non a lei si può ovviamente attribuire neppure la guerra conseguente, ma
a Paride e a chi accettò tale rapimento, invece di restituire la donna.
Vi è quindi la terza possibile motivazione, e qui sentiamo l’orgoglio del rètore o dell’oratore che ne approfitta per esaltare la potenza seduttrice della parola:
“Se
poi fu la parola a persuaderla e a illuderle l’animo, neppur questo è
difficile a scusarsi e a giustificarsi così: la parola è un gran
dominatore che, con piccolissimo corpo e invisibilissimo, divinissime
cose sa compiere; riesce infatti a calmar la paura, e a eliminare il
dolore, e a sucitare la gioia, e ad aumentar la pietà… Qual motivo ora
impedisce di credere che Elena sia stata trascinata da lusinghe di
parole, e così poco di sua volontà, come se fosse stata rapita con
violenza ? Così si constaterebbe l’imperio della persuasione, la quale,
pur non avendo l’apparenza dell’ineluttabilità, ne ha tuttavia la
potenza. Infatti un discorso che abbia persuaso una mente, costringe la
mente che ha persuaso, e a credere nei detti, e a consentire nei fatti.
Onde chi ha persuaso, in quanto ha esercitato una costrizione, è
colpevole; mentre chi fu persuasa, in quanto costretta dalla forza
della parola, a torto viene diffamata…”.
Anche
qui Gorgia è modernissimo: tutte le odierne teoriche sulla persuasione
occulta, utilizzate con metodi sociopsicologici, si fondano sul
medesimo argomento, anche se applicate - qui bisogna aggiungerlo -
oggi in maniera ben più misera di quella dell’antica retorica, che è
estetica del discorso, ma anche argomentazione logica e dialettica, in
un’armonia tra l’eleganza del dire e l’efficacia della razionalità o
ragionevolezza del discorso. Personalmente, non sono convinto che la
retorica persuada veramente, ma piuttostro che attragga ed interessi,
piaccia, ma la convinzione è cosa in realtà ben più profonda. Comunque è
un’opinione largamente presente anche in autori contemporanei, come si è
detto. L’abilità nel discorso porta a sedurre chi ascolta: più che
una convinzione esercita una seduzione: esprimendo certezze, le
trasmette, se vi riesce, anche all’ascoltatore. Nella concorrenza tra
oratori, ovviamente quello più abile, elegante, sottile, ma che è a suo
modo dimostrativo, produce una seduzione maggiore che non l’altro.
Molto dipende poi dalle personali propensioni dell’ascoltatore. Non è
solo lo stile che influisce, ma anche il fascino personale e soprattutto
la musicalità della voce, la sua variazione (non deve essere monotona),
deve scendere e salire nel tono e nel volume. Solo utilizzando la
parola cone si deve fare con un pianoforte o altro strumento musicale,
armonizzando i passaggi dalle note basse a quelle alte; solo allora il
discorso giungerà a quella pienezza seduttrice che può spingere una
moglie fedele a preferire, ad un marito alquanto noioso o poco presente,
un altro uomo, a scapparsene col giovane bello, audace, affascinante.
Ultima motivazione poi è la forza prepotente ed irresistibile dell’Amore: stando alla leggenda omerica, Menelao, il marito spartano di Elena, non doveva essere il massimo dell’attrazione, sebbene forte e coraggioso, doveva essere uno di quelli convinti che con le donne si fanno figli e basta. Paride Alessandro, il giovane straniero, l’arciere infallibile che più tardi sarebbe riuscito a colpire Achille nel solo punto mortale, il tallone, vendicando così la fine di tanti fratelli da lui uccisi, doveva essere ben più affascinante e, supponiamo, più giovane e bello, anche se pigro (stante la descrizione che ne fa Omero). Doveva quindi avere quelle doti che suscitano l’amore della donna ben più che un marito scialbo e, magari, manesco. La forza dell’Amore, che è quella di un Dio, quindi ineluttabile come il Fato, poteva giustificare la fuga di Elena da un marito non granché intelligente né granché bello:
“…
Ora la quarta causa spiegherò col quarto ragionamento. Che se fu
l’amore a compiere il tutto [amore reciproco, va aggiunto], non sarà
difficile a lei sfuggire all’accusa del fallo attribuitole.. Infatti la
natura delle cose che vediamo non è quale la vogliamo noi, ma quale è
coessenziale a ciascuna; e per mezzo della vista, l’anima anche nei suoi
atteggiamenti ne vien modellata… Che, se dunque lo sguardo di Elena,
dilettato dalla figura di Alessandro [ovvero Paride], inspirò all’anima
fervore e zelo d’amore, qual meraviglia? il quale amore, se, in quanto
dio, ha degli dèi la divina potenza, come un essere inferiore potrebbe
respingerlo, o resistergli? E se poi è un’infermità umana [l’amore
inteso come una malattia psichica, quasi una follìa, altra teoria allora
vigente] e una cecità della mente, non è da condannarsi come colpa, ma
da giudicarsi come sventura; venne infatti, come venne, per agguati del
caso, non per premeditazioni della mente; e per ineluttabilità d’amore,
non per artificiosi raggiri. Come dunque si può ritener giusto il
disonore gettato su Elena la quale, sia che abbia agito come ha agito
perché innamorata, sia perché lusingata da parole, sia perché rapita con
la violenza, sia perché costretta da costrizione divina, in ogni caso è
esente da colpa? Ho distrutto con la parola l’infamia d’una donna, ho
tenuto fede al principio propostomi all’inizio del discorso, ho tentato
di annientare l’ingiustizia di un’onta e l’infondatezza di un’opinione;
ho voluto scrivere questo discorso che fosse a Elena di encomio, a me
di gioco dialettico”.
Trovatemi oggi un avvocato che, con tale finezza e un fondo di amabile ironia, sappia difendere una donna fedifraga e fuggiasca (che povera epoca è la nostra, tutta tecnologia e per il resto: Nulla!). Ricordo che per “gioco dialettico” va inteso come modello di difesa, oggi diremmo con parola d’origine germanica, di "un’arringa”. In sostanza, per quanto riguarda la modernità di Gorgia, essa risulta evidente soprattutto quando parla della costrizione fisica della violenza oppure psicologica dovuta all’inganno di un bel discorso. Ma per Gorgia, Elena è da assolvere in ogni caso. Ci associamo al nostro simpatico ed entusiasta “sofista”: W Elena, W Gorgia e W tutte le donne, che sono le Colonne della nostra vita, dei nostri sentimenti e, pure, della nostra educazione morale, Motori non immobili della nostra esistenza di maschi, maschietti e maschiacci!
NOTE :
[1] Una prima organizzazione femminile a tutela del proprio genere si ha in Francia già nel XVII secolo con le femmes savantes, ovvero non solo donne colte, ma consapevoli dei propri diritti culturali e di costume. In piena Rivoluzione Francese fu Olympe de Gouge, simpatizzante del gruppo girondino alla Convenzione, a formulare una Dichiarazione dei Diritti della Donna (pubblicata dall’ed. Argo, Lecce, 2005, a cura di Sophie Mousset, in traduzione italiana di Anna Rita Galeone nel saggio “Olympe de Gouge e i diritti della donna”). Una simile associazione di donne “ribelli” viene descritta nella commedia di Aristofane “Lisistrata”, nella quale in forma satirica si descrive anche una protesta femminile dell’antichità, con il primo sciopero sessuale, contro l’assenza maschile per cause di guerra
[2] Utilizzo l’edizione ufficiale della CEI del 1987, Cinisello Balsamo, Milano. Ricordo che in altre edizioni, quale quella dei Testimoni di Geova, la storia di Susanna non viene riportata, appunto perché risulta apocrifa, ovvero non appartenente alla Rivelazione. Suppongo che, altrettanto, debba dirsi per le varie versioni protestanti.
[3] Il testo, più lungo che quello comunemente conosciuto, si trova in Esodo, Cap. 20. Al Cap. 23 vv. 1 – 3, 6 e 7, si dice altresì come procedura in materia di testimonianza :
“ Non spargerai false dicerìe; non presterai mano al colpevole per essere in favore di un’ingiustizia. Non seguirai la maggioranza per agir male e non deporrai in processo per deviare verso la maggioranza, per falsare la giustizia [il neretto è mio, per sottolinearne l’attualità]. Non favorirai nemmeno il debole nel suo processo… Non farai deviare il giudizio del povero che si rivolge a te nel suo processo. Ti terrai lontano da parola menzognera. Non far morire l’innocente e il giusto, perché io non assolvo il colpevole…”.
Nel Talmùd si trovano moltissime norme di Diritto civile, penale e di procedura. Cfr. A. Cohen, “Il Talmùd” edizione riassuntiva ed espositiva, pubblicata in italiano da Laterza (Bari, 1935), traduzione di Alfredo Toaff, capitoli III, § 6 – 7, sul peccato e il pentimento; V, sulla vita domestica § 1 e 2 sulla donna, sul matrimonio e divorzio, VI, § 4 sulla pace e la giustizia; VIII, § 1, sulla cura del corpo; Cap. X, interamente su tutto il Diritto.
Cfr. Giuseppe Flavio, “Antichità Giudaiche”, opera di carattere espositivo, destinata ai Gentili, ovvero non-Ebrei, specialmente di cultura greca e romana, ed. UTET (Torino, 2006), trad. it. a cura di Luigi Moraldi, Vol. I, Libro IV. L’opera di Giuseppe Flavio (I secolo d. C.) va considerata una storia laica e non sacra degli Ebrei, interessante se si vogliono confrontare gli eventi e le circostanze in una versione non sempre corrispondente in pieno all’Antico Testamento. Questo dimostra anche come la versione, che noi conosciamo, sia storicamente più recente rispetto a quella originaria o tradizionale. Giuseppe Flavio fu prigioniero di Tito, durante la Guerra Giudaica che egli descrive, venne liberato da Vespasiano e Tito, di cui assunse il nome della gens (appunto i Flavi).
Sul piano filosofico, sono pure interessanti le opere di Filone d’Alessandria (anch’egli del I secolo d. C.) “Le Origini del male” ed. italiana Rusconi, Milano, 1984, a cura di Roberto Radice e trad. di Claudio Mazzarelli, ove egli interpreta in senso neoplatonico ed allegorico l’intera Bibbia, nonché di Moisè Maimonide, “La Guida dei Perplessi”(ed. it. UTET, Torino 2005, a cura di Mauro Zonta),di impronta aristotelica e razionalistica, per cui, come Filone, nega valore ad ogni interpretazione letterale della Bibbia. Maimonide è vissuto nell’Impero arabo tra il XIII e il XIV secolo, scrive in arabo, per cui è rivolto a far conoscere dottrine ebraiche ai Musulmani dell’epoca, che, detto di passaggio, erano allora ben più tolleranti e “moderni” di certo loro attuale estremismo fanatico o integralismo. Moshe ben Maimon (questo il suo nome in ebraico) era scienziato, medico e giurista, oltre che filosofo, come del resto è tipico di gran parte della filosofia antica, considerata “scienza delle scienze”. La differenza tra Filone e Maimonide, oltre che quella ovvia tra concezioni neoplatoniche ed aristoteliche, è quella che il primo tratta la questione del male su un piano essenzialmente morale e storico-ideale, mentre il secondo affronta il problema nell’ottica prevalentemente giuridica .
[4] Giuseppe Flavio, op. cit. alla nota precedente, Libro IV, 219, vol. I, ed. UTET, pag. 258. Aggiunge che né donne, né schiavi devono testimoniare. Il calunniatore doveva subire la stessa pena che avrebbe ricevuto il calunniato, se fosse stato condannato ai termini di legge. Le differenze col testo considerato rivelato, non sono poche.
[5] Nel testo che sicuramente almeno in questo passo va considerato apocrifo, l’ispirazione divina in Daniele assume un vero atto di accusa preventiva e molto violenta, fatto questo piuttosto improbabile, essendo lui un giovane e i due essendo non solo vecchi, ma anche autorevoli in quanto giudici. Tuttavia è opportuno segnalare come nella Bibbia la “politically correct” e una presunta netiquette, oggi di moda, non esistessero:
“ Daniele disse al primo: ‘O invecchiato nel male ! Ecco i tuoi peccati commessi in passato vengono alla luce, quando davi sentenze ingiuste opprimendo gli innocenti e assolvendo i malvagi,…. Ora dunque, se tu hai visto costei, di’: sotto quale albero tu li hai visti stare insieme?’. Rispose: ‘ Sotto un lentisco’. Disse Daniele: ‘ In verità, la menzogna ricadrà sulla tua testa. Già l’angelo di Dio ha ricevuto da Dio la sentenza e ti spaccherà in due’. Allontanato questo, fece venire l’altro e gli disse: ‘Razza di Canaan e non di Giuda, la bellezza ti ha sedotto, la passione ti ha pervertito il cuore. Così facevate con le donne di Israele ed esse si univano a voi… Dimmi dunque, sotto quale albero li hai trovati insieme ?’ Rispose: ‘Sotto un leccio’. Disse Daniele: ‘In verità anche la tua menzogna ti ricadrà sulla testa. Ecco l’angelo di Dio ti aspetta con la spada in mano per spaccarti in due…’…” (Libro di Daniele, Cap. 14, vv. 52 – 59). Appare strano che né i due vecchi giudici, né altri protestino contro questo atteggiamento aggressivo di Daniele, ma forse la cosa si spiega ritenendo allora che un giovane puro fosse stato meglio ispirato dalla verità divina.
Giuseppe Flavio, che parla abbastanza a lungo di Daniele alla fine del Libro X, non fa cenno a questo episodio.
[6] Cfr. Il Primo Libro dei Re, Cap. 1, “La Sunnamita”.
[7] Anche Giuseppe Flavio descrive l’episodio, ma con due varianti: dice infatti che anche il corpicino del morto doveva essere tagliato in due, e che in un primo momento il popoli presente avesse deriso il re per questa sua prima apparente sentenza (Libro VIII, Cap. II, 26 – 34). Nel testo di Giuseppe si parla anche della successiva condanna della donna menzognera,
[8] Nella sua “Storia della filosofia greca” in quattro volumi (ed. La Nuova Italia), lo storico tedesco Theodor Gomperz sottolinea, con giusta ironia, che Platone rimproverava ai sofisti di farsi pagare per le loro lezioni, il che veniva a quei tempi considerata una forma di prostituzione intellettuale; nondimeno, se ai grandi filosofi di questa Scuola, come Protagora, Gorgia, Antifonte, ecc., rimproverava di farsi pagare eccessivamente, derideva ancor di più quei sofisti considerati minori che si facevano pagare poco. L’atteggiamento di Platone nei confronti dei sofisti era alquanto contraddittorio, e non tiene adeguato conto del fatto che lo stesso Socrate veniva considerato come uno dei tanti sofisti dai contemporanei, in modo particolare da Aristofane.
[9] Il ragionamento o paralogisma di Zenone è fondato sul concetto dell’infinita divisibilità dello spazio. Se tra due enti in movimento, il primo (una tartaruga), pur essendo più lento, parte per primo, il secondo (Achille), sebbene più veloce, non la raggiungerà mai. Infatti, tra la Tartaruga ed Achille, c’è un segmento di distanza composto da “infiniti” punti. Ora se la tartaruga avanza, Achille non potrà raggiungerla, avendo da percorrere una serie infinita di punti. Il problema ha spaccato la testa ai matematici per risolvere l’enigma, che in realtà è fondato su un equivoco: il segmento di distanza è composto da “indefiniti” e non da “infiniti punti”, ovvero non sappiamo quanti possano essere, visto che il punto è un’entità geometrica ovvero del tutto astratta (come voler contare le idee che abbiamo in testa), ma di certo la serie di punti è in un numero limitato, perché altrimenti esisterebbero “infiniti” maggiori e minori dello stesso tipo unidimensionale, il che è contraddittorio. Inoltre, tanto il passo della tartaruga, quanto quello di Achille percorrerebbero spazi “infiniti”, per cui nulla di impossibile che l’”infinito”, bensì minore, passo della tartaruga e quello “infinito”, ma maggiore, di Achille consentano non solo il raggiungimento, ma anche il superamento della tartaruga da parte di Achille. Zenone, preludendo agli Eristi, svolge un paralogismo fondato su più termini equivoci, soprattutto per la confusione tra “indefinito” ed “infinito”, Più semplice e brutale la soluzione di Antistene, precursore della Scuola Cinica: mettendosi a camminare prova che ci si può muovere. Il movimento non si dimostra logicamente, ma nella verifica di fatto, come del resto ogni forma di esistenza. Antistene e Platone, poi, polemizzarono un bel giorno sulla “cavallinità”, ovvero la natura universale, o idea, del cavallo. Antistene osservò sarcasticamente “Vedo bene questo o quel cavallo, ma non riesco a vedere la cavallinità”, e Platone, un po’ furbescamente, obiettò: “Perché non hai gli occhi per vederla”, ossia l’idea universale di cavallo esiste, ma non è percettibile da occhio umano, bensì solo da una mente pura da pregiudizi materialistici. Il tema sarà poi ripreso dalla Scolastica medioevale, dalle due contrapposte correnti del realismo (realtà dell’Idea universale) e del nominalismo (l’universale, puro nome, soffio). Intermedia fu la posizione concettualistica che riconosce nella mente umana la presenza di concetti universali ed ordinatori.
[10] Cfr. Chaim Perelman e Lucie Olbrechts-Tyteca, “Trattato dell’Argomentazione - La nuova retorica”, ed. italiana Einaudi (Torino, 1989), con prefazione di Norberto Bobbio.
[11] Il mondo classico è amante della bellezza in tutte le sue forme, compresa ovviamente quella del corpo umano. Tra gli antichi Elleni erano diffuse di fatto tanto le pratiche omosessuali (maschili e femminili), quanto la pedofilìa e il rapporto con gli èfebi (adolescenti). Tuttavia di questi rapporti pur fisici, non solo non ne fecero un vanto, ma anzi semmai condannavano sul piano morale, esaltando all’inverso un rapporto affettivo e spirituale rappresentato dalla forte amicizia. Forse la formula più esatta di questo rapporto di amicizia intensa e di comunanza di idee e di volontà è dato dalla frase che Sallustio mette in bocca al rivoluzionario romano Lucio Sergio Catilina :”Eadem velle, eademque nolle, ea firma amicitia est”: ossia, volere le medesime cose e il non volerne altre nello stesso modo, quella è salda amicizia. Platone dedica all’amore, inteso nel senso fisico e nel senso spirituale, il dialogo “Simposio”, ovvero “Convito”. Mentre si discute dell’esperienza amorosa, soprattutto passionale intesa anche come malattia, giunge Alcibiade mezzo ubriaco, e fa un elogio un po’ strano, un po’ sarcastico, di Socrate. In pratica dichiara di aver tentato di sedurlo e di essere perfino entrato nel suo giaciglio, ma Socrate rimase completamente indifferente alla tentazione (cfr. “Simposio” ovvero “Convito”, capitolo XXXIII), eppure, mentre Socrate non si può dire né giovane né bello, Alcibiade lo era. Ed è pure noto che, pur con una certa propensione a questi rapporti di natura omosessuale, non disdegnava affatto le donne, di cui era un attivo ammiratore. Sempre Platone nelle “Leggi”, mettendolo in bocca al personaggio detto genericamente “Ateniese”:
“… il piacere sessuale fu assegnato secondo natura tanto alle femmine quanto ai maschi perché si accoppiassero in vista della procreazione, mentre la relazione erotica dei maschi con i maschi e delle femmine con le femmine è contro natura e consiste se mai altra in un’audacia indotta dall’inacapacità di dominare il piacere. Tutti noi rimproveriamo ai Cretesi di aver inventato il mito di Ganimede [ossia il mito del rapporto amoroso tra Giove-Zeus e questo adolescente, che poi divenne coppiere degli Dèi Il neretto è mio]...” (Platone, Le Leggi”, Libro I, 603 c> e d>, ed. italiana. BUR, Milano, 2005, a cura di Franco Ferrari, pag. 117. Cfr. anche Libro VIII, 836 c> e d>, pag. 703.
Pure Aristotele nella sua “Etica Nicomachea” scrive:
“ … altre ancora sono pratiche morbose o derivano dall’abitudine: ad esempio tingersi i capelli e mangiarsi le unghie… e, inoltre, la pratica dell’amore coi maschi. Per alcuni queste pratiche sono per natura, per altri arrivano dall’abitudine, per esempio per coloro che sono stati fatti oggetto di violenza fin da bambini…”(Aristotele, op. cit.. Libro VI, Cap. VII, § 6, 1148 b; ed. it. BUR, Milano, 2002, a cura di Marcello Zanatta, pag. 459). E’ interessante rilevare come 2000 anni prima di Freud, si prospettasse già l’infanzia come il periodo nel quale si formano certe attitudini sessuali.
Ricordo infine Plutarco il quale, parlando di Demetrio Poliorcete nelle sue “Vite Parallele”, narra un tragico episodio. Demetrio si era incapricciato di un adolescente che frequentava la sua stessa palestra. Costui poco apprezzava le attenzioni del condottiero (celebre per aver utilizzato strumenti tecnici di guerra per l’abbattimento delle mura, da cui il soprannome, in età post-alessandrina). Il ragazzo cercò di evitarlo andando in altro luogo, nondimeno Demetrio, vero stalker dei tempi antichi, lo seguì; un giorno lo sorprese solo nei bagni e l’avrebbe certamente sopraffatto, se il ragazzo, pur di sfuggirgli, non si fosse gettato nella caldaia d’acqua bollente, preferendo una morte atroce ad un rapporto intimo con quell’uomo.
E mi pare che come esempi bastino per spiegare che l’omossesualità, nei tempi classici, intesa come fatto fisico, non era poi così apprezzata quanto si vorrebbe sostenere. L’amore “platonico”, di cui molti parlano a sproposito, non era indirizzato dall’uomo verso la donna, ma semmai identificato nell’amicizia spirituale e solidarietà tra due uomini.
[12] Siamo nell’XI - XII secolo, agli albori del Basso Medioevo e della civiltà comunale. Quando si costituiscono le prime Universita (allora vere e proprie associazioni di docenti e studenti) e si cominciano a porre le basi per scalzare il feudalesimo, il fanatismo clericale, preludendo a quello che avverrà poi sei-sette secoli più tardi. Nessuno si aspetterebbe di vedere in un’opera scritta allora una frase di questo tipo:
“… Mettiamo per esempio che uno abbia violato una donna unendosi a lei in chiesa; quando questo fatto giungerà alle orecchie del popolo, si scandalizzano non tanto per la violazione della donna, vero tempio di Dio, quanto per la profanazione del tempio di pietra; invece è più grave far violenza alla donna che alle pareti del tempio, cioè è più grave portare ingiuria ad un essere umano che ad un luogo…” Pietro Abelardo, “Conosci te stesso ovvero l’Etica”, ed. it. La Nuova Italia, Firenze, 1976, a cura di Mario Dal Pra.
Chi era Pietro Abelardo ? Era un giovane studente di teologia e di filosofia, che, anticipando le concezioni tomistiche, criticò il realismo, ovvero quella concezione gnoseologica di derivazione platonica, che sosteneva la realtà delle idee universali. Abelardo criticò pure la posizione opposta, quella di Roscellino, secondo la quale le idee universali erano solo “soffi di voce” (flatis vocis). Secondo Abelardo, l’universalità e generalità delle idee è un prodotto mentale, un concetto, come secondo la tradizione più propriamente socratica, alla fine conclusasi con il pensiero di Guglielmo di Ockham. Abelardo si innamorò in età matura di Eloisa che sposò segretamente; quando i familiari di lei lo scoprirono, lo aggredirono, evirandolo, e mandando Eloisa in convento. Dei due rimane un celeberrimo carteggio, che dimostra come, se Abelardo era già un femminista ante litteram, Eloisa fosse più legata all’immagine, seppur passionale, ancora legata alla tradizione. Ecco che cosa gli scrive, pur essendosi egli fatto monaco per necessità ed ella suora per forza:
“… soltanto tu sei l’unico padrone del mio corpo e della mia anima.
Dio sa bene che in te non ho mai cercato altro che te solo; ho desiderato esclusivamente te, e non le tue sostanze. Non miravo al matrimonio né alla ricchezza; e tu sai bene che sempre ho cercato di soddisfare non i miei piaceri e la mia volontà, ma unicamente i tuoi. E se il nome di moglie appar più sacro e più valido, per me è sempre stato più dolce quello di amica, o, se non ti scandalizzi, di concubina o di prostituta …” (Abelardo ed Eloisa, “Lettere”, ed. Einaudi, Torino, 1979, a cura di Cesare Vasoli e Nada Cappelletti Truci, Lettera II, pag. 131). Chi scrive questa frase appassionata, confermata in diversi altri punti, è ormai una donna prigioniera in un convento, a cui è stato tolta ogni possibilità affettiva. A differenza di Abelardo, essa, per quanto culturalmente ben più evoluta delle donne del tempo, non disdegna una posizione di “inferiorità”, sebbene tutt’altro che imposta (infatti Abelardo respinge un tale atteggiamento), nel senso di totale dedizione, ormai solo interiore, all’uomo amato. Esistono oggi amori del genere ?
[13]. Il testo è reperibile nella raccolta “I Presocratici, Testimonianze e frammentii”, ed. Laterza (Bari, 1986), trad it. dalla versione di Hermann Diels e Walter Kranz, vol. 2°, pagg. 927 – 933.
[14] Ben cinque secoli dopo, il pur mite poeta Virgilio fa promettere ad Ascanio Julo figlio di Enea. nel Libro IX vv. 272 – 273, dell’ “Eneide” a due giovani guerrieri (Eurialo e Niso) che, se riusciranno a penetrare a scopo spionistico nel campo dei Rutuli, nemici dei Troiani, portando informazioni precise, nonché il padre Enea, che essi avranno “Preaterea, bis sex genitor lectissima matrum corpora”, ovvero “(Mio) padre, inoltre, (vi donerà) due volte sei (dodici) piacevolissimi corpi di donna fertile”, in premio per l’impresa che, detto di passaggio, fallirà con la morte dei due scoperti dai Rutuli. Ora, l’idea che il corpo della donna sia merce di scambio o premio della vittoria, e che se ne possa abusare in ogni modo a seguito di azioni belliche, era tipico dell’antichità, e non certo dei soli Greci e Romani. Per cominciare a superare tale presunzione sul diritto dei vincitori alla violenza sessuale indiscriminata, quale premio della vittoria (“mettere a sacco le città” voleva dire anche questo), bisognerà aspettare almeno Ugo Grozio e il suo “Diritto della Guerra e della Pace”. Di fatto, sappiamo che ancora oggi siamo ben lontani dal concepire l’inviolabilità delle donne in una città conquistata. Ebbene Gorgia nel V secolo a.C. , fu, a quel che mi risulta, il primo che, almeno sul piano teorico, si oppose a tale consuteudine.
Il Debito Pubblico, Calandrino e gli italiani
di Manlio Tummolo
I soliti fanatici dell'autorità, dei poteri forti, dei Governi, si chiederanno che rapporto possa esservi tra il Debito pubblico, Calandrino e gli Italiani. Si potrà chiarire ad essi questo intimo rapporto, dopo l'esposizione della novella decameroniana che, per quanto accorciata, dovrà comunque mantenere nel fiorito linguaggio boccaccesco tutta la sua fresca ironia e tutta la sua efficacia, in modo tale che tale intimo rapporto, a cui si è accennato, possa apparire fresco e palpabile. iniziamo intanto col chiarire chi sia Calandrino, che è presente nel “Decamerone” in tre novelle (la terza dell'ottava giornata, titolata “Calandrino, Bruno e Buffalmacco alla ricerca dell'elitropìa”, la sesta dell'ottava giornata, che è quella che qui esamineremo, “Bruno e Buffalmacco imbolano un porco a Calandrino” e la quinta della nona giornata “Calandrino innamorato”, mentre i suoi “amici” Bruno e Buffalmacco hanno anche l'onore di una quarta novella (la nona dell'ottava giornata “Maestro Simone beffato da Bruno e Buffalmacco”.
Esaminamo sinteticamente il protagonista: Calandrino è il tipico ingenuo, vittima degli imbroglioni e dei furboni: oggi lo paragoneremmo a Fracchia o a Fantozzi, i classici personaggi di Paolo Villaggio. La tipica persona comune che non si immagina mai che gli amici più cari possano ingannarlo o beffarlo, oppure è abbastanza intelligente da rendersene conto, ma il bisogno psicologico dell'amicizia prevale alla fine su qualunque altra considerazione, e preferisce subìre danni e beffe, piuttosto che rimaner solo, il contrario insomma di quello che il noto proverbio insegna: “Meglio soli che male accompagnati”, oppure l'altro: “Dagli amici mi guardi Iddio, ché ai nemici penso io”. Viceversa, i suoi due amici, Bruno e Buffalmacco sono dei furboni, abbastanza sadici sul piano psicologico, che si divertono un mondo a tormentare, deridere e beffeggiare il prossimo, specialmente se ingenuo come Calandrino. Calandrino, contadino e artigiano insieme, è anche sposato con una di quelle mogli terribili, tipiche di chi, pur di non star solo senza una donna, si sposerebbe anche con una strega, che lo comandi a bacchetta e lo terrorizzi, ma nelle novelle non si capisce che cosa gli dia in cambio, se non forse il mantenimento materiale. Infatti, la vera padrona è lei, non lui. Questo episodio sfata quanto si dice del Medioevo, a cui si attribuisce un'oppressione sulla donna che, seppure diffuso, non era poi così generale come supponiamo. E infatti, anche la vita comune dei narratori, nella novella cornice, indica rapporti tutt'altro che dominanti in generale tra uomini e donne.
Ma veniamo ora al testo e prepariamoci a trovare quelle forti analogie a cui sopra accennavo:
"... Chi Calandrino, Bruno e Buffalmacco fossero, non bisogna che io vi mostri, ché assai l'avete di sopra udito [per la novella sull'elitropìa, ovvero la pietra che fa diventare invisibili]… dico che Calandrino aveva un suo poderetto non guari lontano da Firenze, che in dote aveva avuto dalla moglie. Del quale, tra l'altre cose…, n'aveva ogni anno un porco; et per sua usanza sempre colà di dicembre d'andarsene la moglie et egli in villa. E ucciderlo, e quindi farlo salare. Ora avvenne una volta… che non essendo la moglie ben sana, Calandrino andò egli solo ad uccidere il porco. La qual cosa sentendo Bruno e Buffalmacco, e sappiendo che la moglie di lui non v'andava, se n'andarono a un prete loro grandissimo amico [i preti in queste vicende non mancano mai], vicino di Calandrino, a starsi con lui alcun dì. Aveva Calandrino… ucciso il porco, e vedendogli col prete, gli chiamò, e disse: - Voi siate i ben venuti. Io voglio che voi veggiate che massajo io sono.
E menàtigli in casa, mostrò loro questo porco. Videro costoro il porco esser bellissimo, e da Calandrino intesero che per la famiglia sua il voleva salare. A cui Brun disse: - Deh, come tu se' grosso! Vèndilo, e godiamoci i denari. E a mòglieta dì che ti sia stato imbolato [involato, rubato].
Calandrino disse: - No; ella nol crederebbe, e caccerebbemi fuor di casa. Non v'impacciate, che io nol farei mai.
Le parole furono assai, ma niente montarono. Calandrino gl'invitò a cena cotale alla trista, sì che costoro non vi vollero cenare… Disse Bruno a Buffalmacco: - Vogliamgli imbolare stanotte quel porco?
Disse Buffalmacco: - O come potremo noi?
Disse Bruno: Il come ho io ben veduto, se egli nol muta di là ove egli era testé.
Adunque - disse Buffalmacco - facciàmlo; perché nol faremo noi? E poscia cel goderemo qui insieme col domine [il buon prete del villaggio e vicino di Calandrino].
Il prete disse che gli era molto caro. Disse allora Bruno: - Qui si vuole usare un poco d'arte. Tu sai, Buffalmacco, come Calandrino è avaro, e come egli bee volentieri quando altri paga: andiamo, e menianlo alla taverna, e quivi il prete faccia vista di pagare tutto per onorarci, e non lasci pagare a lui nulla. Egli si ciurmerà, e verracci troppo ben fatto poi, per ciò che egli è solo in casa.
Come Brun disse, così fecero. Calandrino, veggendo che il prete non lasciava pagare, si diede in sul bere; e benchè non ne bisognasse troppo, pur si caricò bene… andossi al letto. Buffalmacco e Bruno se n'andarono a cenare col prete; e come cenato ebbero, presi certi argomenti per entrare in casa Calandrino…, là chetamente n'andarono. Ma trovando aperto l'uscio, entrarono dentro; e ispiccato il porco, via a casa del prete nel portarono… Calandrino, essendogli il vino uscito dal capo… come scese giù, guardò e non vide il porco suo, e vide l'uscio aperto…; incominciò a fare il romor grande: oisé, dolente sé, che il porco gli era stato imbolato! Bruno e Buffalmacco, levatisi, se n'andarono verso Calandrino, per udir ciò che egli del porco dicesse… quasi piagnendo, chiamati, gli disse: - Oimé, compagni miei, che il porco mio m'è stato imbolato!
Bruno accostatoglisi, pianamente gli disse: - Maraviglia che se' stato savio una volta!
Oimé - disse Calandrino - che io dico daddovero!
Così di' - diceva Bruno - grida forte, fatti ben sentire, sì che egli paja bene che sia stato così.
Calandrino gridava allora più forte, e diceva: - Al corpo di Dio, che io dico daddovero che egli mi è stato imbolato!
E Bruno diceva: - Ben di', ben di': e' si vuol ben dir così; grida forte, fàtti ben sentire, sì che egli paja vero.
Disse Calandrino: - Tu mi faresti dar l'anima al nimico! Io dico che tu non mi credi, se io non sia impiccato per la gola, che egli m'è stato imbolato!
Disse allora Bruno: - Deh come dèe poter essere questo? Io il vidi pur ieri costì. Credimi tu far credere che egli sia volato?
Disse Calandrino: - Egli è come ti dico!
Deh - disse Bruno - può egli essere?
Per certo -disse Calandrino - egli è così! Di che io son diserto e non so come io torni a casa: mògliema nol mi crederà; e se ella il mi pur crede, io non avrò uguanno pace con lei!
Disse allora Bruno: - Se Dio mi salvi, questo è mal fatto, se vero è; ma tu sai, Calandrino, che ieri t'insegnai dir così. Io non vorrei che tu ad un'ora ti facessi beffe di mòglieta, e di noi [come già nella novella dell'elitropìa, Bruno e Buffalmacco recitano la parte degli imbrogliati da Calandrino, per imbrogliarlo meglio].
Calandrino incominciò a gridare…: - Deh perché mi farete disperare, e bestemmiare Iddio e’ Santi e ciò che v'è? Io vi dico che il porco m'è stato imbolato.
Disse allora Buffalmacco: - Se egli è pur così. Vuolsi veder via, se noi sappiamo, di riaverlo.
E che via - disse Calandrino - potrem noi trovare?
Disse allora Buffalmacco: - Per certo egli non c'è venuto d'India niuno a tòrti il porco: alcuno di questi tuoi vicini dèe essere stato. E per certo, se tu gli potessi ragunare, io so fare l'esperienza del pane e del formaggio. E vederemmo di botto chi l'ha avuto.
Sì - disse Bruno - ben farai con pane e con formaggio a certi gentilotti che ci ha dattorno; ché sono certo che alcun di loro l'ha avuto, e avvederèbbesi del fatto, e non ci vorrebber venire!
Com’è dunque da fare? - disse Buffalmacco.
Rispose Bruno: Vorrebbesi fare con belle galle di gengiovo [zenzero] e con bella vernaccia come il pane e il cascio…
Calandrino, che di'? Vogliamlo fare? Disse Calandrino: - Anzi ve ne priego io per l'amor di Dio; ché se io sapessi pur chi l'ha avuto, sì mi parrebbe esser mezzo consolato.
Or via - disse Bruno - io sono acconcio d'andare fino a Firenze per quelle cose in tuo servizio, se tu mi dài i denari.
Aveva Calandrino forse quaranta soldi, li quali egli li diede. Bruno andatosene a Firenze ad un suo amico speziale, comperò una libbra di belle galle di gengiovo, e fècene far due di quelle del cane [di sterco di cane], le quali egli fece confettare in uno aloè pàtico fresco; poscia fece dar loro le coverte del zucchero [probabilmente miele o qualche derivato, in quanto nel Trecento non era stata ancora scoperta l’America, né si conoscevano la canna da zucchero e neppure l'alternativa della barbabietola], come avevan l'altre, e per non… scambiarle, fece lor fare un certo segnaluzzo, per lo quale egli molto bene le conoscea; e comperato un fiasco d'una buona vernaccia, se ne tornò in villa a Calandrino. E dissegli: - Farai tu che inviti domattina a ber con teco coloro di cui tu hai sospetto. Egli è festa, ciascun verrà volentieri; e io farò stanotte insieme con Buffalmacco la ‘ncantagione sopra le galle, e recheròlleti domattina a casa. E per tuo amore io stesso le darò. E farò e dirò ciò che fia da dire e da fare.
Calandrino così fece. Ragunata adunque una buona brigata… e fatti stare costoro in cerchio, disse Bruno: - Signori, e' mi si convien dir la cagione per che voi siete qui… a Calandrino che qui è, fu iernotte tolto un suo bel porco… vi dà a mangiare queste galle una per uno, e bere… chi avuto avrà il porco, non potrà mandar giù la galla, anzi gli parrà più amara che veleno, e sputeralla. E perciò, anzi che questa vergogna gli sia fatta in presenza di tanti, è forse il meglio che quel cotale… in penitenzia il dica al sere [il prete complice della truffa]…
Ciascun che v'era disse che ne voleva volentier mangiare; per che Bruno… cominciò a dare a ciascun la sua. E come fu per mei [davanti] Calandrino, presa una delle canine [quelle confezionate con sterco di cane] gliele pose in mano. Calandrino prestamente la si gittò in bocca, e cominciò a masticare; ma sì tosto come la lingua sentì l'aloè, così Calandrino, non potendo l'amaritudine sostenere, la sputò fuori. Quivi ciascun guatava nel viso l'un all'altro, per veder chi la sua sputasse. E non avendo Bruno ancora compiuto di darle…, s'udì dir dietro: - Eja, Calandrino che vuol dir questo? Per che prestamente rivolto, disse: - Aspèttati, forse che alcuna altra cosa gliele fece sputare: tènne un'altra.
E presa la seconda, gliela mise in bocca… Calandrino, se la prima gli era paruta amara, questa gli parve amarissima. Ma pur vergognandosi di sputarla, alquanto masticandola la tenne in bocca; e tenendola, cominciò a gittar le lagrime che parevan nocciuole, sì eran grosse; e ultimamente, non potendo più la gittò fuori come la prima aveva fatto. Buffalmacco faceva dar bere alla brigata, e Bruno. Li quali insieme con gli altri questo vedendo, tutti dissero che per certo Calandrino se lì’ aveva imbolato egli stesso; e furonvene di quegli che aspramente il riprèsono… gl’incominciò Buffalmacco a dire: - Io l'aveva per certo tuttavia che tu l'avevi avuto tu, e a noi volevi mostrare che ti fosse stato imbolato, per non darci una volta bere de' denari che tu avessi.
Calandrino, il quale ancora non aveva sputata l’amaritudine dello aloè, cominciò a giurare che egli avuto non l'avea. Disse Buffalmacco: - Ma che n'avesti, sozio, alla buona fe’? Avèstine sei?
Calandrino, udendo questo, s'incominciò a disperare. A cui Brun disse: - Intendi sanamente, Calandrino, che egli fu tale nella brigata che con noi mangiò e bevve, che mi disse che tu avevi quinci una giovinetta che tu tenevi a tua posta, e dàvile ciò che tu potevi rimediare; e che egli aveva per certo che tu l'avevi mandato questo porco. Tu sì hai apparato ad esser beffardo! Tu ci menasti una volta giù per lo Mugnone, ricogliendo pietre nere; e quando tu ci avesti messo in galea senza biscotto… e poscia ci volevi far credere che tu l'avessi trovata! E ora similmente ti credi co' tuoi giuramenti far credere altressì che il porco che tu hai donato ovver venduto ti sia stato imbolato. Noi sì siamo usi alle tue beffe, e conosciamle: tu non ce ne potresti far più! E perciò, a dirti il vero, noi ci abbiamo durata fatica in far l'arte; perché noi intendiamo che tu ci doni due paja di capponi, se non che noi diremo a monna Tessa [la moglie tremenda] ogni cosa.
Calandrino, veduto che creduto non gli era, parendogli avere assai dolore, non volendo anche il riscaldamento della moglie, diede a costoro due paja di capponi. Li quali, avendo essi salato il porco, portàtisene a Firenze, lasciaron Calandrino col danno e le beffe ..."
(L’edizione seguita è quella di Curcio, Roma, data non riportata, a cura di Luigi Cùnsolo, pagg. 356 – 359) .
Ora che ho riportato gran parte della novella, salvo alcune abbreviazioni segnate dai puntini, vediamo perché questa novella è un po' la parabola di tutti gli Stati mediterranei dell'Unione Europea, comunemente definiti PIGS, acronimo che, vedi combinazione, significa anche “porci”. Ognuno di noi sa che, se due privati hanno un rapporto reciproco di debito-credito, questo deve essere risolto e concluso all'interno delle due parti in causa. Ovvero, il debitore, stante un contratto prestabilito, restituirà una certa somma o bene a rate oppure in blocco ad una certa scadenza. Nel Debito Pubblico, viceversa, le cose non stanno così. Il debito pubblico, storicamente, nasce negli Stati medioevali e rinascimentali quando un sovrano, un feudatario o un signorotto, non avendo fonti sicure e regolari di entrata, in caso di guerra oppure di festeggiamenti matrimoniali o celebrazioni varie, si faceva prestare dai grandi banchieri (quella volta gli Italiani, particolarmente senesi, fiorentini, veneziani e genovesi, erano in testa) le somme necessarie per stipendiare le compagnie mercenarie, oppure artisti, uomini di spettacolo, ecc. Fu proprio nel XV secolo che, ad esempio, alcune banche fiorentine ebbero un crollo proprio grazie al fatto che i re di Francia e di Inghilterra, nel corso della Guerra dei Cent'Anni, si rifiutarono di pagare i loro debiti, causando alla città di conseguenza rilevanti danni finanziari. Questa tradizione di debito del sovrano fu poi continuata, perché appariva più comodo chiedere ai cittadini in forme morbide e volontarie denaro in cambio di un certo interesse, che imporre esazioni fiscali pesanti e sgradevoli. Ma, com'è ben noto, il debito finisce comunque per scaricarsi sul comune cittadino in forma di imposte sempre più pesanti e senza aver in cambio adeguati servizi o utilità. Questa prassi è tipica anche dello Stato più moderno, e in Italia, che fino agli anni '70 era riuscita a tenerlo sotto controllo, con la crisi petrolifera cominciò a crescere in modo assai pericoloso, sia per l'inflazione che imponeva interessi anche fino al 20 %, sia per il fatto che, dovendo attrarre denaro, occorreva proporre interessi ancora più alti. Malgrado le manovre ed i “sacrifici” imposti ogni anno sempre con la promessa di risolvere la crisi, il debito continuò a crescere spaventosamente fino a diventare materialmente non solubile. Nondimeno, tale debito, fino all'inizio degli anni '90, rimase un fatto prevalentemente interno (come tuttora è in Giappone), finché quel genio dell'alta finanza ex-socialista craxiano di nome Giuliano Amato non cominciò ad esportarlo all'estero con quelle belle gare, rese celebri nell'estate scorsa e con il più celebre ancora “spread”, sul quale non fa conto qui parlare, visto che ne parlano sempre i mezzi d'informazione. La creazione dell'euro, riducendo drasticamente la percentuale inflattiva e con il diverso trattamento tra stipendi e prezzi o tariffe, ridusse quasi al 50 % gli interessi del debito, ma questo successo si realizzò, ancora una volta, a spese dei normali contribuenti italiani, i quali inoltre, col solito pretesto che “dovevamo entrare in Europa”, dovettero altresì caricarsi di tasse, imposte, gabelle e tickets per ottenere il brillante risultato.
Ora, perché la novella di Calandrino può esser considerata la parabola della vicenda finanziaria italiana e dei PIGS in generale? Vediamo le analogie. Come detto, il debito è un rapporto obbligatorio fra creditore e debitore, nei termini fissati dal comune contratto. Qui invece succede che tale rapporto diventi oneroso, non fra le due parti (governo che emette titoli e gli investitori che li acquistano per proprio vantaggio), ma tra i terzi (cittadini che non hanno investito alcun denaro e nulla ci guadagnano, ma ne hanno una secca perdita) e il governo, il quale paga col denaro altrui i propri debiti. Non solo, ma poi il governo recita la manfrina per cui ogni cittadino, compresi i lattanti, diventa debitore verso questi investitori. Viene addirittura colpevolizzato rispetto alle future generazioni e gli si dice che non deve lasciare un debito così alto, come se questo debito fosse stato stipulato o contratto dal singolo cittadino, che magari non ha mai visto in vita sua un BOT, un CCT, un BTP, ecc., e non piuttosto ai medesimi governanti che concionano .
Ecco, dunque, l'analogia tra Calandrino e il popolo italiano (o dei PIGS). Come Calandrino viene beffato a ripetizione, per cui gli si ruba il porco (ovvero la ricchezza nazionale) per usi illegittimi, si pretende di far credere ai contribuenti che è stato proprio il comune cittadino a rubare il ”porco” o, come dicono furbescamente, “a vivere al di sopra delle proprie possibilità”, anche se ha lavorato interamente per tutta la vita, sempre sacrificandosi, spesso ammalandosi sul lavoro o, addirittura, morendo sul lavoro; non solo, ma che vuole anche fare il furbo andando in pensione troppo presto, o evadendo il fisco, che - di passaggio - è esoso sia per quantità, sia per modalità, sia soprattutto per il pessimo uso di tale denaro. I vari Bruni e Buffalmacchi della politica, dell'alta finanza e del fisco, obietterebbero a questo punto che il debito pubblico è pagaro da tutti perché concerne il pubblico interesse, per i servizi utili alla vita del cittadino, ecc. Ora questo è vero, solo parzialmente, all'inizio del processo, ma non nel suo pieno sviluppo, in quanto il debito stesso, instauratosi con quella modalità, nutre se stesso e pur avendo la fiscalità generale saldato tutte le spese necessarie per uno Stato, nondimeno si deve pagare molto di più ed ulteriormente per soddisfare le esigenze degli investitori, i quali - per essere esatti - vanno distinti in tre categorie fondamentali: i semplici risparmiatori, i quali hanno investito in pubblici titoli per avere un certo interesse e per la sicurezza del guadagno; gli speculatori, i quali traggono, manovrando ingenti quantità di titoli, un lauto lucro; ed infine gli aggiotatori che, a loro volta, facendo circolare notizie tendenziose e manovrando al contempo anch'essi ingenti quantità di titoli, riescono non solo a guadagnare lautamente come i secondi, ma anche a mandare in fallimento interi Stati.
Se “monna Tessa”, la moglie di Calandrino, può essere il simbolo del governo germanico nella deliziosa persona della signora Angela Merkel, che impone le sue leggi punitive ai PIGS, anche della Commissione Europea, e della Banca Comunitaria Europea che ne segue le direttive (non a caso si trova a Francoforte sul Meno), Bruno e Buffalmacco, col prete (che potrebbe rappresentare il nostro presidente della Repubblica sempre disposto alle prediche), rappresentano evidentemente l'alta finanza ed i potentati politici, i quali, non bastando loro di aver rubato il “porco” (ovvero, la ricchezza nazionale), non bastando di infliggere le spese minori (quelle dell'acquisto delle galle di zenzero), infliggono pure le spese per interessi (le due paia di capponi per tacitare la cosa). Le galle o “bomboloni” con sterco di cane ed aloè sono le manovre “lacrime e sangue” che devono essere ingoiate, pure ringraziandole come“salvezza della Patria e dell'economia”, Infine, i grandi opinionisti della pubblica informazione, delle accademie universitarie, ecc. sono ben rappresentati dai vicini di Calandrino, sdegnati da quella che dicono o credono “truffa” da parte di Calandrino.
In Grecia hanno imbrogliato le carte non i comuni cittadini ellenici, ma i politici e l'alta finanza, pur di entrare a far parte dell'euro; nondimeno, chi deve pagare il conto falsificato, è il comune cittadino, che magari si è sempre spaccato in quattro per mantenere decorosamente la propria famiglia. Lo stesso dicasi per italiani e spagnoli, o altri Paesi assimilati a questi. Non fu il comune cittadino ad indebitarsi, anzi, è dal 1974, anno in cui cominciarono a sentirsi gli effetti enormi dell'aumento esponenziale del prezzo del petrolio e prodotti derivati, che i vari Governi alternarono misure di incremento della tassazione all'emissione crescente di titoli pubblici, con interessi stratosferici. Lo fecero senza certo chiederci il permesso: infatti, l'art. 75 c. 2 della Costituzione vieta qualunque referendum su fatti di politica estera ed economica, essendo il popolo italiano considerato un popolo di grulloni, di “Calandrini”, buoni soltanto ad essere truffati e non in grado di decidere in modo alcuno, neppure con quorum speciali, sul loro futuro economico e di politica estera. I cittadini italiani non sono né responsabili, né corresponsabili dell'attuale Debito Pubblico che dovrebbe essere pagato, viceversa, dalle parti in causa, ovvero i governanti che lo accrebbero senza misura e quegli speculatori ed aggiotatori che ne ricavarono lucri impressionanti. Se sentiamo dire che 10 persone hanno il guadagno di 3 milioni di altre persone, significa che, in media, ciascuno di loro ricava ben 300.000 volte il comune contribuente o lavoratore, il che non è dovuto né a particolare genialità, né ad alti meriti, perché non vi è alcuna proporzione naturale ed accettabile tra una cosa e l'altra. La differenza è dovuta esclusivamente al fatto che la ricchezza comune ha avuto i suoi leoni, che si prendono quasi tutto, e gli altri che devono prendersi soltanto le briciole, ed ancora sentirsi dire, per soprammercato, che “vivono al di sopra delle proprie possibilità”.
Ora, per concludere questo tragicomico discorso, mi chiedo: fin quando i popoli PIGS, i contribuenti italiani, greci, spagnoli, portoghesi, ecc. continueranno a farsi trattare da “Calandrini”? Per dirla col Manzoni, “Ai posteri l'ardua sentenza”!
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Oratoria e Retorica in Marco Tullio Cicerone
I soliti fanatici dell'autorità, dei poteri forti, dei Governi, si chiederanno che rapporto possa esservi tra il Debito pubblico, Calandrino e gli Italiani. Si potrà chiarire ad essi questo intimo rapporto, dopo l'esposizione della novella decameroniana che, per quanto accorciata, dovrà comunque mantenere nel fiorito linguaggio boccaccesco tutta la sua fresca ironia e tutta la sua efficacia, in modo tale che tale intimo rapporto, a cui si è accennato, possa apparire fresco e palpabile. iniziamo intanto col chiarire chi sia Calandrino, che è presente nel “Decamerone” in tre novelle (la terza dell'ottava giornata, titolata “Calandrino, Bruno e Buffalmacco alla ricerca dell'elitropìa”, la sesta dell'ottava giornata, che è quella che qui esamineremo, “Bruno e Buffalmacco imbolano un porco a Calandrino” e la quinta della nona giornata “Calandrino innamorato”, mentre i suoi “amici” Bruno e Buffalmacco hanno anche l'onore di una quarta novella (la nona dell'ottava giornata “Maestro Simone beffato da Bruno e Buffalmacco”.
Esaminamo sinteticamente il protagonista: Calandrino è il tipico ingenuo, vittima degli imbroglioni e dei furboni: oggi lo paragoneremmo a Fracchia o a Fantozzi, i classici personaggi di Paolo Villaggio. La tipica persona comune che non si immagina mai che gli amici più cari possano ingannarlo o beffarlo, oppure è abbastanza intelligente da rendersene conto, ma il bisogno psicologico dell'amicizia prevale alla fine su qualunque altra considerazione, e preferisce subìre danni e beffe, piuttosto che rimaner solo, il contrario insomma di quello che il noto proverbio insegna: “Meglio soli che male accompagnati”, oppure l'altro: “Dagli amici mi guardi Iddio, ché ai nemici penso io”. Viceversa, i suoi due amici, Bruno e Buffalmacco sono dei furboni, abbastanza sadici sul piano psicologico, che si divertono un mondo a tormentare, deridere e beffeggiare il prossimo, specialmente se ingenuo come Calandrino. Calandrino, contadino e artigiano insieme, è anche sposato con una di quelle mogli terribili, tipiche di chi, pur di non star solo senza una donna, si sposerebbe anche con una strega, che lo comandi a bacchetta e lo terrorizzi, ma nelle novelle non si capisce che cosa gli dia in cambio, se non forse il mantenimento materiale. Infatti, la vera padrona è lei, non lui. Questo episodio sfata quanto si dice del Medioevo, a cui si attribuisce un'oppressione sulla donna che, seppure diffuso, non era poi così generale come supponiamo. E infatti, anche la vita comune dei narratori, nella novella cornice, indica rapporti tutt'altro che dominanti in generale tra uomini e donne.
Ma veniamo ora al testo e prepariamoci a trovare quelle forti analogie a cui sopra accennavo:
"... Chi Calandrino, Bruno e Buffalmacco fossero, non bisogna che io vi mostri, ché assai l'avete di sopra udito [per la novella sull'elitropìa, ovvero la pietra che fa diventare invisibili]… dico che Calandrino aveva un suo poderetto non guari lontano da Firenze, che in dote aveva avuto dalla moglie. Del quale, tra l'altre cose…, n'aveva ogni anno un porco; et per sua usanza sempre colà di dicembre d'andarsene la moglie et egli in villa. E ucciderlo, e quindi farlo salare. Ora avvenne una volta… che non essendo la moglie ben sana, Calandrino andò egli solo ad uccidere il porco. La qual cosa sentendo Bruno e Buffalmacco, e sappiendo che la moglie di lui non v'andava, se n'andarono a un prete loro grandissimo amico [i preti in queste vicende non mancano mai], vicino di Calandrino, a starsi con lui alcun dì. Aveva Calandrino… ucciso il porco, e vedendogli col prete, gli chiamò, e disse: - Voi siate i ben venuti. Io voglio che voi veggiate che massajo io sono.
E menàtigli in casa, mostrò loro questo porco. Videro costoro il porco esser bellissimo, e da Calandrino intesero che per la famiglia sua il voleva salare. A cui Brun disse: - Deh, come tu se' grosso! Vèndilo, e godiamoci i denari. E a mòglieta dì che ti sia stato imbolato [involato, rubato].
Calandrino disse: - No; ella nol crederebbe, e caccerebbemi fuor di casa. Non v'impacciate, che io nol farei mai.
Le parole furono assai, ma niente montarono. Calandrino gl'invitò a cena cotale alla trista, sì che costoro non vi vollero cenare… Disse Bruno a Buffalmacco: - Vogliamgli imbolare stanotte quel porco?
Disse Buffalmacco: - O come potremo noi?
Disse Bruno: Il come ho io ben veduto, se egli nol muta di là ove egli era testé.
Adunque - disse Buffalmacco - facciàmlo; perché nol faremo noi? E poscia cel goderemo qui insieme col domine [il buon prete del villaggio e vicino di Calandrino].
Il prete disse che gli era molto caro. Disse allora Bruno: - Qui si vuole usare un poco d'arte. Tu sai, Buffalmacco, come Calandrino è avaro, e come egli bee volentieri quando altri paga: andiamo, e menianlo alla taverna, e quivi il prete faccia vista di pagare tutto per onorarci, e non lasci pagare a lui nulla. Egli si ciurmerà, e verracci troppo ben fatto poi, per ciò che egli è solo in casa.
Come Brun disse, così fecero. Calandrino, veggendo che il prete non lasciava pagare, si diede in sul bere; e benchè non ne bisognasse troppo, pur si caricò bene… andossi al letto. Buffalmacco e Bruno se n'andarono a cenare col prete; e come cenato ebbero, presi certi argomenti per entrare in casa Calandrino…, là chetamente n'andarono. Ma trovando aperto l'uscio, entrarono dentro; e ispiccato il porco, via a casa del prete nel portarono… Calandrino, essendogli il vino uscito dal capo… come scese giù, guardò e non vide il porco suo, e vide l'uscio aperto…; incominciò a fare il romor grande: oisé, dolente sé, che il porco gli era stato imbolato! Bruno e Buffalmacco, levatisi, se n'andarono verso Calandrino, per udir ciò che egli del porco dicesse… quasi piagnendo, chiamati, gli disse: - Oimé, compagni miei, che il porco mio m'è stato imbolato!
Bruno accostatoglisi, pianamente gli disse: - Maraviglia che se' stato savio una volta!
Oimé - disse Calandrino - che io dico daddovero!
Così di' - diceva Bruno - grida forte, fatti ben sentire, sì che egli paja bene che sia stato così.
Calandrino gridava allora più forte, e diceva: - Al corpo di Dio, che io dico daddovero che egli mi è stato imbolato!
E Bruno diceva: - Ben di', ben di': e' si vuol ben dir così; grida forte, fàtti ben sentire, sì che egli paja vero.
Disse Calandrino: - Tu mi faresti dar l'anima al nimico! Io dico che tu non mi credi, se io non sia impiccato per la gola, che egli m'è stato imbolato!
Disse allora Bruno: - Deh come dèe poter essere questo? Io il vidi pur ieri costì. Credimi tu far credere che egli sia volato?
Disse Calandrino: - Egli è come ti dico!
Deh - disse Bruno - può egli essere?
Per certo -disse Calandrino - egli è così! Di che io son diserto e non so come io torni a casa: mògliema nol mi crederà; e se ella il mi pur crede, io non avrò uguanno pace con lei!
Disse allora Bruno: - Se Dio mi salvi, questo è mal fatto, se vero è; ma tu sai, Calandrino, che ieri t'insegnai dir così. Io non vorrei che tu ad un'ora ti facessi beffe di mòglieta, e di noi [come già nella novella dell'elitropìa, Bruno e Buffalmacco recitano la parte degli imbrogliati da Calandrino, per imbrogliarlo meglio].
Calandrino incominciò a gridare…: - Deh perché mi farete disperare, e bestemmiare Iddio e’ Santi e ciò che v'è? Io vi dico che il porco m'è stato imbolato.
Disse allora Buffalmacco: - Se egli è pur così. Vuolsi veder via, se noi sappiamo, di riaverlo.
E che via - disse Calandrino - potrem noi trovare?
Disse allora Buffalmacco: - Per certo egli non c'è venuto d'India niuno a tòrti il porco: alcuno di questi tuoi vicini dèe essere stato. E per certo, se tu gli potessi ragunare, io so fare l'esperienza del pane e del formaggio. E vederemmo di botto chi l'ha avuto.
Sì - disse Bruno - ben farai con pane e con formaggio a certi gentilotti che ci ha dattorno; ché sono certo che alcun di loro l'ha avuto, e avvederèbbesi del fatto, e non ci vorrebber venire!
Com’è dunque da fare? - disse Buffalmacco.
Rispose Bruno: Vorrebbesi fare con belle galle di gengiovo [zenzero] e con bella vernaccia come il pane e il cascio…
Calandrino, che di'? Vogliamlo fare? Disse Calandrino: - Anzi ve ne priego io per l'amor di Dio; ché se io sapessi pur chi l'ha avuto, sì mi parrebbe esser mezzo consolato.
Or via - disse Bruno - io sono acconcio d'andare fino a Firenze per quelle cose in tuo servizio, se tu mi dài i denari.
Aveva Calandrino forse quaranta soldi, li quali egli li diede. Bruno andatosene a Firenze ad un suo amico speziale, comperò una libbra di belle galle di gengiovo, e fècene far due di quelle del cane [di sterco di cane], le quali egli fece confettare in uno aloè pàtico fresco; poscia fece dar loro le coverte del zucchero [probabilmente miele o qualche derivato, in quanto nel Trecento non era stata ancora scoperta l’America, né si conoscevano la canna da zucchero e neppure l'alternativa della barbabietola], come avevan l'altre, e per non… scambiarle, fece lor fare un certo segnaluzzo, per lo quale egli molto bene le conoscea; e comperato un fiasco d'una buona vernaccia, se ne tornò in villa a Calandrino. E dissegli: - Farai tu che inviti domattina a ber con teco coloro di cui tu hai sospetto. Egli è festa, ciascun verrà volentieri; e io farò stanotte insieme con Buffalmacco la ‘ncantagione sopra le galle, e recheròlleti domattina a casa. E per tuo amore io stesso le darò. E farò e dirò ciò che fia da dire e da fare.
Calandrino così fece. Ragunata adunque una buona brigata… e fatti stare costoro in cerchio, disse Bruno: - Signori, e' mi si convien dir la cagione per che voi siete qui… a Calandrino che qui è, fu iernotte tolto un suo bel porco… vi dà a mangiare queste galle una per uno, e bere… chi avuto avrà il porco, non potrà mandar giù la galla, anzi gli parrà più amara che veleno, e sputeralla. E perciò, anzi che questa vergogna gli sia fatta in presenza di tanti, è forse il meglio che quel cotale… in penitenzia il dica al sere [il prete complice della truffa]…
Ciascun che v'era disse che ne voleva volentier mangiare; per che Bruno… cominciò a dare a ciascun la sua. E come fu per mei [davanti] Calandrino, presa una delle canine [quelle confezionate con sterco di cane] gliele pose in mano. Calandrino prestamente la si gittò in bocca, e cominciò a masticare; ma sì tosto come la lingua sentì l'aloè, così Calandrino, non potendo l'amaritudine sostenere, la sputò fuori. Quivi ciascun guatava nel viso l'un all'altro, per veder chi la sua sputasse. E non avendo Bruno ancora compiuto di darle…, s'udì dir dietro: - Eja, Calandrino che vuol dir questo? Per che prestamente rivolto, disse: - Aspèttati, forse che alcuna altra cosa gliele fece sputare: tènne un'altra.
E presa la seconda, gliela mise in bocca… Calandrino, se la prima gli era paruta amara, questa gli parve amarissima. Ma pur vergognandosi di sputarla, alquanto masticandola la tenne in bocca; e tenendola, cominciò a gittar le lagrime che parevan nocciuole, sì eran grosse; e ultimamente, non potendo più la gittò fuori come la prima aveva fatto. Buffalmacco faceva dar bere alla brigata, e Bruno. Li quali insieme con gli altri questo vedendo, tutti dissero che per certo Calandrino se lì’ aveva imbolato egli stesso; e furonvene di quegli che aspramente il riprèsono… gl’incominciò Buffalmacco a dire: - Io l'aveva per certo tuttavia che tu l'avevi avuto tu, e a noi volevi mostrare che ti fosse stato imbolato, per non darci una volta bere de' denari che tu avessi.
Calandrino, il quale ancora non aveva sputata l’amaritudine dello aloè, cominciò a giurare che egli avuto non l'avea. Disse Buffalmacco: - Ma che n'avesti, sozio, alla buona fe’? Avèstine sei?
Calandrino, udendo questo, s'incominciò a disperare. A cui Brun disse: - Intendi sanamente, Calandrino, che egli fu tale nella brigata che con noi mangiò e bevve, che mi disse che tu avevi quinci una giovinetta che tu tenevi a tua posta, e dàvile ciò che tu potevi rimediare; e che egli aveva per certo che tu l'avevi mandato questo porco. Tu sì hai apparato ad esser beffardo! Tu ci menasti una volta giù per lo Mugnone, ricogliendo pietre nere; e quando tu ci avesti messo in galea senza biscotto… e poscia ci volevi far credere che tu l'avessi trovata! E ora similmente ti credi co' tuoi giuramenti far credere altressì che il porco che tu hai donato ovver venduto ti sia stato imbolato. Noi sì siamo usi alle tue beffe, e conosciamle: tu non ce ne potresti far più! E perciò, a dirti il vero, noi ci abbiamo durata fatica in far l'arte; perché noi intendiamo che tu ci doni due paja di capponi, se non che noi diremo a monna Tessa [la moglie tremenda] ogni cosa.
Calandrino, veduto che creduto non gli era, parendogli avere assai dolore, non volendo anche il riscaldamento della moglie, diede a costoro due paja di capponi. Li quali, avendo essi salato il porco, portàtisene a Firenze, lasciaron Calandrino col danno e le beffe ..."
(L’edizione seguita è quella di Curcio, Roma, data non riportata, a cura di Luigi Cùnsolo, pagg. 356 – 359) .
Ora che ho riportato gran parte della novella, salvo alcune abbreviazioni segnate dai puntini, vediamo perché questa novella è un po' la parabola di tutti gli Stati mediterranei dell'Unione Europea, comunemente definiti PIGS, acronimo che, vedi combinazione, significa anche “porci”. Ognuno di noi sa che, se due privati hanno un rapporto reciproco di debito-credito, questo deve essere risolto e concluso all'interno delle due parti in causa. Ovvero, il debitore, stante un contratto prestabilito, restituirà una certa somma o bene a rate oppure in blocco ad una certa scadenza. Nel Debito Pubblico, viceversa, le cose non stanno così. Il debito pubblico, storicamente, nasce negli Stati medioevali e rinascimentali quando un sovrano, un feudatario o un signorotto, non avendo fonti sicure e regolari di entrata, in caso di guerra oppure di festeggiamenti matrimoniali o celebrazioni varie, si faceva prestare dai grandi banchieri (quella volta gli Italiani, particolarmente senesi, fiorentini, veneziani e genovesi, erano in testa) le somme necessarie per stipendiare le compagnie mercenarie, oppure artisti, uomini di spettacolo, ecc. Fu proprio nel XV secolo che, ad esempio, alcune banche fiorentine ebbero un crollo proprio grazie al fatto che i re di Francia e di Inghilterra, nel corso della Guerra dei Cent'Anni, si rifiutarono di pagare i loro debiti, causando alla città di conseguenza rilevanti danni finanziari. Questa tradizione di debito del sovrano fu poi continuata, perché appariva più comodo chiedere ai cittadini in forme morbide e volontarie denaro in cambio di un certo interesse, che imporre esazioni fiscali pesanti e sgradevoli. Ma, com'è ben noto, il debito finisce comunque per scaricarsi sul comune cittadino in forma di imposte sempre più pesanti e senza aver in cambio adeguati servizi o utilità. Questa prassi è tipica anche dello Stato più moderno, e in Italia, che fino agli anni '70 era riuscita a tenerlo sotto controllo, con la crisi petrolifera cominciò a crescere in modo assai pericoloso, sia per l'inflazione che imponeva interessi anche fino al 20 %, sia per il fatto che, dovendo attrarre denaro, occorreva proporre interessi ancora più alti. Malgrado le manovre ed i “sacrifici” imposti ogni anno sempre con la promessa di risolvere la crisi, il debito continuò a crescere spaventosamente fino a diventare materialmente non solubile. Nondimeno, tale debito, fino all'inizio degli anni '90, rimase un fatto prevalentemente interno (come tuttora è in Giappone), finché quel genio dell'alta finanza ex-socialista craxiano di nome Giuliano Amato non cominciò ad esportarlo all'estero con quelle belle gare, rese celebri nell'estate scorsa e con il più celebre ancora “spread”, sul quale non fa conto qui parlare, visto che ne parlano sempre i mezzi d'informazione. La creazione dell'euro, riducendo drasticamente la percentuale inflattiva e con il diverso trattamento tra stipendi e prezzi o tariffe, ridusse quasi al 50 % gli interessi del debito, ma questo successo si realizzò, ancora una volta, a spese dei normali contribuenti italiani, i quali inoltre, col solito pretesto che “dovevamo entrare in Europa”, dovettero altresì caricarsi di tasse, imposte, gabelle e tickets per ottenere il brillante risultato.
Ora, perché la novella di Calandrino può esser considerata la parabola della vicenda finanziaria italiana e dei PIGS in generale? Vediamo le analogie. Come detto, il debito è un rapporto obbligatorio fra creditore e debitore, nei termini fissati dal comune contratto. Qui invece succede che tale rapporto diventi oneroso, non fra le due parti (governo che emette titoli e gli investitori che li acquistano per proprio vantaggio), ma tra i terzi (cittadini che non hanno investito alcun denaro e nulla ci guadagnano, ma ne hanno una secca perdita) e il governo, il quale paga col denaro altrui i propri debiti. Non solo, ma poi il governo recita la manfrina per cui ogni cittadino, compresi i lattanti, diventa debitore verso questi investitori. Viene addirittura colpevolizzato rispetto alle future generazioni e gli si dice che non deve lasciare un debito così alto, come se questo debito fosse stato stipulato o contratto dal singolo cittadino, che magari non ha mai visto in vita sua un BOT, un CCT, un BTP, ecc., e non piuttosto ai medesimi governanti che concionano .
Ecco, dunque, l'analogia tra Calandrino e il popolo italiano (o dei PIGS). Come Calandrino viene beffato a ripetizione, per cui gli si ruba il porco (ovvero la ricchezza nazionale) per usi illegittimi, si pretende di far credere ai contribuenti che è stato proprio il comune cittadino a rubare il ”porco” o, come dicono furbescamente, “a vivere al di sopra delle proprie possibilità”, anche se ha lavorato interamente per tutta la vita, sempre sacrificandosi, spesso ammalandosi sul lavoro o, addirittura, morendo sul lavoro; non solo, ma che vuole anche fare il furbo andando in pensione troppo presto, o evadendo il fisco, che - di passaggio - è esoso sia per quantità, sia per modalità, sia soprattutto per il pessimo uso di tale denaro. I vari Bruni e Buffalmacchi della politica, dell'alta finanza e del fisco, obietterebbero a questo punto che il debito pubblico è pagaro da tutti perché concerne il pubblico interesse, per i servizi utili alla vita del cittadino, ecc. Ora questo è vero, solo parzialmente, all'inizio del processo, ma non nel suo pieno sviluppo, in quanto il debito stesso, instauratosi con quella modalità, nutre se stesso e pur avendo la fiscalità generale saldato tutte le spese necessarie per uno Stato, nondimeno si deve pagare molto di più ed ulteriormente per soddisfare le esigenze degli investitori, i quali - per essere esatti - vanno distinti in tre categorie fondamentali: i semplici risparmiatori, i quali hanno investito in pubblici titoli per avere un certo interesse e per la sicurezza del guadagno; gli speculatori, i quali traggono, manovrando ingenti quantità di titoli, un lauto lucro; ed infine gli aggiotatori che, a loro volta, facendo circolare notizie tendenziose e manovrando al contempo anch'essi ingenti quantità di titoli, riescono non solo a guadagnare lautamente come i secondi, ma anche a mandare in fallimento interi Stati.
Se “monna Tessa”, la moglie di Calandrino, può essere il simbolo del governo germanico nella deliziosa persona della signora Angela Merkel, che impone le sue leggi punitive ai PIGS, anche della Commissione Europea, e della Banca Comunitaria Europea che ne segue le direttive (non a caso si trova a Francoforte sul Meno), Bruno e Buffalmacco, col prete (che potrebbe rappresentare il nostro presidente della Repubblica sempre disposto alle prediche), rappresentano evidentemente l'alta finanza ed i potentati politici, i quali, non bastando loro di aver rubato il “porco” (ovvero, la ricchezza nazionale), non bastando di infliggere le spese minori (quelle dell'acquisto delle galle di zenzero), infliggono pure le spese per interessi (le due paia di capponi per tacitare la cosa). Le galle o “bomboloni” con sterco di cane ed aloè sono le manovre “lacrime e sangue” che devono essere ingoiate, pure ringraziandole come“salvezza della Patria e dell'economia”, Infine, i grandi opinionisti della pubblica informazione, delle accademie universitarie, ecc. sono ben rappresentati dai vicini di Calandrino, sdegnati da quella che dicono o credono “truffa” da parte di Calandrino.
In Grecia hanno imbrogliato le carte non i comuni cittadini ellenici, ma i politici e l'alta finanza, pur di entrare a far parte dell'euro; nondimeno, chi deve pagare il conto falsificato, è il comune cittadino, che magari si è sempre spaccato in quattro per mantenere decorosamente la propria famiglia. Lo stesso dicasi per italiani e spagnoli, o altri Paesi assimilati a questi. Non fu il comune cittadino ad indebitarsi, anzi, è dal 1974, anno in cui cominciarono a sentirsi gli effetti enormi dell'aumento esponenziale del prezzo del petrolio e prodotti derivati, che i vari Governi alternarono misure di incremento della tassazione all'emissione crescente di titoli pubblici, con interessi stratosferici. Lo fecero senza certo chiederci il permesso: infatti, l'art. 75 c. 2 della Costituzione vieta qualunque referendum su fatti di politica estera ed economica, essendo il popolo italiano considerato un popolo di grulloni, di “Calandrini”, buoni soltanto ad essere truffati e non in grado di decidere in modo alcuno, neppure con quorum speciali, sul loro futuro economico e di politica estera. I cittadini italiani non sono né responsabili, né corresponsabili dell'attuale Debito Pubblico che dovrebbe essere pagato, viceversa, dalle parti in causa, ovvero i governanti che lo accrebbero senza misura e quegli speculatori ed aggiotatori che ne ricavarono lucri impressionanti. Se sentiamo dire che 10 persone hanno il guadagno di 3 milioni di altre persone, significa che, in media, ciascuno di loro ricava ben 300.000 volte il comune contribuente o lavoratore, il che non è dovuto né a particolare genialità, né ad alti meriti, perché non vi è alcuna proporzione naturale ed accettabile tra una cosa e l'altra. La differenza è dovuta esclusivamente al fatto che la ricchezza comune ha avuto i suoi leoni, che si prendono quasi tutto, e gli altri che devono prendersi soltanto le briciole, ed ancora sentirsi dire, per soprammercato, che “vivono al di sopra delle proprie possibilità”.
Ora, per concludere questo tragicomico discorso, mi chiedo: fin quando i popoli PIGS, i contribuenti italiani, greci, spagnoli, portoghesi, ecc. continueranno a farsi trattare da “Calandrini”? Per dirla col Manzoni, “Ai posteri l'ardua sentenza”!
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Oratoria e Retorica in Marco Tullio Cicerone
di Manlio Tummolo
Bertiolo (UD)
Marco Tullio Cicerone è una figura centrale in ogni storia delle teorie estetiche, perché segna il passaggio dalle teorie elleniche ed ellenistiche, finora esaminate, a quelle più propriamente romane, che non hanno caratteristiche di particolare originalità, ma assorbono e adattano una mentalità più rigorosamente teorica, come quella ellenica, alle finalità pratiche della mentalità tipicamente romana. Già del resto i Greci avevano fatto dell’oratoria e dell’eloquenza strumenti di natura politica; i Romani, e Cicerone in particolare, accentuano la funzionalità concreta nelle attività quotidiane politico-organizzative. Cicerone, poi, ha un’importanza prevalente nella storia dell’estetica oratoria e nella retorica, in quanto è una figura pressoché completa: non è soltanto un grande politico, un abilissimo avvocato, ma è anche un notevole filosofo, scrisse pure un poemetto elogiativo su certe vittorie da lui ottenute in oriente. Tutte quelle che oggi consideriamo scienze umane furono per lui oggetto di studio e, sebbene senza caratteri di spiccata originalità (non è certo all’altezza dei grandi filosofi greci), tuttavia ha una sua ricca ed interessante personalità, che riordina e rielabora le concezioni altrui rendendole proprie o, comunque, con proprie caratteristiche. Si potrebbero, volendo, anche confrontare le sue teorie retoriche e di estetica del discorso oratorio con i suoi discorsi, così come trascritti (soprattutto le celebri “Catilinarie” e le “Filippiche” contro Antonio), per verificare quanto quelle teorie fossero state applicate di fatto. Ma, sinceramente, non mi sembra necessario, nell’economia di questi saggi, in quanto richiederebbe uno spazio notevole, con confronti puntuali, ed il tutto risulterebbe di dubbia utilità, in quanto i testi che noi abbiamo a disposizione (a parte il fatto che noi lavoriamo su traduzioni, per non complicare il discorso e per renderlo fruibile a tutti) non sono i discorsi effettivamente pronunciati, ma quelli trascritti più tardi sulla base probabile di appunti, anche in forme stenografiche, per noi completamente perduti.
E’ celebre, ad esempio, il fatto che il discorso “Pro Milone” risultava pronunciato in maniera ben più modesta a causa della presenza fisica dei sostenitori di Clodio, ucciso in uno scontro di bande da Milone, che Cicerone difendeva. Il grande oratore non era uomo di estremo coraggio, sebbene seppe morire poi con dignità, e non pronunciò affatto quelle energiche frasi che, viceversa, si leggono nel testo scritto, a noi tramandato e che, secondo lo stesso Milone, sarebbero riuscite a salvarlo. Le stesse “Catilinarie”, pur pronunciate in ben altro stato d’animo, con la sicurezza del largo sostegno del Senato e l’appoggio delle forze militari regolari, furono rielaborate successivamente alla repressione del moto catilinario. Sarebbe così errato ritenere che i discorsi a noi tramandati siano pressoché uguali a quelli effettivamente pronunciati, e che possano così consentirci di confrontare le sue teorie con la pratica oratoria .
I testi sui quali lavoro sono due: “L’Oratore” (1) e “La Retorica a Gaio Erennio” (2), il cui testo non è attribuibile con certezza a Cicerone, ma è una di quelle opere la cui stesura è incerta relativamente all’autore, ma viene ascritta a Cicerone per tradizione. Beninteso, la mia analisi non ha pretese di completezza né quantitativa, né qualitativa: è soltanto un’occasione per proseguire con una certa logica, che coincide spesso con la cronologia, l’approfondimento del pensiero estetico, qui, come anche in molti autori ellenici, rivolto essenzialmente all’arte oratoria e del bello scrivere, piuttosto che allo stile narrativo (i Romani conoscono i poemi, le poesie, le tragedie e le commedie, ma ignorano, almeno fino a Petronio, il romanzo o il lungo racconto, per cui sembrano ignorare ogni dottrina sullo stile nel settore narrativo, seguono le direttive aristoteliche, senza grandi divergenze: tutt’al più, nel caso delle commedie, appare una certa tendenza pratica alla tradizione italica etrusca - di cui conosciamo cose molto indirette e parziali - ed osca, ovvero campano-sannita), di cui, per quanto mi risulta, Cicerone si occupò solo parzialmente .
Il “De Oratore” si presenta in forma di dialogo, in 3 Libri, a carattere autobiografico, dove intervengono, quali interlocutori, il fratello Quinto e Lucio Licinio Crasso, uno dei principali oratori dell’epoca, padre o, almeno, parente del celebre personaggio che, bramoso d’oro e di ricchezze, catturato dai Parti nella battaglia di Carre, fu spietatamente ucciso dagli stessi con oro fuso colatogli in bocca, per ordine della regina Tamiri, proprio per punirlo di aver organizzato quella spedizione, al fine di impadronirsi delle ricchezze di quel popolo.
Entriamo, dunque, nell’argomento: nel Libro I, dopo una premessa di carattere personale, Cicerone confronta l’eloquenza con altre discipline, chiedendosi del perché, numericamente, i cultori di tali altre discipline (ad esempio, l’arte militare) prevalgano sugli oratori. Nega ancora che la storia romana precedente abbia segnalato grandi oratori, pur essendovi molti uomini ben capaci di governare. E’ anche interessante notare come egli, pur potendosi considerare un grande patriota, negava che Roma potesse vantarsi di aver avuto grandi scrittori, filosofi, poeti: “... i meno numerosi sono i poeti di grande valore. E anche in questo piccolo numero…, mettendo a confronto con cura il numero dei poeti e degli oratori nostri e greci, si può nondimeno constatare che il numero dei valenti poeti è sempre maggiore di quello dei valenti oratori...” (3) .
Cicerone sembra quasi stupirsi di tale fatto, visto che l’eloquenza è una qualità o arte da utilizzarsi quasi ogni giorno, ma ciò è dovuto al tipo di espressione che si discosta dal linguaggio comune. Cicerone, tuttavia, ritiene che, dopo l’espansione della repubblica nell’intero Mediterraneo, lo studio dell’eloquenza cominciò ad appassionare i giovani che mirassero alla vita politica, al successo, alla “gloria”. Si cominciò così a seguire il modello greco (4). Si ripete, insomma, quanto già avvenuto in Grecia, dove l’oratoria diventa non semplice strumento di comunicazione politica, ma addirittura una garanzia di successo, in quanto solo chi avesse un’eloquenza brillante poteva sperare di ottenere risultati migliori alle elezioni e quindi ascendere il cursus honorum .
Nel capitolo successivo, egli si occupa dei requisiti necessari per essere un buon oratore. E’ celebre il detto di Catone, in riferimento all’oratore in senso politico: “Vir bonus dicendi peritus”, ovvero “un uomo onesto esperto nell’arte del dire” (5); ben più articolata è la valutazione di Marco Tullio: “... Si deve infatti possedere una vasta cultura, senza la quale l’oratoria è un vaniloquio futile e ridicolo; e lo stesso stile deve venire ben plasmato non solo con la scelta ma anche con la disposizione delle parole; si devono poi conoscere a fondo tutti i sentimenti e le passioni di cui la natura ha dotato il genere umano; perché tutta la potenza e tutta l’arte dell’eloquenza devono essere impiegate a placare ed eccitare l’animo degli ascoltatori. Bisogna inoltre che nel discorso vi sia una certa grazia ed arguzia, e poi una cultura degna di un uomo bennato [il neretto è mio: proprio la cultura è una delle qualità che più fanno difetto nei politici d’oggi], prontezza e concisione sia nel replicare sia nell’attaccare, non disgiunte da fine garbo ed eleganza. E’ inoltre necessario conoscere bene la storia del passato… Né dev’essere trascurata la conoscenza delle leggi e del diritto civile…, [il] che deve essere sorvegliato nei movimenti, nella mimica e nella giusta e varia modulazione della voce…” (6) .
Ora, il filosofo romano non intende affatto dire, come si confermerà, che l’oratore debba assumere pose preventivamente studiate, ma possedere l’intuizione della giusta valutazione del momento, del pubblico presente, della situazione circostante; la sua non è una recita improvvisata, ma l’espressione sentita e viva nella compartecipazione con i suoi ascoltatori (fossero anche rivali o nemici). Come si è detto, nei saggi precedenti, l’oratoria deve essere insieme spontanea, sincera per quanto possibile, ma non improvvisata, non abbandonata al caso. La presenza dello studio e delle conoscenze dell’oratore non deve intervenire meccanicamente, ma in modo fluente, vivo e naturale, in modo che il pubblico non lo senta artificioso, ma come se fosse creato del tutto di getto in quel momento. L’ultima, ma non per importanza secondo Cicerone, è la capacità mnemonica: infatti, allora soprattutto, era necessario, proprio per dare il senso dell’immediatezza delle cose dette, avere prontezza di memoria: oggi, lo è meno, anche per l’abitudine di leggere discorsi scritti, ma questo è uno dei nodi dell’oratoria se il discorso non è una conferenza e non presenta dati di particolare complessità, non dovrebbe mai essere scritto, ma improvvisato, con al massimo qualche appunto scritto da utilizzare come traccia e per evitare la dispersività : “... Per questo non dobbiamo più chiederci stupiti il motivo per il quale sono così poco numerosi i buoni oratori, dal momento che l’eloquenza è la sintesi di tutte quelle discipline, ciascuna delle quali esige una grandissima fatica, ma dobbiamo esortare i nostri figli e tutti gli altri di cui ci stiano a cuore la fama e il prestigio, a rendersi consapevoli dell’importanza dell’eloquenza… (...) A mio parere, nessuno può essere un oratore compiuto se non ha acquisito la conoscenza degli argomenti e delle discipline più importanti. Infatti il discorso deve sbocciare e sgorgare abbondante dal sapere; se non è sotteso un contenuto ben conosciuto e padroneggiato dall’oratore, esso si riduce ad un’esposizione per così dire vuota e puerile…” (7) .
Dunque, l’oratore, o è uomo colto e parla di cose ben conosciute, oppure è un ciarlatano, un chiacchierone. Molto spesso si sentono complimentare personaggi celebri, attribuendo ad essi doti “comunicative”, confondendo ancora l’arte oratoria che si avvale della scienza e della conoscenza, con l’abitudine imbonitrice del venditore ambulante che esalta le merci in vendita .
Cicerone prosegue poi con il riferimento alla teoria ellenica dell’oratoria ed alle sue distinzioni: riconosce così l’inutilità di seguire una strada già battuta e a tutti nota, e preferisce esaminare invece i politici romani quali modelli di oratoria, almeno quelli del secolo a lui corrente, prendendo occasione da un dialogo (probabilmente in parte realmente accaduto) a Tuscolo, patria dello stesso Cicerone, tra Lucio Crasso ed altri personaggi. Ora, per evidenti ragioni in quanto non riguardano il tema estetico ma quello politico o sociale, tralascio le considerazioni sull’utilità dell’oratoria come strumento di propaganda, anche se Crasso asserisce pure importante l’eleganza della conversazione in ambito familiare o tra amici, Scevola, il suo interlocutore, pur apprezzando l’eloquenza respinge l’idea che essa possa essere l’unica qualità utile in politica e nei rapporti sociali, e cita personaggi antichi da Romolo in poi quali fondatori di uno Stato, senza bisogno di essere grandi oratori. Ricorda anche, quali abili oratori, i due fratelli Gracchi, primi forse in Roma ad usare questa arte di persuasione nell’attività politica. Crasso, quindi, riconosce che l’oratoria è importante per il politico, ma anche per il filosofo e lo scienziato, ricordando fra gli altri Platone, il quale, pur schernendo l’oratoria (aggiungerei io, di natura propagandistica, politica), era di per sé un grande oratore: “Che c’è, infatti, di tanto insensato quanto un vuoto risuonare di parole, siano pur sceltissime ed elegantissime, quando dietro ad esse non ci siano nessun pensiero e nessuna competenza ?….” (8) .
Crasso ancora sottolinea che, anche nel settore più tecnico dell’oratoria, come quello giudiziario, occorre essere capaci di incitare all’ira, all’odio, allo sdegno, o - inversamente – alla calma, alla pacificazione: ebbene, solo con un’ottima conoscenza dell’animo umano ciò sarà possibile (ed, infatti, quanti pretesi consiglieri di pace, con quel famoso e comune “càlmati, càlmati”, finiscono per eccitare ancor di più la rabbia dell’adirato: solo assumendo, almeno apparentemente, una rabbia ancora maggiore, chi vuol calmare, riesce nello scopo, perché la persona arrabbiata si rende conto dell’esagerazione e ne sorride; un altro pessimo sistema è quello di dare ragione ad uno dei due contendenti; ciò finisce per irritare l’altro: dunque, in un tal caso, occorre cercare, per calmarli, di dare ragione ad ambedue, mettendo in evidenza gli aspetti positivi delle pretese di uno e dell’altro).
Più avanti, c’è un capitolo sul paragone tra l’oratore ed il poeta, che viene considerato come “il parente stretto dell’oratore”(9): la cosa non appaia stramba perché tanto il poeta, come ogni letterato, deve esercitare opera di convinzione, ma più come seduzione, che non quale convincimento razionale o semi-razionale. Deve saper trasmettere sentimenti, con la differenza che l’oratore opera su fatti reali che stanno accadendo, il poeta perlopiù su cose inventate o trascorse, ma modificate dalla sua fantasia. Per Crasso, in sostanza, il vero oratore, come poi ulteriormente specificherà l’oratore “ideale”, deve essere cultore di tutte le arti liberali, utilizzandole non in modo saccente o dottorale, bensì con spontaneità, quasi per “ispirazione”. Scevola, viceversa, nega che gli oratori del tempo possedessero tali qualità e cita lo stesso Crasso come un esempio incompleto di tale oratore. Così Crasso allora risponde: “... io non ho parlato delle mie capacità, ma di quelle dell’oratore ideale: infatti, cosa ho imparato e cosa ho potuto conoscere io… se in me cui, a tuo parere, non manca completamente l’ingegno, ma certamente mancarono preparazione, tempo da dedicare allo studio e, per Ercole, anche la passione ardente di imparare, ti sembra ci sia tanta bravura, di che livello pensi sarà l’oratore in cui si fonderanno con un ingegno magari maggiore del mio le conoscenze che io non ho acquisito ?” (10) .
Antonio, un altro interlocutore (si tratta sempre di personaggi storicamente esistiti, ma a cui non necessariamente vengono attribuite tesi effettivamente sostenute dagli stessi), sostiene che l’ideale dell’oratore come uomo coltissimo è fuori della realtà, e non sarebbe praticabile una simile formazione. Quasi con un gioco di specchi contrapposti, Antonio ricorda un dibattito fra studiosi greci, che più o meno ripercorre la questione se l’oratoria abbia natura pratica o natura scientifica, con ciò affrontando il tema che, alla fine, rimane pure lo stesso, della distinzione fra “disertus” (facondo, chiacchierone, imbonitore, ecc.) ed “eloquens” (elegante, raffinato nel parlare, colto, ecc.). Riprende Crasso, sollecitato da altri personaggi, che gli chiedono se esista un’arte dell’eloquenza; egli inizialmente si schermisce, poi nega che esista una specifica arte dell’eloquenza, che si acquisisce non tanto con lo studio teorico, quanto con la pratica: “... che c’è di più sconveniente infatti del parlare del parlare, dal momento che il fatto stesso di parlare è sempre fuori luogo se non è motivato dalla necessità ?” (11).
Dunque, si parla per uno scopo concreto, non per parlare delle stesse regole del discorso (naturalmente, l’affermazione non va vista in una prospettiva didattica, dove necessariamente si insegnano le regole del discorso). Ed ecco un punto fondamentale: sono le doti naturali, in primo luogo, a fare dell’oratore ciò che è. Come si nasce con attitudini di un certo tipo, così si nasce o non si nasce oratore: “Ecco, dunque, come la penso – continuò Crasso - per prima cosa sono una disposizione naturale e l’ingegno che dànno il maggior contributo all’eloquenza, a codesti scrittori di retorica di cui ha parlato poco fa Antonio, non mancarono né il metodo né le regole dell’oratoria, bensì le qualità naturali; cuore e intelligenza devono infatti avere prontezza e agilità, da cui derivino acume nell’invenzione degli argomenti, ricchezza nello svilupparli e nell’ornarli, fedeltà e tenacia nel ricordarli. Se qualcuno pensa che tutto questo si possa ottenere con l’arte (il che è sbagliato…), cosa dire di quelle doti che senza dubbio sono congenite, vale a dire la lingua sciolta, il timbro della voce, i buoni polmoni, la vigoria fisica, la conformazione armoniosa del corpo e i bei lineamenti del volto…” (12).
Probabilmente, qui Crasso si lascia prendere la mano; d’accordo sui primi quattro punti (discutibile tuttavia la vigoria fisica, però è certo che chi non sta bene di salute, non ha certo voglia di far discorsi pubblici), ma il bel corpo ed il bel viso possiamo escluderli dalle qualità dell’oratore (chi mai possiede tante qualità riunite ?), L’affermazione va presa come paradosso, tuttavia non eccessivo: per l’oratore, anche il fascino, la piacevolezza complessiva conta. Nella storia dell’antica Ellade, è celebre l’episodio di una delle guerre tra Sparta e Messene: avendo chiesto gli Spartani aiuto agli Ateniesi, questi mandarono loro un poeta gobbo e storpio, il celebre Tirteo. Il dono poteva sembrare una derisione, ma Tirteo con la sua poesia infiammò così tanto gli Spartani in battaglia, da far loro ottenere una celebre vittoria. Il significato dell’episodio, probabilmente in parte esagerato, significa però che la bellezza della parola esula dalla bellezza del parlatore, mentre tuttavia non è del tutto irrelata alla bellezza della voce. Un oratore, per quanto bellissimo, elegante, facondo, che avesse una voce stridula o troppo bassa, o rauca, non trasmetterebbe agli ascoltatori la necessaria passione. Per Crasso, in sostanza l’oratore è un atleta della parola, come furono poi chiamati i celebri oratori francesi durante la Rivoluzione (detti, un po’ ironicamente, anche “tenori”).
Il fatto della voce, che sia alta, ma armoniosa, forte, chiaramente udibile, mai stridula, dote di natura che si può perfezionare (come, del resto, avviene nel canto che è ben più complesso), ma che c’è alla base o non c’è (chi ha voce bassa, rauca o stridula, può curarla sicuramente, ma mai tanto da apparire piacevole, solo meno spiacevole). Un aiuto, che nei tempi antichi non esisteva e che in parte veniva dato da una buona acustica in ambienti chiusi, ma pure aperti, se la disposizione degli edifici era tale da facilitare la diffusione del suono senza disperderlo, oggi è dato dal microfono, dall’altoparlante, da sussidi tecnici (in radio e televisione) che modulano la voce artificialmente, ma. per quanto si faccia, una pessima voce si tradirà comunque (ascoltando certi orribili dibattiti poi, oggi di moda, in cui tutti urlano, sovrapponendosi l’un l’altro e rendendosi reciprocamente incomprensibili, si verifica che, se la voce giusta, ben modulata, non c’è, tutte le soluzioni tecniche non servono a nulla). L’oratore è un po’ attore e un po’ cantante: nel suo discorso egli recita la propria parte, esprime se stesso, comunica le proprie aspirazioni ed i propri sentimenti, ma per essere piacevolmente ascoltato, egli deve pronunciare le cose appunto con un’arte data da attitudini spontanee, congenite, raffinate dall’esperienza e dallo studio .
Crasso, una volta fissate le doti dell’oratore ideale in generale, prosegue poi con il descrivere le doti dell’oratore politico, il quale non deve limitarsi a ricevere applausi e a suscitare entusiasmi, ma deve ottenere voti e sostegno concreto: “... non ci sono né diverbi né controversie che costringano a tollerare in teatro i cattivi attori come nel foro gli oratori incapaci. L’oratore deve procurare con cura non solo di accontentare coloro nei confronti dei quali ha precisi doveri, ma di suscitare ammirazione proprio in coloro che possono giudicare disinteressatamente… anche coloro che parlano molto bene e sono in grado di farlo con grande facilità e ricchezza espressiva, tuttavia se non provano un senso di paura quando si accingono a parlare e se non provano forte emozione nell’iniziare il discorso, mi dànno l’impressione di sfrontatezza… più un oratore è bravo… e più teme le insidie del parlare, l’esito incerto della sua orazione e le attese del pubblico…” (13) .
Qui Crasso-Cicerone dimostra la sua profondità psicologica, basata su una lunga esperienza: il grande oratore, essendo animato da una viva passione in modo autocritico, non può restare indifferente né a ciò che dice, né al modo in cui lo dice, ma ancor meno di fronte ai possibili effetti rispetto alle reazioni del pubblico, che possono essere più o meno favorevoli o negative. Descrivendo se stesso, Crasso riconosce di manifestare il suo “timore” anche fisicamente, col pallore del viso ed un certo tremito, che tuttavia l’esperienza pratica sa tenere sotto controllo, ed entro certi limiti mascherare. Pur tuttavia, il pubblico deve sentire l’emozione dell’oratore, altrimenti essa non potrebbe trasmettersi al pubblico, ma tale emozione deve apparire per le cose da dire, piuttosto che per il timore di parlare (eventuali oppositori ne approfitterebbero per disturbare l’oratore onde intimidirlo ancora di più, soprattutto in sede politica).
Antonio conferma quanto osservato da Crasso con ulteriori osservazioni: “... noi siamo esposti a un giudizio ancora più severo quando parliamo: … siamo sotto esame; e, mentre di un attore che ha sbagliato un gesto, non si pensa subito che non sappia gestire, al contrario l’oratore nel cui discorso è stato rilevato un errore, incorre in una fama, se non eterna sicuramente ostinata, di ottusità…” (14) .
Stabilite le qualità naturali necessarie all’oratore, Cicerone, per bocca di Crasso, espone poi la tecnica della retorica che, essendo già esaminata in altri autori senza differenze significative, ritengo utile omettere, onde evitare noiose ripetizioni anche perché poco utili all’aspetto estetico, e non meccanicamente tecnico, del tema che tratto. L’unico aspetto che può avere un certo interesse concerne l’esercitazione, la quale consente di aumentare la sicurezza e di rafforzare le doti naturali, soprattutto la modulazione della voce, l’atteggiamento, e così via, al fine di risultare più convincente (come ho già osservato nelle precedenti occasioni, non è tanto la possibilità di “persuadere”, quanto quella di mostrare in modo più efficace la propria “persuasione”; una retorica moderna non ha pretese di conversione degli altri, quanto di mostrare agli altri che si è effettivamente convinti di ciò che si dice, di ciò che si sostiene non come mero “slogan”, ma come prodotto di un ragionamento).
Il dialogo continua, con interventi vari, ma, sempre dal nostro punto di vista, è abbastanza ripetitivo e, pertanto, poco apprezzabile. Nel Libro II, Cicerone interviene direttamente rivolgendosi al fratello Quinto, con un commento che potrebbe apparire di scarso apprezzamento nei confronti dei personaggi storici che egli fa discutere, considerandoli non particolarmente colti. Tuttavia, non nega che le modalità della conversazione affrontano le tematiche dell’arte oratoria con una certa completezza. Riprende quindi il discorso, mettendolo in bocca ai personaggi, ma non vi è nulla di particolarmente nuovo. Vi ribadisce la necessità del coinvolgimento emotivo dell’uditorio, puntando così non tanto sulle sue capacità razionali, quanto sui sentimenti degli uditori. Ora, tale affermazione ha sicuramente una sua importanza: l’oratore, infatti, parlando in un tempo necessariamente limitato, né facendo una conferenza su argomenti specifici e scientifici, è costretto, volente o nolente, a puntare più sulle reazioni emotive degli ascoltatori, che non sulle loro capacità razionali, sia in sede politica, sia in sede giudiziaria. Gli stessi giudici - dice Cicerone - devono essere coinvolti dall’oratore, come avvocato di parte. In effetti, il giudice, ieri come oggi, giudica non tanto in base a coinvolgimenti psicologici, emotivi, inconsci, quanto ad un opportuno calcolo delle forze, sulla base del quale interpreta ed applica la legge (o la norma, più in generale), Se bastassero buone doti oratorie, avrebbe ragione il Manzoni nel suo celebre aneddoto sul giudice che dà ragione prima all’uno, poi all’altro, quindi al figlioletto che, voce della coscienza logica, gli esclude che possano aver ragione ambedue. E’ difficile pensare che giudici, generalmente ben smaliziati, si lascino indurre nelle loro decisioni da ragionamenti fini o da esclamazioni commoventi. Pensiamo ad esempio all’”Apologia di Socrate”: il testo, scritto da Platone sulla linea del discorso originale di Socrate stesso, non è privo di nessuna delle doti oratorie, né razionali, né emotive, né di ironia (e quindi di piacevolezza estetica), eppure la cicuta non gliela tolse nessuno: il fatto che egli, in quel momento, rappresentava la parte debole, quindi più facile da colpire, era un motivo più che sufficiente per mandarlo a morte. Se ciò vale per il primo processo documentato della storia (per quel che so), vale per tutti i successivi processi. Errano dunque, i teorici dell’oratoria che ritengono importante, nel giudizio, l’abilità eloquente, la capacità dimostrativa, l’acutezza argomentativa. Eppure Cicerone, che fu a suo tempo avvocato, accusatore e giudice, così fa dire ai suoi personaggi (nel caso specifico Antonio): “Strettamente connesso a questo tipo di eloquenza ce n’è uno diverso, che, in tutt’altro modo, scuote l’animo dei giudici e lo spinge all’odio o all’amore [addirittura !], li rende favorevoli alla condanna o all’assoluzione, li spinge al timore o alla speranza, alla simpatia o all’avversione… dal punto di vista dell’oratore è auspicabile che i giudici già di per se stessi nutrano nei confronti della causa sentimenti favorevoli ai suoi interessi [la visione, espressa da Cicerone, è l’esatto contrario del modello che si spaccia nelle aule di giurisprudenza e nelle opere teoriche, ma è di gran lunga più realistico, anche oggi, malgrado i due millenni trascorsi]… anch’io, quando mi appresto ad agire sull’animo dei giudici in una causa molto importante e incerta, concentro ogni mio pensiero nell’accurato studio di fiutare, con quanto più sagacia posso, i loro sentimenti, i loro pensieri, le loro aspettative… Nel caso invece che il giudice sia spassionato e neutrale, c’è più da fare: bisogna dar vita a ogni emozione con il discorso, senza l’aiuto della propensione naturale del giudice [il neretto è mio, per sottolineare il concetto di giudice comunque manovrabile, anche se inizialmente onesto ed imparziale]…” (15) .
Importante è, però, che si aggiunge che è l’oratore in primo luogo a dover provare quei sentimenti: se facesse finta e basta, la sua espressione non avrebbe tale efficacia da trasmetterla al giudice. Più avanti, citando se stesso (ma è sempre Cicerone che sottoscrive), ricorda l’esigenza, nel corso dell’arringa o della requisitoria, di modificare lo stile (guai alla monotonia, guai a dimostrarsi sempre infuriato o sempre calmo, pur esaminando situazioni diverse: chi urla sempre o chi sussurra sempre, finisce per stancare il pubblico, tanto più se il discorso è lungo e complesso). Ancora, vengono esaminati i modi con cui coinvolgere emotivamente i giudici o il pubblico (anche far reagire il pubblico, che sussurra, si lamenta, o talvolta esce in esclamazioni, è un modo per far pressione sul giudice), ad esempio puntando sul disinteresse della persona difesa, sulla gelosia, sull’invidia (un corredo di “ottime” qualità per smuovere persone che dovrebbero essere del tutto indifferenti a simili emozioni), sul ridicolo (suscitare il riso per umiliare l’avversario), sull’ironia anche come uso di doppi sensi e giochi di parole.
Sempre saltando le considerazioni di carattere più tecnico, che qui consideriamo superflue ai fini del nostro argomento su temi estetici, Cicerone considera modello insuperabile nell’ironia proprio Socrate per piacevolezza e garbo, in cui scherzosità e serietà si affiancano e si armonizzano, ma elenca poi moltissimi altri esempi di personaggi della storia di Roma, tra cui Catone il Censore, celebri per le loro battute ironiche o sarcastiche: “... Il riso si sollecita frustrando le attese, deridendo il carattere altrui, rivelando in modo comico il proprio, con paragoni degradanti, oppure facendo dell’ironia o dicendo cose paradossali o censurando la stupidità. Pertanto, colui che vorrà esprimersi in modo spiritoso, dovrà assumere un’indole, per così dire, e abitudini consone ai vari generi, in modo tale da saper adeguare anche l’espressione ai vari tipi di facezie. E quanto più uno è serio e severo…, tanto più sapide solitamente risultano le sue battute…” (16) .
Sempre secondo il grande oratore, le battute di spirito sono molto importanti nei discorsi al popolo, che richiedono brevità, sintesi, conoscenza della psicologia di massa, ovvero prevederne le reazioni, in modo da conquistarne la simpatia o, almeno, evitarne la contestazione che può seppellire colui che parla in un coro potentissimo di urla e di fischi (oggi, almeno; non so se al tempo dei Romani si usasse fischiare gli oratori). Dopo altre disquisizioni di carattere tecnico, si passa al Libro III, all’inizio del quale si rievoca la morte, frattanto avvenuta, di Crasso, esprimendo dolore per questo, ma anche il conforto che non avesse potuto vedere l’aggravarsi delle guerre civili. Si riprende poi il dialogo. Per Crasso, l’unione tra contenuto e forma risulta imprescindibile anche nel discorso: “... infatti ogni orazione è fatta di contenuto e di parole: le parole non trovano collocazione se viene a mancare il contenuto, e il contenuto non si può esprimere con chiarezza eliminando le parole [oggi errano anche coloro che sostengono che certe immagini sono più significative delle parole, dimenticandosi che già una tale affermazione è costituita da parole. Se, infatti, ci limitassimo a vedere immagini fotografiche, senza didascalie, o immagini in movimento senza l’accompagnamento sonoro, non capiremmo nulla dei fatti in corso pur trattandosi di personaggi già conosciuti. Basta provare a togliere l’audio: che cosa si capisce di quanto si vede?]. credo che i grandi del passato, che avevano una visione mentale più ampia, abbiano spinto la loro comprensione ben al di là di quanto possa farlo il nostro ingegno: essi affermarono infatti che quanto esiste sopra e sotto di noi è un tutto unico, tenuto insieme da un’unica forza e armonia della natura, Non vi è nessun genere di cose che possa esistere da solo, separato dagli altri, e che non sia indispensabile agli altri per conservare la loro essenza e la loro eternità…” (17) .
Cicerone mette così in bocca a Crasso una giustificazione ontologica panteistica per la sua concezione estetica, sul rapporto stretto ed ineliminabile tra forma e contenuto nell’arte del discorso (e, aggiungerei io, in qualunque forma d’arte, dove ad esempio il termine “arte astratta”, pretendendo di rappresentare solo una forma, un’astrazione senza un determinato contenuto, è tutto sommato inapplicabile o contraddittorio, in quanto il contenuto, seppure non corrispondente ad una realtà concreta, è pur sempre sussistente come disegno, come rappresentazione grafica, come colore, e così via). Ancora, Crasso critica i contemporanei, i quali, non sapendo cogliere l’unità della realtà, affrontano i problemi suddividendoli ed analizzandoli in modo da risultare dispersivo, e quindi rendendoli irrisolvibili. Prosegue sottolineando che, nell’eloquenza, esistono sicuramente stili diversi, ma devono comunque essere tutti piacevoli, mostrando come anche in altre arti ciò avvenga, sollecitando il piacere di tutti i sensi; elogia la dignità ed il garbo di Catulo, la celebre espressione di Cesare, allora del tutto nuova, l’accuratezza e precisione di Cotta, l’impeto di Sulpicio, la forza e la veemenza di Antonio (sono gli interlocutori nel dialogo). Tornando alle origini, sottolinea le comuni radici tra oratoria e filosofia, specialmente nella Grecia classica, ritorna su Socrate, che considera un modello sotto ambedue gli aspetti. Riguardo alla filosofia più idonea in quel momento all’arte oratoria, Cicerone respinge quella degli epicurei, degli stoici, soffermandosi su peripatetici (aristotelici) ed accademici (platonici, a loro volta divisi in due scuole). Cicerone qui adotta una curiosa metafora, sostenendo che da uno stesso “fiume”, un ramo sfociò nell’Adriatico, e fu quello dei filosofi, l’altro nel Tirreno, e fu quello degli oratori “etrusco, barbaro, pieno di scogli e pericoloso” (18): qui si apre come un lume sul rapporto, quasi ignorato, tra cultura etrusca e cultura romana. In una forma criptica, Cicerone sembra sostenere che l’oratoria romana, almeno nelle sue radici, non ebbe come modello quello ellenico, ma quello etrusco. La cosa appare di notevole interesse perché sulle arti letterarie etrusche conosciamo pochissimo, in parte perché già anticamente distrutto (Roma quasi si vergognava di dovere tantissimo all’Etruria, quasi un matricidio psicologico), in parte perché perduto successivamente (ricordo che ancora l’imperatore Claudio scrisse un’opera sulle antichità etrusche) .
L’esposizione di Crasso procede ancora lungamente con un’analisi dei vari aspetti e delle parti del discorso che più o meno ricalcano quanto detto dai rètori precedenti e che ritengo inutile ripetere qui (come si è detto la monotonia annoia l’ascoltatore e il lettore, ed anch’io devo rispettare questa regola evidente, se non voglio che chi mi segue, passi a cose più amene…). Verso la conclusione si ribadiscono le analogie tra attore ed oratore, per quanto riguarda certi aspetti: in fin dei conti, l’oratore non è che un attore che recita una parte specifica riguardante però fatti reali in corso, e non situazioni del tutto inventate o in parte romanzate, come farebbe un attore. Così avviandomi alla conclusione di quest’opera, ritengo opportuno riportare le parole stesse di Cicerone, che mi sembrano ineguagliabili per chiarezza concettuale e finezza psicologica: “Tutte queste emozioni devono essere accompagnate dal gestire, ma non da quello teatrale…, bensì… che chiarisca la situazione e il pensiero in generale, non con la mimica [punto assai interessante questo, di fronte ad oratori celebri del ‘900, pensiamo ad un Mussolini o a Hitler, ed altri che molto puntavano sulla mimica: Hitler arrivava anche a vere e proprie smorfie. L’oratore deve mantenere dignità al suo volto, non far “boccacce”, appena gli occhi o qualche cenno del viso devono esprimere i moti dell’animo; è sulla voce che bisogna contare e sul gesto non eccessivo] ma con semplici cenni, e questo portamento del busto vigoroso e virile preso… da chi si esercita con le armi e nella palestra. I movimenti delle mani devono essere meno espressivi, con le dita che accompagnano le parole e non le sostituiscono; il braccio, quasi come l’arma dell’orazione, deve essere ben proteso in avanti; nei momenti di maggior tensione… si batterà il piede. L’elemento fondamentale è però l’espressione del viso, che a sua volta dipende completamente da quella degli occhi… L’actio scaturisce direttamente dall’anima; il volto è lo specchio dell’anima, e gli occhi ne sono gli interpreti, perché essi sono la sola parte del corpo capace di dare espressione diversa a tutte le passioni e a tutte le loro sfumature… Perciò c’è bisogno di grande senso della misura nel muovere gli occhi: non si deve alterare troppo l’espressione del volto, per non cadere nel ridicolo o in qualche smorfia… usare gli occhi, assumendo un’aria severa, ora mite, ora corrucciata, ora ilare…(...) l’espressione del viso è la cosa più importante dopo la voce: ed essa dipende dagli occhi…(...) Senza alcun dubbio… riveste il ruolo più importante la voce. Dobbiamo in primo luogo augurarci di averne e poi prendercene cura, qualunque essa sia. Il modo migliore di curare la voce non rientra affatto nei precetti che vi sto esponendo tuttavia ritengo che essa sia da coltivare con molta attenzione… Per preservare la voce niente è più utile del frequente mutamento di tono, e niente è più dannoso di una tensione continua…(...) In ogni voce c’è un tono medio, ma ciascuna voce ha il suo; l’innalzare gradatamente la voce dal tono medio è utile e piacevole (iniziare a parlare gridando ha infatti un che di rozzo), ed è anche benefico per conferire forza alla voce stessa. C’è poi un punto estremo del forzare la voce, che si trova però più in basso della nota più acuta… Di contro… c’è il punto estremo di abbassamento, che si raggiunge scendendo per così dire una scala di toni. Questa varietà e questi passaggi ella voce attraverso tutti i toni salvaguarderanno la voce e aggiungeranno fascino all’actio…”(19) .
Potrebbe essere interessante, ma io non sono in grado di farlo con la dovuta competenza, confrontare queste regole d’uso della voce con quelle più specifiche e complesse del canto, ma sarebbe da sottolineare una notevole differenza: mentre l’oratore pronuncia il suo discorso, e dà egli stesso l’andamento dei toni e del volume necessari (o che tali ritiene), nel canto le regole vengono date dall’andamento musicale di base, che, se può sicuramente essere variato nel tempo e nel volume, non può essere variato nella successione matematica delle note. Con queste osservazioni e con qualche inevitabile convenevolo, il dialogo si conclude .
Personalmente, a commento conclusivo e riassuntivo, osservo i seguenti punti fondamentali :
1) la capacità oratoria è un elemento essenzialmente congenito della persona, una dote naturale, che è caratterizzata dall’abilità di impostare un discorso in modo logicamente ordinato e “piacevole” (non nel senso che diverta necessariamente, ma che sappia conquistare l’interesse degli ascoltatori);
2) tale capacità è rafforzata dalla dote naturale di una voce forte e gradevole, non stridula e non monotona, che sappia variarsi di tono, di volume e di ritmo;
3) non conta la bellezza fisica dell’oratore o la sua imponenza, ma l’atteggiamento, che deve “imporsi” psicologicamente agli ascoltatori, dimostrando autorevolezza;
4) i contenuti del discorso (che non sia una conferenza di natura scientifica, ovviamente) devono essere esposti in maniera stringata, sintetica, tale da esporre concetti fondamentali, non come puri slogans propagandistici, ma come conclusioni di un ragionamento implicito;
5) le doti naturali si affinano con l’esercizio e l’esperienza (soprattutto, si intende l’esperienza di parlare ad un pubblico, cosa questa che, le prime volte, intimidisce, anche di fronte a bambini, come ben sanno gli insegnanti); oggi i nostri mezzi tecnici ci consentono di osservarci con l’occhio di un estraneo, nel senso che l’oratore non deve fare esercitazioni artificiose davanti ad uno specchio, immaginandosi di essere di fronte ad una folla, bensì farsi filmare senza che lo sappia, in una situazione reale, quindi osservarsi criticamente, onde eliminare gli inevitabili, ma più vistosi, difetti di atteggiamento e di pronuncia. La perfezione è impossibile e sarebbe, di fatto controproducente, perché andrebbe a danno della naturalezza e della personalità del discorso: i difetti, se non eccessivi, dànno comunque un carattere personale all’eloquenza dell’oratore. Se tutti fossimo perfetti, tutti saremmo uguali e, dunque, ripetitivi e noiosi: meglio dunque difetti limitati e perdonabili, che non la monotonia artificiosa .
L’altra opera, che qui esaminerò ben più sinteticamente, viene attribuita a Cicerone, ma molti non la considerano tale: non starò ad analizzare se l’attribuzione abbia o non abbia una qualche validità, ma la cosa più probabile è che “La retorica a Gaio Erennio” , se non direttamente ciceroniana, sia di qualche suo alunno, seguace ed ammiratore, come spesso accadeva nell’antichità. Generalmente questi testi di falsi o dubbi autori sono preceduti da uno “pseudo”, come vedremo per Longino “Sul sublime”; nel caso di questo testo di retorica, l’attribuzione è diretta e, seppure il commentatore Filippo Cancelli, la escluda, pur tuttavia il nome dell’autore si riferisce al grande oratore, filosofo e console romano. In sincerità, io nulla posso aggiungere su questo, per cui rinvio chi ne fosse interessato alla lettura delle presentazioni del testo, nell’edizione citata alla nota (2). Chiarito questo problema, passo ad una analisi sommaria: il manuale di retorica si presenta in forma di lettera, non di dialogo come l’opera precedente, e si distingue in quattro libri, il primo dei quali espone i generi delle cause e dei conseguenti stili, secondo il modello greco, già visto in Aristotele e successori (dimostrativo, deliberativo e giudiziale). Il compito dell’oratore è la persuasione (20), ed il suo discorso deve essere ordinato secondo le tappe dell’invenzione, della disposizione, dell’elocuzione, della memoria, della pronuncia .
Già queste distinzioni hanno un che di artefatto: mi ricordano le regole che a noi bambini, circa cinquant’anni fa, ci davano per la stesura di un tema, cominciando da una necessaria introduzione, seguita dall’esposizione e dalla conclusione, come se, senza aver seguito questa rigida tripartizione, lo svolgimento non valesse nulla. Il bello stile, invece, richiede spesso di entrare nel mezzo del discorso senza eccessive premesse: il guaio è che queste regolette, che in certa misura sono necessarie al fine di dare ordine al discorso, rischiano però di bloccare lo scrittore in erba, pensando di dover fare chissà che. Personalmente, ho cominciato ad imparare a scrivere (o, almeno, lo spero…) quando non mi sono più curato di far contenti i docenti di italiano, scrivendo come mi veniva spontaneo .
Il II Libro si occupa della causa del discorso, soprattutto in sede di dibattimento giudiziario. Il III Libro riguarda parti successive del discorso, come la disposizione, la pronuncia e la memoria. Il IV Libro è rivolto all’elocuzione, sotto l’aspetto della forma, ovvero quella estetica, ed è pertanto l’unico di cui mi occuperò in modo diretto. L’Autore sostiene l’esigenza di affrontare l’aspetto estetico, non con esempi altrui frutto di una modestia più o meno sincera, ma comunque inefficace, ma con esempi propri: “... Sostengo dunque che peccano quelli perché usano gli esempi degli altri, ancor più sbagliano perché traggono gli esempi da molti (autori)… “ (21) .
Secondo l’Autore, gli esempi altrui non sono rispondenti all’arte, sono spesso citati forzatamente e in modo inadatto. E’ altresì opportuno non adoperare le antiche dizioni greche, ormai lontane dall’uso, e dunque ostiche. Distingue così la precettistica in due parti, quella sulle forme dell’elocuzione e quella dei caratteri che deve avere. Malgrado le promesse, egli tuttavia non sembra fornito di particolare originalità in queste suddivisioni, distinguendo gli stili come elevato, medio e umile. Il primo è caratterizzato da armoniosa struttura con nobili parole, il medio - ovviamente - si pone ad un livello più basso, ma senza essere pedestre, l’umile corrisponde all’incirca al parlare quotidiano, seppure in forme corrette. Siccome la lingua batte dove il dente duole, e nel suo caso come in quello di molti altri retori, ci si riferisce al discorso giudiziario, ecco che ce ne dà un esempio: “... chi infatti è di voi, o giudici, che possa immaginare una pena abbastanza adeguata contro colui che ha meditato di abbandonar la patria ai nemici? quale delitto può compararsi a questo misfatto, quale supplizio può trovarsi proporzionato a questo crimine? Gli antenati comminarono le pene massime contro quelli che avessero usato violenza a un uomo libero, o fatto oltraggio a una matrona..., non riserbarono a questo trucissimo ed empio misfatto, una pena particolare…” (22) .
E’ pur curioso che, dopo aver fatto seguito con una serie di esclamazioni (23), tuttavia non sembra raggiungere né elevatezza, né ragionevolezza e conclusività del discorso. L’esempio che segue, in stile medio, non cambia nulla nei contenuti, ma presenta il delitto in forma più discorsiva: “... vedete, giudici, contro chi facciamo la guerra. Con alleati i quali sono stati soliti combattere per noi e insieme con noi difendere con valore ed energia il nostro impero… Essi, avendo deciso di farci la guerra, domando, qual era la cosa, fidando nella quale tentassero di intraprendere l’ostilità, mentre comprendevano che la stragrande maggioranza degli alleati sarebbe rimasta nella osservanza [del rapporto di amicizia]?” (24)
Dopo una serie di arzigogoli, sinceramente di dubbio gusto, risponde a se stesso, ma per nulla dimostrando di che si tratta, che questi alleati hanno tradito per la ragione sostenuta dall’oratore, senza che questa ragione si sappia. Segue poi un esempio di stile umile, riguardante un tema ancora inferiore, ovvero un litigio ai bagni pubblici. Ora, prima di mostrare questo esempio, ritengo necessario osservare che qui l’Autore si contraddice, perché dopo aver parlato di stili, in realtà parla di contenuti, da quello più rilevante (il tradimento della patria da parte di un cittadino), a quello meno rilevante (il tradimento di un alleato), a quello di rilievo infimo (un litigio al bagno). eppure, lo stile avrebbe dovuto riguardare un medesimo contenuto, ovvero come poteva essere affrontata la questione tradimento della patria, con tono elevato, con tono medio e con tono minimo, perché allora la differenza si sarebbe potuta notare meglio. Forse, proprio in questa rozzezza di esposizione, potrebbe essere chiara la non attribuibilità a Cicerone dell’opera (c’è una notevole differenza tra “L’Oratore” e “La Retorica” proprio nella capacità argomentativa e nelle esemplificazioni).
Vediamo dunque qualche riga dell’esempio: “... come infatti questi per caso fu giunto ai bagni, dopo che si fu asperso, cominciò a massaggiarsi; poi, quando parve il momento di scendere nella vasca, eccoti, tutt’a un tratto, costui: ‘Ehi – dice – giovanotto, i tuoi servi mi hanno or ora picchiato; bisogna che tu me ne soddisfaccia’. Questi, a quell’età, per essere stato chiamato da uno sconosciuto fuor dell’abitudine, arrossì…” (25) .
Non è necessario continuare la citazione: il più giovane si sente offeso di essere richiamato con urli in un luogo pubblico. L’esempio finisce senza conclusione. Diciamo, dunque, che anche tale esempio, per quanto riferito ad un semplice litigio, non pare molto confacente: infatti, il vero Cicerone, se non è l’Autore di questo scritto, avrebbe potuto obiettare che ogni argomento può essere trattato nei tre stili, o anche in uno stile misto dei tre, con carica ironica o derisoria, oppure amplificativi, a seconda delle necessità. Certamente, lo stile è condizionato dall’argomento, ma non a tal punto da dover essere utilizzato in modo rigido. L’Autore, infatti, poi aggiunge, ma non certo coerentemente che: “... Bisogna poi fare attenzione, che, mentre perseguiamo queste forme di stili, non cadiamo nei difetti prossimi e connessi. Infatti, allo stile elevato, che è lodevole,, è vicino quello, che è da fuggirsi, il quale… si denominerà gonfiato… così il discorso elevato spesso agli sprovveduti pare sia quello che è turgido e ampolloso, quando qualcosa è detto o con neologismi o con arcaismi… o con più altisonanti termini di quanto richieda il soggetto…” (26) .
In effetti, un argomento elevato deve essere trattato, preferibilmente, con stile e toni elevati, ma può pure essere trattato con sobria semplicità, se tale modo corrisponde ai sentimenti dell’oratore o dello scrittore, o se il pubblico, di un certo tipo, lo capisce meglio. Viceversa, un argomento pedestre, trattato in tono elevato, diventa ridicolo, e ciò potrebbe essere fatto a scopi ironici (gonfiare prima, per sgonfiarlo poi). Sicuramente, pensando agli esempi portati dall’Autore, il tradimento della patria e una discussione ai bagni non sono argomenti trattabili nel medesimo stile e negli stessi toni, quantunque si possano usare stili misti, in modo da dare varietà al discorso (ad esempio, due oratori diversi esporranno lo stesso evento l’uno sottolineando certi aspetti e calcando certi fatti, l’altro potrebbe fare il contrario).
Per l’Autore, dopo aver tratteggiato la questione degli stili in forma eccessiva o caricata, sostiene che una perfetta elocuzione deve possedere un linguaggio puro e schietto, fornito di latinità (ovvero, proprietà di linguaggio, senza uso di barbarismi) e chiaro, ovvero privo di solecismi, termini che non si accordano con i precedenti. Il discorso deve essere altresì chiaro, usando termini usuali, non di difficile comprensione (ciò val bene negli stili medio ed umile, ma non si accorda con lo stile elevato o solenne, che tende viceversa ad un linguaggio più raro, almeno per l’ascoltatore o il lettore comune: è evidente che molto dipende dal tipo di pubblico). Consiglia di non abusare troppo di termini con vocali che, a suo parere, rendono l’espressione sgraziata: per capire questo, è impossibile citare l’esempio in italiano, per forza di cose; ritengo più opportuno farlo in latino (e poi riportarne la traduzione): “Bacae aeneae amoenissime impendebant “ (palline bronzee pendevano gradevolissimamente) “O Tite, tute, Tatei, tibi tanta, tyranne, tulisti, / et hic eiusdem poetae…” (O Tito Tazio, tu proprio, tiranno, ti gravasti di sì gran mali, e quest’altro dello stesso poeta)(26).
L’Autore condanna sia il sovraccarico di vocali, come nel primo verso, sia l’eccessiva ripetizione di una medesima consonante, come allitterazione. Prosegue col segnalare come si possa raggiungere la bellezza, che orna, insieme alla varietà, il discorso: la varietà appare così fondamento imprescindibile della bellezza. Spiega poi alcune figure retoriche, come l’epanafora o anafora, che consiste nel ripetere lo steso inizio, con scopo rafforzativo. Perché non risulti noioso, dovrà esser pronunciato in un crescendo di tono e volume, perché altrimenti si tratterebbe di pura ripetizione. L’antistrofe o epifora è la ripetizione di una parola, ma alla fine del discorso, quasi come un riassunto. La pronuncia dev’essere sempre in crescendo. Segue con ulteriori esempi di figure retoriche, già del resto viste in precedenti occasioni e di scarso interesse. Ricade ancora una volta nel discorso giudiziario, questa volta con un lungo esempio sul comportamento poco casto di una donna: anche qui non sembra il caso di soffermarsi nelle citazioni, in quanto abbastanza banale (qui il filosofo Gorgia, con ben altro spirito e finezza, psicologica ed argomentativi, aveva difeso Elena, dall’accusa di aver provocato una guerra col suo peccaminoso comportamento). Figure ed esempi verbali sono numerosissimi, ma ai nostri fini di scarsa utilità: il difetto di questo tipo di retorica, del quale l’Autore aveva pur preteso di voler dare un’aria di originalità, è quello di essere puramente classificatorio (tassonomico). Irrigidendo il discorso in formule prestabilite, invece di abbellirlo, lo appesantisce. Alla fine, chi volesse applicarlo, finirebbe per renderlo rigido e noioso: assomiglia molto al metodo giuridico, nell’ambito del quale del resto nasce. Scarsa capacità di vita e sterilità estetica sono le conseguenze di un simile modo di procedere. Ben diverso era stato il discorso di Cicerone nell’”Oratore”, dove si vedeva una certa vivacità artistica anche nei punti più tecnici. Quindi, forse più che in un linguaggio meno sciolto, l’appartenenza ad uno scrittore diverso da Cicerone è data proprio dalla diversa mentalità ed impostazione, anche se la cosa può essere in parte giustificata trattandosi di un manuale. Eppure, se si fosse voluto insegnare ad un giovane il gusto per gli stili belli, sarebbe stato più opportuno sollecitarlo a leggere grandi scrittori, piuttosto che rimpinzarlo di formule rigide. E’ proprio a causa di una tale mentalità, incapace di uscire dagli schemi fissi o di tentare almeno di renderli più flessibili, che la letteratura latina comincia una sua inarrestabile decadenza nei secoli dell’Impero, e la retorica apparire rigida e falsa; per poter risollevarsi, occorrerà arrivare al Basso Medioevo e alle letterature neolatine o “volgari”.
NOTE :
- Utilizzo, anche per maggior reperibilità, l’edizione della BUR (Milano, 2006), con testo a fronte, a cura di Emanuele Narducci, con note di Ilaria Torzi e Giovanna Cettuzzi, che sono anche le traduttrici, insieme a Mario Martina e Marina Ogrin. L’opera è del 55 a. C. .
- Qui il riferimento è all’edizione negli Oscar Mondadori, a cura di Filippo Cancelli che ne è anche il traduttore, sempre con testo a fronte (Milano, 1998) .
- “Sull’Oratore”, ed. cit., pag. 127 .
- Si tratta di un riferimento, non solo generale, ma anche autobiografico. Egli stesso si recò in Grecia, studiando l’oratoria alla Scuola di Molone, che cercava di mediare tra le due tendenze quella asiana (ampollosa, diremmo “barocca”) e quella più lineare e semplice di Lisia .
- Povero Catone (il maggiore, il Censore, il nemico assoluto di Cartagine), se avesse visto e sentito i politici d’oggi, né onesti, né esperti nell’arte del dire ! Pensiamo alla frase di moda che politici, sindacalisti e giornalisti adottano imitandosi l’un l’altro come pappagalli deficienti: non si usa dire più il verbo “distribuire”, riguardo ad esempio agli orari, al denaro o alle persone, ma “spalmare” (horridum auditu !!), come se si trattasse di burro, marmellata, crema, o stracchino, da mettere su una fetta di pane (giorni fa, un’agente di polizia stradale, una donna ufficiale, è uscita col dire che i morti in incidenti automobilistici erano “spalmati” in un determinato periodo: poveri morti, oltre che maciullati fra le lamiere, vengono poi addirittura “spalmati” come si fa con le fette imburrate ed arricchite di marmellata…) ! Io penso che, quando nei loro avelli questi grandi oratori esperti nell’arte del dire ascoltano simili frasari, si rivoltano facendo scricchiolare le loro ossa e i loro crani, con un selvaggio “rumor di croste”. Qualcuno, come Ugolino, si metterà a rosicchiare il cranio del vicino; qualche altro, pur se già ridotto in cenere, ruoterà i propri atomi, le proprie residue molecole in giri vorticosi e stridenti, in modo da far sentire il loro coro di protesta fin nell’alto dei cieli, perché Dio mandi giù qualche nuovo Diluvio o qualche bombardamento di pece, zolfo e fuoco, al fine di annichilire questi emettitori di rumori e di frastuoni !
- ibidem, pag. 131 .
- ibidem, pag. 133. Questo criterio ricorda in positivo quello espresso da Wittgenstein in forma negativa: “Di ciò di cui non si può parlare, occorre tacere”. L’asserzione in sé appare ovvia, soprattutto se tradotta alla lettera. Meglio sarebbe dire : “Su ciò che non si conosce, occorre tacere”. In effetti, quanta gente parla e a lungo di cose che non conosce affatto, riportando pedissequamente ciò che ha letto sul giornale o sentito su qualche mezzo audiovisivo. Soprattutto, se le cose non vengono rielaborate criticamente e comparate con altre informazioni e fonti di informazione, si finisce per sproloquiare, emettendo suoni piuttosto che parole e, attraverso esse, concetti e cose .
- ibidem, pag. 155 .
- ibidem, pag. 167 .
- ibidem, pag. 171 .
- ibidem, pag. 191 .
- ibidem, pag. 193 .
- ibidem, pag. 197 .
- ibidem, pag, 199 .
- ibidem, pagg. 429 – 431 .
- ibidem, pag. 517 .
- ibidem, pag. 585 .
- ibidem, pag. 621 .
- ibidem, pagg. 735 – 739 .
- Pensiamo alla celeberrima, ed oggi ipergonfiata tesi incompiuta di Carlo Michaelstaedter, il quale, da bravo ragazzo, contrappose invece la persuasione alla “rettorica”, come se le due cose dovessero essere completamente diverse, secondo uno spirito, a sua volta del tutto retorico, che la retorica sia cosa falsa e negativa. Ora, la retorica non è altro che uno strumento, che può essere bene o male adoperato; non è buona o cattiva in sé. Ogni volta che vogliamo dare regole (e non possiamo non darle, perché altrimenti il parlare risulterebbe incomprensibile ed intrasmissibile) al nostro discorso, facciamo della “retorica”. L’ingenuità o l’errore degli antichi non era di crearsi una retorica, anche se eccessiva nel suo formalismo, ma nell’illusione, più volte da me sottolineata a costo di annoiare il lettore, che essa possa “persuadere”, mentre può limitarsi soltanto ad “interessare” l’ascoltatore, il quale può di sua spontanea iniziativa approvare, disapprovare o restare incerto sui contenuti proposti dall’oratore .
- M. Tullio Cicerone, “La Retorica a Gaio Erennio”, ed. cit., Libro IV, pag. 189 .
- ibidem, pag. 197 .
- Veramente, il testo in latino presenta dei vocativi che non sono esclamazioni, cioè “O”; il traduttore li trasforma in esclamazioni “oh”, il che rende il testo ancora più pesante. E’ grave, per un traduttore confondere il vocativo (che chiama un soggetto), con l’esclamativo che serve ad esprimere i sentimenti (di meraviglia, di dolore, di stupore) di chi parla. L’esclamativo può restare da solo, perché è espressivo, il vocativo non può sussistere da solo: questo un traduttore dovrebbe saperlo, ma evidentemente non lo sa (cfr. pagg. 198 -199) .
- ibidem, pag 199 .
- ibidem, pagg. 201 - 203 .
- ibidem, pagg. 208 – 209 .
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RECENSIONE DE “I VINTI CHE AVEVANO RAGIONE”
DI PIERO RISOLUTI - ED. ARMANDO ( Roma, 2011)
di Manlio Tummolo
di Manlio Tummolo
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Finalmente sono riuscito a leggere questo libro, che attendevo con ansia. Ciò che mi ha colpito di più era il titolo: “I VINTI che avevano ragione”, e la copertina con la fotografia di Aleksandr Kerenskij, già ministro nei Governi Provvisori della Russia post-zarista, e poi, per brevissimo periodo, primo presidente della Repubblica (democratica) Russa, il classico “Vinto” che risultò poi aver piena ragione. Consiglio, dunque, chiunque si occupi di storia in generale e del XX secolo in particolare, di leggere questo testo con la dovuta attenzione. Esso coinvolge sia una concezione filosofica della storia (possono i “Vinti” aver avuto ragione, se furono “vinti”?), sia una concezione storiografica in senso stretto (possono i “Vinti” avere una loro storia, una loro versione dei fatti ?). Sono due punti di vista, di merito e di metodo, essenziali, in quanto, se si fonda la storia sul successo, il “Vinto” non potrebbe mai aver ragione. Ma il vincitore, fin quando “vince” ha, dunque, “ragione”? Potrebbe esserci una ragione che dura finché si vince, e non si ha più quando si perde?
E’ in fondo un tema alla maniera di Carlo Michelstaedter, studente goriziano di filosofia e morto giovanissimo suicida nel 1910, pochi anni prima della Prima Guerra Mondiale: egli disquisì nella sua tesi “La Persuasione e la Rettorica”, tra altre cose, sulla distinzione tra ragione in quanto giustificazione, motivo scusante o fondante di un’azione, e la Ragione in quanto processo logico, che conduca alla Verità, alla conoscenza della Verità. Se aver ragione non significa avere successo, ma semmai indicare la strada più corretta per l’affermazione della Verità, di una Verità morale da raggiungere, non della miserabile realtà quotidiana a cui servilmente e vilmente adeguarsi (il becero realismo dei Girella, di giustiana memoria, tipico delle età dei rivolgimenti politici continui), necessariamente la vittoria materiale, in una determinata condizione o in un determinato momento storico, non significa affatto aver “ragione”. Può essere metodologicamente valido il criterio di Brenno “Guai ai vinti”? E se poi i “Vinti” riescono a vincere? E se il loro fallimento dura nel loro tempo, ma poi diventa successo decenni o secoli dopo ? E, d'altronde, esiste una Verità ontologica potenziale rispetto a quelle delle nostre miserie quotidiane, che deve servirci da orizzonte e da guida nell'operare umano, valida al di là ed oltre le nostre provvisorie contingenze ed i nostri provvisori interessi egoistici, individuali o di gruppo?
Questo è il “po’ po’” di argomento che il Risoluti affronta, e già solo per questo merita elogio e attenzione, anche per l’originalità, seppure non assoluta, del tema .
Il libro di Risoluti analizza, a titolo esemplificativo, quattro personaggi e un popolo, i Goti. Questo suscita una certa perplessità negli accostamenti fatti e sul criterio scelto per tali accostamenti, in quanto, a parte la vittoria o la sconfitta, non risulta affatto che vi sia tra questi un rapporto di "ragione", e vediamo perché. Si parte da Giuliano l'Apostata, si esamina la sorte dei Goti (soprattutto gli Ostrogoti in Italia e la loro guerra contro i Bizantini), il citato Kerenskij, lo Shah di Persia e, infine Saragat. Mi dispiace dover dissentire da tali accostamenti, vista l'importanza del tema.
Vediamoli ad uno ad uno: Giuliano l'Apostata fu un "vinto che aveva ragione"? Ovviamente è difficile consentire sia sull'essere "vinto", sia sul "aver ragione". Come tutti gli uomini che durano al potere per anni, possono vincere e perdere. Egli non fu un "vinto" in senso proprio: semplicemente, affrontando la potenza persiana dei Sassanidi, gli accadde, forse per caso o forse per attentato cristiano, di morire in combattimento. Il suo errore fu di non aver consolidato prima la sua opera di restaurazione, non tanto pagana, quanto pluralista in senso religioso, prima di affrontare con una guerra così decisiva la potenza persiana. Nessuno lo tolse dal potere, fatta salva l'ipotesi di un attentato a tradimento di qualche militare di fede cristiana, il che è ipotizzabile, ma non suffragato. Sfortunato forse sì, ma non "vinto". Aveva ragione nel combattere la Chiesa cristiana che stava consolidando il suo potere politico? Dal punto di vista "pagano" o di filosofo neoplatonico, sì; dal punto di vista cristiano, no. C'è qui una neutralità laica? Non mi pare, perché tra le due religioni organizzate, il laicismo vero, modernamente inteso, non sussiste. Giuliano concepisce il ruolo delle religioni in una certa analogia col pensiero neo-idealista italiano: per i bambini e per gli ignoranti va bene la religione, per gli adulti pensanti occorre la filosofia. Giuliano l’Apostata non pare, dunque, aver ragione, né allora, né successivamente perché non aveva compreso né la conciliabilità, già avvenuta, tra neoplatonismo e cristianesimo, né che, inesorabilmente, il cristianesimo avrebbe soverchiato il paganesimo, in parte assorbito già dal cristianesimo stesso, nella sua forma ecclesiastica.
Passiamo dunque ai Goti: che fossero stati vinti, ciò è indubbio, ma che avessero avuto “ragione”, questo è assai discutibile. I Goti erano stati inviati in Italia dall’imperatore di Bisanzio in suo nome e per suo conto, per abbattere il regno di Odoacre, il quale, a sua volta, rinviando le insegne a Bisanzio (e l’Autore lo rileva), aveva affermato la propria subordinazione, perlomeno giuridica, all’Impero Romano che, non è da dimenticare, mantiene questa sua fondamentale unità giuridica, pur nella separazione di fatto, dal 476 d. C. fino alla celebre notte del Natale 800, con l’incoronazione di Carlo re dei Franchi, fondatore del Sacro Romano Impero, col quale atto Carlo spezza, con la complicità della Chiesa Cattolica, la persistente unità giuridica dell’Impero, la cui parte occidentale viene sbriciolata progressivamente nel sistema feudale. A differenza di quel che sostiene il Risoluti, non furono i Goti, né gli Eruli, ad affermare l’indipendenza giuridica dall'Impero Romano, ma semmai, e non del tutto, i Longobardi, i quali rivendicarono il diritto all'intera Italia, da costituire in Regno unico e del tutto indipendente (come dimostra la denominazione di Regno d’Italia, che essi scelsero e che rimase fino a Napoleone I, attraverso la formale investitura con la corona ferrea), cosa che troverà, oltre all’ostacolo militare bizantino, quello della Chiesa cattolica alleata al Regno dei Franchi. Dunque, pare alquanto forzata la tesi dell’Autore nel vedere nei Goti gli anticipatori dell’”unità” italiana. E’ certo la Chiesa Cattolica, come ben rilevarono Machiavelli e Guicciardini, la vera antagonista di tale unità, che essa non poteva realizzare, ma che fece di tutto per impedire.
Salto per ora Kerenskij, che esamino a parte, data la complessità della situazione nella Russia dal 1917 in poi, e soprattutto perché, a mio avviso, è l’unico qui ad essere “vinto”, pur avendo “ragione”: lo Shah di Persia Rehza Pahlavi o Pahlevi (a seconda delle trascrizioni), come va detto per Giuliano e per Saragat, può considerarsi un “vinto” se ha governato per decenni? A mio avviso assolutamente no, visto che per forza di cose nessun potere è persistente e magari dopo la morte (come nel caso di tanti dittatori) il potere cessa, non solo nella persona, ma anche nell’intero sistema. Semmai, per la storia recente dell’Iran, si possono dire “vinti” Mossadeq o Bani Sadr, piuttosto, in quanto, pur prevedendo un futuro positivo e democratico per il loro Stato, non riuscirono ad attuarlo. Quanto all’aver avuto “ragione”, come può aver avuto ragione una persona che, pur detenendo un forte potere, non è riuscita a stabilire col popolo un rapporto effettivamente democratico, anzi, pur recitando la parte dell’erede dei grandi Imperi assoluti degli Achemenidi e dei Sassanidi, non ha cercato, almeno, di ripristinare lo studio delle antiche tradizioni persiane e, soprattutto, dell’antica religione mazdea o zoroastriana? Egli, inoltre, compì non solo errori, ma anche colpe e delitti nei confronti del proprio popolo, facilitando quindi la reazione religiosa islamica estrema.
Quanto a Giuseppe Saragat, secondo l’Autore fu un “vinto”, nel senso che non potè creare un’alternativa socialdemocratica sufficientemente forte in Italia. La tesi sarebbe vera e suffragherebbe il fatto che “avesse avuto ragione”, se egli avesse costituito un partito realmente indipendente sia dalla Democrazia Cristiana, sia dal Partito Comunista. Invece, commise lo stesso errore degli altri due partiti laici di origine risorgimentale, del PRI e del PLI, affiancandosi alla DC. Perse quell’indipendenza che pur aveva tentato di acquisire dal PCI e dal suo alleato PSI, ma per asservirsi alla DC nel reggerne i traballanti governi e maggioranze, prima e dopo il 1960 (anno del breve governo Tambroni, monocolore, ma sostenuto dal MSI in Parlamento). Dunque, non fu un “vinto”, in quanto arrivò personalmente anche alla massima carica dello Stato, fu al governo, sostenne prima le maggioranze di centro, poi quelle di centro-sinistra. Non “ebbe ragione” in quanto collaborò alla creazione di un sistema politico di scarsa efficienza e di poca onestà. Questo vale per lui, per il suo Partito e per gli alleati della DC, persone e partiti che fossero. Quando il sistema entrò in grave crisi tra il 1990 e il 1993, non c’era nulla di serio con cui sostituirlo, e apparve Berlusconi, il quale nuovo non era, seppure celato tra le retrovie del precedente sistema. E’, viceversa, facile capire che, se uno o tutti i tre partiti laici si fossero astenuti dal sostenere quasi ininterrottamente la Democrazia Cristiana, l’alternativa DC – PCI non sarebbe potuta mantenersi in eterno. La stessa Democrazia Cristiana avrebbe perso gran parte del consenso se fosse stata posta in condizioni di isolamento, come già lo era il PCI. Una volta che la D.C. fosse entrata in crisi, come pure è avvenuto, i tre partiti avrebbero potuto sostituire il sistema laico al sistema confessionale.
Ed ora torniamo a Kerenskij, il quale, se in questi paralleli, è l’unico autentico “Vinto che aveva ragione”, non può certo trovare corrispettivi validi negli altri personaggi o gruppi citati. I modelli pre-kerenskijani, risalgono, se vogliamo, ai Sofisti democratici (Protagora, Gorgia, Antifonte, l’Anonimo di Giamblico), a Socrate, ad Aristonico di Pergamo, ai Gracchi, a Catilina, allo stesso Gesù Cristo, Arnaldo da Brescia, a Dante, a Marsilio da Padova, ai vari idealisti che sacrificarono, se non la vita, il proprio benessere all’ideale politico, sociale o religioso, fino ad arrivare ai Girondini, ai nostri Mazzini e Cattaneo, a Ferruccio Parri (un altro Vinto che aveva avuto ragione). Per la storia classica, Risoluti cita anche Catone: ma Catone fu il vinto dell’ultima ora, per anni aveva dominato nel Senato e fu decisivo proprio per l’illegittima condanna a morte dei Catilinari (Lentulo ed altri). Anche questo una figura di “vinto che aveva ragione” in maniera molto discutibile. “I vinti hanno ragione”, quando sono vinti provvisoriamente, quando i loro programmi sono sconfitti “hic et nunc”, ma aprono la strada del futuro, sono i rivoluzionari idealisti o pratici, i pensatori poco seguiti, coloro che sono ignorati ed inascoltati, ma le cui idee persistono nei decenni e nei secoli e finiscono, magari anonimamente, per trionfare. E’ questo ciò che caratterizza Kerenskij, e non caratterizza un Trotzkij, ad esempio, pure lui un “vinto”, ma senza rimedio senza possibile riscatto, un personaggio da ammirare per personalità, energia e coraggio, ma non certo per il suo programma. Risoluti, di Kerenskij, fa una descrizione un po’ contraddittoria, sulla quale concordo solo in parte. In realtà Kerenskij è uno sconosciuto, di lui si conosce qualcosa solo per la lotta contro Lenin e Kornilov e per l’attività di governo, ma anche questa superficialmente. Come si nota in Chamberlin, Kerenskij fu l’unico a capire la reale pericolosità di Lenin reduce dalla Svizzera, eppure era talmente democratico da accettarne il rientro, come anche quello dell’anarchico Kropotkin. Egli mai si oppose al rientro di coloro che poi gli furono odiosi e mortali nemici. Fu anche l’unico a lottare attivamente contro le forze marxiste e quelle reazionarie, anche se non necessariamente zariste, fin dall’estate del 1917. Egli stesso segnalò che Kornilov era un uomo di popolo, non un aristocratico, tuttavia ne capì la pericolosità. E’ un discorso lunghissimo che coinvolge l’intera storia della Rivoluzione da febbraio ad ottobre 1917, ma che poi si trascina, nella guerra civile, sino alla repressione della rivolta di Kronstadt del 1920 e all’espulsione di Trotzkij dal Partito. Giustamente Risoluti rileva l’onestà e la bontà di Kerenskij, sulla scia di altre valutazioni, ma Kerenskij fu tutt’altro che un sant’uomo oppure un ingenuo, quasi un sempliciotto (come molti pretenderebbero), e il fatto stesso di riuscire a morire tranquillo (sebbene perseguitato anche dopo morto dalla Chiesa Ortodossa russa che non lo volle sepolto in America, ma costrinse la famiglia a seppellirlo in Gran Bretagna), dimostra che ebbe astuzia e sangue freddo, oltre al coraggio personale. Per capirne completamente la personalità, va ricordato - come curiosità - che fu molto amato dalle donne, malgrado non si potesse dire attraente (il suo viso e il taglio dei capelli fanno ricordare Stan Laurel, l’attore comico Stanlio, pure lui slavo d’origine). La moglie Olga Baranovskaja Kerenskaja gli dedicò un libro “I Morti non parlano” tradotto e pubblicato nelle Edizioni Paoline, in cui, malgrado tradimenti e divorzio, ne fa una descrizione assai affettuosa a tanti anni di distanza. La stessa casa editrice pubblicò di David Anin una ricca antologia di scritti sulla Rivoluzione di Febbraio, che conferma la valutazione positiva della stessa democrazia del 1917, effimera nel fatto non nel Diritto, contrapposta alla violenza e all’orrore del bolscevismo. Ma, sul piano storico e politico, si dovrebbe studiarlo anche prima e dopo la Rivòluzione del 1917, la sua notevole attività professionale in difesa (lo sottolinea bene il Risoluti) dei perseguitati politici di qualunque idea o partito dallo zarismo, e la sua attività politica perlomeno fino alla II Guerra Mondiale, come a quella di storico e di docente in America nei decenni restanti fino alla morte. Occorrerebbe tradurre in italiano e stampare la sua raccolta di documenti, pubblicata dall'Università di Stanford insieme a Crowder, nel 1961, rileggere con più attenzione le opere da lui pubblicate (saggi, Memorie e Storia della Rivoluzione di Febbraio) . Personalmente, di lui ricordo una vivace intervista sostenuta nel 1967 con Ruggero Orlando, dove, malgrado l’età ormai avanzata, dimostrò lucidità e fermezza, mantenendo fede alle tesi e alla strategia politico-militare allora sostenuta. Ricordò bene all’interlucutore che il crollo della Russia aveva poi favorito il nostro disastro a Caporetto. Indro Montanelli, viceversa, che lo aveva conosciuto nella maturità, ne ricorda la potenza oratoria, e una capacità vocale di farsi sentire sia quasi sussurrando, sia ovviamente nei toni più alti, qualità che tutti, con più o meno gusto estetico, gli riconoscono.
Poteva vincere Kerenskij? Il Risoluti dà, in questo settore, una risposta negativa, nondimeno, sempre nell’ambito delle possibilità allora pratiche oggi puramente teoriche, se non fosse stato sudiciamente tradito da Krasnov (sia per vendetta dell’affare Kornilov, sia forse perché corrotto da agenti germanici che avevano tutto l’interesse all’interruzione della guerra in Russia, e non certo per la particolare resistenza delle Guardie Rosse) e dai suoi cosacchi a Gatcina, la Guardia Rossa raccogliticcia e tremebonda (lo sostiene lo stesso Reed) non avrebbe retto. Mosca resistette molto più a lungo all’attacco bolscevico rispetto a Pietroburgo/Pietrogrado, ma poi se si osserva la prima fase della rivolta anticomunista (quella dei Cecoslovacchi ex-prigionieri di guerra), scatenata per l’illegale e violenta eliminazione dell’Assemblea Costituente, e della guerra civile, anche questa ben sottolineata dal Risoluti, si vede chiaramente che soltanto la stoltezza dell’Occidente, il quale, dopo aver sollecitato l’offensiva di luglio e un tentativo di battaglia nel Baltico, non sostenne per nulla il Governo Provvisorio, chiedendo molto, ma non dando nulla, oltre a pochi inviati a scopo di propaganda, soprattutto in materia di rifornimenti militari, rese difficoltosa una riscossa delle forze democratiche, e di Kerenskij in particolare. Troppo tardi, e verso i reazionari, l’Occidente concentrò aiuti militari, miseramente falliti, mentre assai poco fece per l’operato di Kerenskij. La debolezza non fu sua, ma dei partiti che dovevano sostenerlo (dai kadetj – costituzionali democratici - ai socialrivoluzionari e ai menscevichi, di tendenza democratica); stoltezza suicida quella del gruppo socialrivoluzionario di sinistra che si accorse solo dopo Brest-Litowsk della sostanziale dittatura comunista, ormai instaurata e complice dello junkerismo prussiano.
Ancora: poteva la Russia abbandonare la guerra ? No, come si vide con i fatti successivi. Fu solo per la disfatta tedesca, certo non per merito di Lenin, che l’URSS potè salvarsi dalla sudditanza tedesca, e fu per la ritirata comunista che la Germania potè estendersi a larga parte della Russia europea tra il 1917 e il 1918, mentre fino all’ultimo momento del Governo Provvisorio, essi vennero tenuti a ridosso dell’antico confine. Lo stesso Trotzkij, ancorché vanamente, si oppose al Trattato di Brest-Litowsk. Se, in via ipotetica, i Tedeschi avessero vinto, avrebbero anche eliminato rapidamente il loro infausto complice Lenin e tutto il suo regime, realizzando fin da allora il vecchio sogno del Drang nach Osten, ritentato poi da Hitler. L’offensiva del luglio fu un errore imposto dai governi occidentali e dagli organi militari, ma non voluto da Kerenskij e dal suo governo, offensiva fallita anche per il primo tentativo insurrezionale bolscevico, in probabile combutta con i servizi segreti germanici ed austro-ungarici, del luglio, poi represso con relativa durezza. Non dimentichiamo mai che il Governo Provvisorio durò, nelle sue alterne vicende, per 9 mesi scarsi, durante una guerra pesantissima, e fu boicottato in tutte le maniere a partire dall’aprile, per opera precipua di Lenin e di Trotzkij all'estrema sinistra, dalle forze moderate o reazionarie alla Kornilov da destra. Kerenskij aveva tentato di ridisciplinare e snellire le armate russe, con la creazione dei Battaglioni della Morte (qualcosa di simile ai nostri Arditi o truppe d’assalto) e con i celebri allievi ufficiali, oltre ai reparti femminili, questi due ultimi furono anche quelli che difesero come poterono il Palazzo d’Inverno. Ma è chiaro che non si riforma facilmente un esercito in pochi mesi e durante la guerra, così il gioco bolscevico fu relativamente facile, almeno nella prima fase; ben più duro nella guerra civile, dove soltanto lo spirito restauratore dei gruppi controrivoluzionari, del resto neppure unitario (non tutti volevano ristabilire lo zarismo, ma semmai creare governi di destra autoritaria), e gli interventi stranieri alla fine facilitarono la mobilitazione morale e materiale dell’Armata Rossa, mentre le destre sul fronte interno perdevano progressivamente l’appoggio popolare (come analogamente avvenne durante la Seconda Guerra Mondiale, quando l’atteggiamento schiavistico ed antislavo dei nazisti impedì un’adesione massiccia delle popolazioni russe alle truppe occupanti, favorendo così la ripresa staliniana in senso patriottico) .
Storia dunque complicatissima, da non potersi riassumere che per sommi capi in una recensione, ma a Piero Risoluti va comunque il merito, tra i primi, di averla rimessa in discussione: finché la Russia, l’Europa e l’intera umanità, non rifaranno i conti con il debito morale e scientifico verso la Rivoluzione di Febbraio e verso Kerenskij, difficilmente potranno risovere i propri problemi presenti e futuri.
Sul piano della metodologia formale, va rilevato, infine, che Risoluti, presumo per ragioni di scelta editoriale di maggior semplicità. ma erroneamente sul piano scientifico, non cita le sue fonti, mancando un apparato di note e pure una bbiliografia di base, a corroborazione delle proprie tesi, volendo dare forse carattere divulgativo a temi, che, come si è detto, sono invece di elevata complessità gnoseologica ed ontologica dei fatti storici e delle loro complesse correlazioni .
Bertiolo, Udine - Gennaio 2012
Origine e Carattere dei Riti Processuali Accusatorio ed Inquisitorio
(con osservazioni finali su una procedura logicamente e scientificamente fondata)
Bertiolo (UD)
Come per ogni altra istituzione sociale, conoscere le fondamentali linee storiche dei procedimenti giudiziari è molto importante per capirne la maggiore o minore validità ed i problemi tuttora presenti; infine, è importante per proporre concretamente riforme che siano adeguati ai tempi, alle conoscenze scientifiche, ben diverse rispetto al passato, sia per le scienze naturali, sia per le scienze sull'uomo. Il procedimento giudiziario appare ai primordi della storia, in qualunque società appena civile, e nasce dall'esigenza di trovare una soluzione sia nei rapporti tra privati (Diritto civile o Diritto privato), spesso conflittuali anche se non direttamente violenti, sia nei rapporti del singolo con l'intera società in cui è inserito (Diritto amministrativo), sia nei rapporti violenti tra uomini in contrapposizione alle leggi della stessa società nel suo complesso, e poi dello Stato (quando questo cominciò a formarsi con i primi regni e le prime collettività gerarchicamente organizzate): si hanno così un Diritto Penale e un Diritto Processuale o procedurale penale, che è quello di cui in sostanza mi occupo qui.
Sulla base della tradizione del common law (letteralmente “legge comune”), che costituisce una forma procedurale molto antica, in parte di derivazione romana (importata in Britannia fin da Traiano ed Adriano), ma pregiustinianea, in parte dal Diritto germanico e celtico originario, noi siamo portati da films e romanzi polizieschi a ritenere che il rito processuale accusatorio sia molto più moderno ed adeguato, a mentalità democratiche, del rito processuale inquisitorio. Sicuramente può essere più “democratico” (vedremo il perché), ma non è affatto più moderno. Né bisogna lasciarsi prendere dal pregiudizio (sempre dovuto a films e romanzi), che il rito accusatorio non consenta distorsioni ed abusi, mentre viceversa quello inquisitorio faciliti l'abuso. Ciò è dovuto al fatto che il rito inquisitorio presuppone già l'esistenza di uno Stato fortemente gerarchizzato e con poteri molto forti sul cittadino, ma non lo è per sua natura, bensì per l'uso che ne viene fatto, finalizzato a trovare colpevoli, qualunque siano, come capri espiatori da destinare al sacrificio per placare gli Dèi offesi dal delitto, ed allo scopo di punire esemplarmente qualcuno per intimidire tutti gli altri. Va detto però, per ragioni di obiettività, che non necessariamente il sistema inquisitorio debba essere più repressivo del sistema accusatorio. Talvolta nella storia e anche nella cronaca attuale si vedono sistemi formalmente accusatori, ma non meno repressivi del sistema inquisitorio (un caso tipico è quello del Tribunale Criminale Straordinario, normalmente conosciuto come Tribunale Rivoluzionario, nel Terrore della fase più violenta della Rivoluzione Francese).
Il Rito, o procedura accusatoria, precede storicamente la procedura inquisitoria, ed appare nelle società classiche più antiche (quella ebraica, quella greca e quella romana). Vediamo dunque di capire come nasce questo tipo di procedura che, logicamente, appare in una società organizzata da leggi, scritte od orali, consuetudinarie o mutevoli che siano. Non può esistere una procedura qualsivoglia se non con l'esistenza di determinate leggi. Immaginiamoci due uomini della proverbiale età della pietra: avevano insieme partecipato alla caccia, oppure avevano insieme catturato una femmina della loro specie. Ora si trattava di stabilire a chi dei due appartenesse la preda ed eventualmente come dividersela. La legge naturale, ovvero quella del più forte (il cosiddetto patto leonino previsto perfino nel nostro Codice Civile, sebbene proibito), fa sì che il più forte o il più astuto, pur essendosi servito dell'altro, decide o di non dargli nulla (quindi si tiene la preda per sé), oppure di farla in parti né quantitativamente, né qualitativamente, uguali. Se si tratta di spartirsi invece una donna, fatta prigioniera, la cosa era più complicata, perché, salvo cannibalismo, essa serviva ad altri scopi che non a quelli della nutrizione. I due, se il più debole non soccombeva di sua volontà, venivano alle mani e il più forte uccideva o feriva gravemente il più debole. Se fosse stato più astuto avrebbe cercato di ingannarlo attraverso false promesse, con la solida intenzione di non dargli nulla ugualmente. Ora questa situazione ipotetica, fondata sui puri rapporti di forza, è solo teorica. Nelle prime società c'era da immaginarsi, viceversa, che la preda catturata (animale o donna che fosse) dovesse essere consegnata all'intera collettività, che ne avrebbe poi deciso la destinazione. Chi decideva sul da farsi erano certamente i più anziani, autorevoli, autoritari e saggi, che erano anche capi della tribù. Essi, in buona o cattiva fede, si sarebbero rivolti alle divinità (personali o naturali), ne avrebbero sentito il parere per mezzo di riti magici, preghiere, fenomeni naturali osservati (volo degli uccelli, fulmini, scosse telluriche, eclissi, manifestazioni impreviste), quella serie di operazioni prefissate, chiamate divinazione, attraverso le quali avrebbero deciso l'uso e la ripartizione della preda di cui si è detto. In questa serie di azioni, noi vediamo già in nuce tanto il rito processuale civile, quanto penale, che doveva decidere su un diritto da esercitare oppure su una punizione da infliggere a chi quel diritto avesse violato. La nascita del Diritto, dovunque e sempre, ha un'origine religiosa, perché ha la pretesa di applicare la volontà divina in qualunque fatto della quotidiana vita umana. Se nella società, primitiva e nomade, la giustizia viene esercitata dallo stregone, generalmente vecchio ma incutente paura per il suo prestigio, le sue conoscenze e pure l'abilità a saper far passare per miracoli sue specifiche conoscenze pre-scientifihce, nella società organizzata nei primi Stati o Regni, tale potere risiede o nel capo supremo (re, condottiero, che è insieme pure sacerdote), o nella casta sacerdotale che, ad un certo livello di cultura, possiede informazioni e poteri magici ben superiori a quelle del sovrano stesso che deve poi eseguirle. In Grecia, in Etruria, a Roma, abbiamo caste di sacerdoti forniti di profetesse con poteri divinatori; tra gli Ebrei abbiamo prima i profeti, poi i giudici. Studiando tali origini troviamo dappertutto una classe di uomini che vantano conoscenze, rapporti e poteri di tipo religioso, con i quali possono determinare quale sia la volontà divina, ovvero quello che è considerato giusto e quello che è considerato ingiusto. Codificata in consuetudini pratiche oppure in leggi scritte (quando la scrittura verrà utilizzata), la Legge costituirà il Giusto, ovvero la volontà divina, e ciò che costituirà il suo opposto, ovvero il rifiuto, la non applicazione della volontà divina. Ovviamente si tratta di pretese, forse in origine pensate in buona fede, con convinzione assoluta, ma ben presto divenute solo funzioni strumentali allo scopo di tenere assoggettati gli altri a regole arbitrarie, decise da pochissime persone e tramandate nel tempo con gli usi, ma con i quali la divina volontà non c'entrava praticamente nulla. Con l'evoluzione storica poi, i teorici del Diritto distinsero questo in due branche: quello di derivazione divina (Diritto naturale o divino) e quello di derivazione puramente umana, il primo assolutamente Giusto (il Fas degli antichi Romani), il secondo molto relativo e puramente convenzionale, talvolta buono quando corrispondeva al Diritto naturale e divino, talvolta anche iniquo quando corrispondeva al puro arbirtrio se non capriccio di un singolo (Jus), a cui nondimeno bisognava obbedire, perché altrimenti avrebbe applicato punizioni anche spietate e quasi sempre non proporzionate alla violazione della Legge. Pure il termine Jus, etimologicamente, rimanda ad un'origine divina, ma si distingue dal Fas perché ne costituisce un’interpretazione (non sempre corretta) e non una pura e semplice applicazione, o attuazione.
Il Diritto umano, per quanto sempre ancora religioso, tende ulteriormente a dividersi in un Diritto Civile (ciò che si deve fare) e in un Diritto Penale (ciò che non si deve fare e le conseguenti punizioni, non sempre codificate, ma lasciate all'arbitrio dei giudici). Più tardi ancora si formarono due ulteriori Diritti, quello della procedura, per definire come le cose debbano essere eseguite di comune accordo, sulla base della Legge (processuale civile), e quello della procedura per definire se una legge sia stata violata, la responsabilità della violazione, le modalità della violazione, l'autore della violazione, ed infine la pena da applicare nello specifico caso (processuale penale).
Generalmente si ritiene che solo i Romani seppero creare un Diritto sistematicamente organizzato, molto formale e molto complesso. Nondimeno la cosa non è del tutto esatta: gli antichi Ebrei seppero creare un Diritto non dissimile, ma come essi pure i Greci, e probabilmente altri popoli di grande civiltà [1], quali gli Egizi, i Sumeri, gli Ittiti, i Fenici, gli Assiri-Babilonesi, i Persiani; e fuori completamente dal nostro mondo occidentale, i Cinesi, gli Indiani, i Maya, gli Aztechi e gli Incas. Nondimeno, perché il Diritto romano prevale nel mondo al modo stesso in cui la filosofia e la scienza greca prevalgono? Questo è avvenuto per un motivo assai semplice: il Diritto romano fu non solo scritto e conservato, ma venne discusso, elaborato, complicato, da una classe di studiosi che poi lasciarono questo enorme patrimonio al resto del mondo (non si può dire altrettanto per il Diritto greco, per non dire di popoli preesistenti, ma forse per quello ebraico, con la distinzione che, mentre il primo si fece universale, quello ebraico rimase limitato ad un popolo non numeroso). Già verso la fine dell’Impero Romano vi furono ignoti giuristi (probabilmente Ebrei) che compararono i due Diritti, romano ed ebraico, per dimostrare che il Diritto romano derivava da quello di Mosè [2].
In una società piuttosto semplice, senza particolari Istituzioni, senza funzionari con poteri distinti, qualcosa di simile alla montesquieviana divisione dei poteri, il primo rito, sia civile, sia penale, fu accusatorio, anche per la ragione che la stessa distinzione tra civile e penale non era ben chiara, praticamente nelle società semplici ci si faceva giustizia in via privata. Come si è visto, nel saggio precedente (consultabile a fondo pagina), fin dall’VIII secolo a.C. esisteva un processo civile del tutto privato che richiedeva l'esistenza di “giudici” non istituzionalizzati, non tali da svolgere sempre questa attività, ma mediatori spesso occasionali e facilmente corruttibili. Così si può pensare che la vendetta ed altre forme violente fossero riconosciute come metodo di punizione per una violenza precedente subìta. In antico, compresa la Roma dei primordi e per alcuni secoli della Repubblica, il fatto di farsi giustizia da sé era ammesso. Il mito di Romolo e Remo, fratelli litigiosi, ce lo spiega. Il diritto di essere fondatori della nuova comunità (allora semplice e rozzo villaggio di capanne) veniva deciso dall'osservazione degli uccelli. Romolo ne vide di più, quindi cominciò a segnare con l'aratro i confini del villaggio, e Remo per sfregio, per offesa, saltò il solco: il gesto era simbolico, voleva significare che il nuovo centro urbano sarebbe stato indifendibile e facilmente invaso. Romolo gli dimostrò il contrario, uccidendolo, e questo a monito di chiunque avesse voluto imitarlo. Un altro mito spiega il contrasto tra due fratelli, Abele e Caino; il primo, pastore (nomade, quindi), il secondo agricoltore: essi vengono a diverbio che si conclude con l'assassinio di Abele. Tra i due miti c'è una differenza sostanziale: chi ha descritto il primo (probabilmente di derivazione etrusca), aveva mentalità “cittadina”, apparteneva ad una civiltà stanziale; chi ha descritto il secondo aveva una mentalità nomade, per cui Abele risulta buono e mite e Caìno l'uomo malvagio, che però non viene punito con la morte bensì con un perpetuo esilio in altra terra. L'elemento comune è che nessuno dei due viene condannato con pena molto grave per questo ma, nel secondo caso, solo allontanato dalla comunità; e non tanto per l'omicidio in sé quanto per il fratricidio, che la parte più antica della Bibbia considera un reato molto grave.
Nella fase storica, oltre che ad Esiodo, pure esso parzialmente leggendario, possiamo rifarci ai processi contro Protagora e contro Socrate. Qui siamo ad un livello ben altrimenti complesso perché la polis greca, per quanto territorialmente limitata, aveva caratteri e complessità interna notevoli. Protagora e Socrate vengono accusati non da una casta sacerdotale, non dai politici del tempo, ma da privati. Del processo a Protagora sappiamo molto poco, salvo che era accusato di negare le divinità del tempo, per la sua celebre frase: “Non so se gli Dèi esistano o non esistano”. Negare o anche solo dubitare della divinità, considerata il pilastro del Diritto e dello Stato, appariva come atto di corruzione e, al tempo stesso, minaccia politica. Protagora fu cacciato in esilio, i suoi libri bruciati ed egli stesso morì nel naufragio mentre probabilmente navigava verso l’Italia. Dai Dialoghi di Platone e dai “Memorabili” di Senofonte, sappiamo molto di più sul processo a Socrate. Anito e Meleto, due semplici cittadini, accusano Socrate di corrompere i giovani ponendo loro domande che stimolano il loro senso critico: questo metteva tutto in discussione, dalla divinità in cui pur Socrate credeva, sebbene non in modo tradizionale, fino alla vita quotidiana, alle conoscenze del tempo, al metodo di insegnamento dei sofisti, ed ogni altra cosa. Per questo, essendo ritenuto una minaccia alla società, viene accusato da Anito e Meleto, e il suo discorso di autodifesa, così come riportato nella celebre “Apologia”, non solo sostiene l'esatto contrario dell'accusa (ovvero che sua intenzione era quella di educare i giovani, facendo trovare nel loro intimo la verità), ma anche prende in giro i giudici con la sua celebre, sottilissima ironia, e sostiene di meritare, invece della condanna minacciata, di essere mantenuto a spese dello Stato nel Pritaneo al posto degli atleti. Questa autodifesa, coraggiosa, lo portò alla morte, perché si sa che i giudici, ritenenendosi da sempre attuatori della volontà divina, non potevano accettare di essere beffeggiati pubblicamente: naturalmente il motivo reso pubblico non fu questo, ma confermò arbitrariamente le accuse di Anito e Meleto. Già il processo di Socrate dimostra come il rito accusatorio non sia di per sé una garanzia né di obiettività, né di applicazione della legge.
Roma, come si è detto, non solo sviluppa un Diritto molto elaborato sul piano teorico, perché viene discusso su princìpi da applicare e su procedure, ma se ne scrive molto. E' proprio questa elaborazione che dura almeno 700 anni, ereditata poi dal resto d’Europa, che lo farà proprio, che rende la cultura romana così importante sul piano giuridico. I Greci, oltre a formulare quello che chiamiamo Diritto costituzionale, che potrebbe anche definirsi Diritto delle istituzioni politiche e dei loro princìpi (che i Romani imitarono ma non superarono), più che una teoria generale del Diritto (come venne chiamata nel '900, soprattutto dal giurista Kelsen in poi), elaborarono una forte filosofia del Diritto, presente già in discorsi di Pericle, in frammenti dei Sofisti e, soprattutto, nelle opere di Platone ed Aristotele: tanto per fare un esempio, i concetti di colpa e di dolo si trovano esposti già nella "Etica Nicomachea" di Aristotele. Ma è interessante sottolineare che proprio in una conversazione tra Protagora, Pericle ed un terzo personaggio, si esaminò in forma paradossale il concetto di causa in un omicidio, ovvero, se andava considerata responsabile della morte la volontà e coscienza dell'assassino o l'arma che aveva colpito la vittima. A noi la cosa può sembrare del tutto fittizia, ma è una sorta di esercizio mentale che contribuì, almeno indirettamente, alla formazione dei princìpi del Diritto penale romano, quando questo cominciò a laicizzarsi (ormai in età repubblicana avanzata e sicuramente con i primi contatti con la civiltà greca. "Guerre Tarantine" e contro Pirro, "Guerre Puniche e Macedoniche"). E' pure celebre la reazione della Roma conservatrice a questa cultura, che appariva devastante, rappresentata dai filosofi. Marco Porcio Catone, il maggiore, che pure era uomo di cultura, li fece cacciare da Roma, dopo aver udito parlare il celebre Carneade (grazie anche al Manzoni e al suo personaggio don Abbondio [3]). Costui, venuto a Roma come ambasciatore, si divertì il primo giorno ad esaltare la città e la sua formidabile potenza, il secondo rilevò che proprio tale potenza l'avrebbe un giorno condotta alla rovina: tutto questo poi, sostenuto con tutta l'abilità dialettica tipica dei Greci in generale e soprattutto dell'Accademia Platonica, a cui apparteneva. Questa giravolta, espressa in forme molto raffinate, come possiamo immaginarci, scandalizzò Catone e il Senato, che ne ordinarono per qualche tempo la cacciata.
Così, nell'ottica della storia del Diritto, i Greci ne svilupparono gli aspetti di critica filosofica, i Romani il rigore e la complessità delle forme. Se mi è lecito dirlo, preferisco il lavoro degli antichi Greci, perché prelude alla riforma illuministica e alla trasformazione del Diritto da semplice metodologia formale in una valutazione di scienza critica (critica in senso kantiano, ovvero di ricerca e definizione dei princìpi), di ripudio delle consuetudini e degli inutili formalismi, di un criterio razionale e non abitudinario nella valutazione della Legge e delle sue violazioni.
La civiltà romana, nel massimo del suo sviluppo, ripudiò da un lato l’antica religiosità quasi magica dei loro primi maestri, gli Etruschi, dall'altro il gusto per l'astrazione dei loro rivali Greci, e si sforzarono in tutti i casi, pur mantenendo addentellati sia con la religione, sia con la filosofia, a costruire alcunché di pratico, che potesse adattarsi di volta in volta alla varietà quotidiana. All'elasticità ed adattabilità naturali opposero una tassonomia o classificazione molto puntuale e specifica, ma assai artificiosa, una sorta di casistica, di cui quella celebre dei Gesuiti è uno sviluppo.
Gli storici del Diritto sono soliti rifarsi all'immenso Corpus Juris di Giustiniano, e della sua corte di giuristi in cui campeggia Triboniano, per ritrovare anche i “relitti”, i frammenti del Diritto romano precedente, ma ciò non sembra corretto, in quanto tali frammenti vengono non solo reinterpretati, ma in parte modificati e manipolati, per essere adattati al Diritto vigente. Non va dimenticato che tale Corpus Juris, neppure esso, è veramente originale, ma in gran parte ricostruito nel Medioevo, dando origine al quel Diritto Comune, è il corrispondente del Common law britannico (largamente fondato, più che sulle leggi, sulle sentenze precedenti, il principio dello stare decisis, ovvero attenersi a quanto precedentemente sentenziato: è ovvio che un tale criterio è antiprogressista), con questa differenza che poi resterà nei secoli successivi, il Common Law non si rifà al Corpus Juris di Giustìniano, bensì ad un Diritto consuetudinario in parte celtico, in parte romano e infine germanico (anglosassone). E' proprio la base giuridica diversa delle due impostazioni, per quanto affini, a costituire poi la notevole diversità che si svilupperà tra il modello continentale codicistico con radici giustinianee, e il modello britannico, privo di tali radici.
Ora, come dicevo, se si vuole capire con più esattezza storica l'origine romana dei metodi accusatorio ed inquisitorio, è opportuno rifarsi a fonti considerate letterarie e, soprattutto, ai discorsi di Cicerone (che sono gli unici rimastici praticamente integrali), all'opera di Sallustio sulla congiura di Catilina, al Vecchio Testamento (per il Diritto ebraico), al Nuovo [4] sia per l'ebraico che per il romano, all'Institutio Oratoria di Quintiliano, le lettere a Traiano di Plinio il Giovane, al "Apologetico" di Tertulliano o alla difesa di Apuleio contro l’'accusa di magia ed altro. Sono tutti testi di cui gli storici tradizionali del Diritto non si occupano, con l'eccezione di Cicerone. Va premesso che in Roma repubblicana, il potere giudiziario non era indipendente dal potere politico, non esisteva un'istituzione giudiziaria specifica. I discorsi, d'accusa o di difesa, sostenuti da Cicerone, si svolgono quasi sempre nel Senato. Per i contrasti di limitata entità, prima ci si rivolgeva ai pontefici, più tardi, con la laicizzazione del Diritto, al pretore. Per i reati di una certa gravità (soprattutto ribellioni, insurrezioni, peculato sulle popolazioni quale il crimen repetundarum, ovvero delitto che esige risarcimento: celebre in questo senso il processo di Verre sostenuto contro di lui da Cicerone quale avvocato dei Siciliani), la sede di giudizio era il Senato, che si costituiva, in certa misura, come Tribunale supremo, ma le cui procedure furono, per quanto accusatorie, assai poco regolari quando si trattava di minaccia allo Stato (cfr. l'eccidio di Tiberio e Caio Gracco, l'attacco a Catilina, la condanna di Lentulo, quello contro Marco Antonio). La difesa vi era spesso impedita e tutto finiva in tumulto, ovvero in un massacro o linciaggio effettuato senza vero giudizio, ovvero ancora con una condanna a morte per strangolamento nel celebre Carcere Tulliano (un'antica cisterna) come avvenne al gruppo di Lentulo che affiancava Catilina uscito da Roma (63 a.C). Gran parte delle insurrezioni e violenze in Roma, dalle guerre civili, alle proscrizioni, alle condanne a morte sommariamente eseguite (lo stesso Cicerone venne decapitato senza uno straccio di processo), erano effetti di riti accusatori, i quali però, impedendo la difesa, si trasformavano in riti di giudizio sommario. Teoricamente, se si segue la dottrina ricavata dai testi di Giustiniano, i processi per i soli cittadini romani avrebbero avuto quale garanzia definitiva, in caso di condanna a morte o esilio, la "provocatio ad populum", ovvero un appello davanti ai Comizi Tributi o ai Concilia plebis, ma dalle fonti letterarie del tempo nulla ci dimostra che fossero procedure effettivamente seguite, almeno non nei casi molto gravi rimasti nella storia. Di fatto, per quanto ci risulta da tali fonti, era nel Senato che si decideva della vita o della morte nei casi più rilevanti, e degli altri nulla si sa effettivamente. I reati più gravi, stanti leggi prima dei Gracchi, poi di Silla, costituirono le cosiddette quaestiones perpetuae, da tradursi - con una certa libertà - in procedimenti sul peculato, il tradimento, la lesa maestà, l'omicidio, il falso, l'usura (in sintesi, un piccolo Codice penale). Stanti le fonti di derivazione giustinianea, tali quaestiones sarebbero state affrontate in veri e propri processi regolari, dove veniva presentate un'accusa e vi era un “registro” dei reati e relativi autori. Ma di ciò, almeno nell'età repubblicana, non esiste alcun documento diretto e specifico (un discorso d'accusa o di difesa, a parte quelli celebri di Cicerone che, però, risulterebbero tutti pronunciati in Senato). Ciò è dovuto, sia alla distruzione delle fonti originarie, sia anche perché tali fonti non venivano considerate significative per essere tramandate nel tempo, a differenza delle narrazioni delle grandi lotte civili dell'ultima fase repubblicana. E' dunque assai probabile che molte di quelle procedure fossero state “reinventate” ben più tardi, in età pienamente imperiale, ma attribuite a tempi antichi per vantarne la consuetudinarietà (come è facile immaginare, l'esattezza filologica nella descrizione delle istituzioni è un'esigenza moderna, e risale alla critica umanistica di Lorenzo Valla, non certo ai tempi, abbastanza bui, di Giustiniano).
Riguardo ai delitti comuni, anche se di sangue, una fonte più precisa ed interessante rappresenta la ”Institutio Oratoria”, di Marco Fabio Quintiliano (I secolo d. C.). E' pur curioso e significativo che quest'opera, assai spesso, venga considerata semplicemente retorica, il che non era affatto, leggendola come vanno lette tutte le opere, da cima a fondo. Quintiliano è forse il primo che studia la formazione dell'oratore forense (quello che poi si chiamerà avvocato) fin dalla fanciullezza e la sua prima educazione, per arrivare al massimo della professione. Ivi dunque viene delineato in modo chiaro, non solo il fondamento culturale assai ampio che doveva essere tipico, secondo l'Autore, del futuro avvocato, ma anche la sua metodologia d'indagine da effettuare esattamente nel processo. Si delinea così la caratteristica di ogni impostazione accusatoria che è appunto quella dove le prove si formano in processo, attraverso il dibattito e l'interrogazione di imputati, parti lese e testimoni. Ovviamente le parti contrapposte o si difendevano da se stesse (con una memoria detta appunto apologetica, ovvero di difesa), o si facevano difendere dall'oratore forense che cominciava a presentarsi come un professionista vero e proprio, e non un semplice cittadino eletto che svolga una certa funzione (come fu Cicerone). Dalla parte del giudice, a sua volta, si comincia quindi nella prima età imperiale a caratterizzarsi quale figura professionale distinta, e non semplicemente prestata, com'era stato il pretore. Viceversa, non esiste ancora, almeno fino alla prima burocratizzazione imperiale (durante il cosiddetto Dominato, da Diocleziano, III secolo d. C., in poi), una figura di pubblico ministero con funzione di indagine e di accusa. Formalmente il rito accusatorio, per quanto burocratizzato, perdura per larga parte nell'Impero Romano, almeno per quanto riguarda i reati comuni
Torniamo a Quintiliano: egli, erroneamente, è molto trascurato dagli specialisti della storia del Diritto romano, invece dovrebbe essere letto con attenzione. E' vero che si sofferma, sulla scia della tradizione retorica, sull'abilità e doti estetiche del discorso, ma non è ciò che veramente importa del suo pensiero, semmai due elementi vanno rilevati: la formazione professionale, che parte dalla prima educazione del futuro avvocato, e il metodo di indagine. Ovviamente a quei tempi ben pochi potevano essere gli elementi di prova. Egli critica anche la tortura, allora applicata solo agli schiavi, e prelude ben 1600 anni prima alle osservazioni di Beccaria, o a quelle ancora precedenti del Valletta e del Thomasius: la tortura è del tutto inutile, in quanto uomini forti (noi diremmo dotati di molte endorfine) riescono a sopportare dolori acutissimi, e non confessano seppure colpevoli, uomini deboli, ovvero con scarsa produzione di endorfine, non sopportano il dolore e confessano anche ciò che non sanno. Un insegnamento di questo tipo, date le tendenze sadiche dei successivi inquisitori, non venne mai appreso, ed è forse uno dei motivi del rigetto di Quintiliano come teorico di un Diritto razionale; quanto ad altri elementi, più che un'arma da taglio, una tunica o una toga insanguinate, non si potevano dare, ed è chiaro che, senza possibilità di analisi delle tracce, tali elementi a poco potevano servire, ma Quintiliano esamina un altro sistema nel metodo di interrogatorio, da utilizzare tanto col presunto colpevole, quanto con la vittima (se sopravvissuta, ovviamente), quanto con i testimoni del fatto, che deve fondarsi sul dialogo socratico, L'interrogante deve saper interrogare, non suggerendo ma approfondendo quanto viene detto, analizzando e criticando le descrizioni, sottolineando le eventuali contraddizioni, tutto ciò con l'aria più innocua del mondo, fino a metter l'eventuale colpevole con le spalle al muro e ricavarne la confessione, senza torture, senza minacce, senza intimidazioni, ma con un metodo tuttora valido che oggi possiamo corroborare con elementi di osservazione scientifica, ma che allora era l'unica metodologia (da qui la necessità della massima accuratezza nello svolgerlo), onde riuscire a far riconoscere al colpevole, in modo dialogicamente incontrovertibile, la sua colpa o la sua versione dei fatti. Lo stesso procedimento, con fini completamente inversi, è quello della difesa che, sempre interrogando, deve mettere in evidenza le contraddizioni o le insufficienze accusatorie.
Questo è, dunque, il grande, ma del tutto trascurato, insegnamento di Marco Fabio Quintiliano, che non era un puro teorico, ma persona che esercitò per molti anni professionalmente l'attività di avvocato.
Anche l'Apologetico di Tertulliano (II secolo d. C) risulta un interessante documento, dove tuttavia troviamo, per la prima volta, anche i segni di un'imposizione inquisitoria. Anche Tertulliano era giurista, quindi le sue argomentazioni non sono solo di carattere retorico applicato alla difesa religiosa, ma sottolinea pure la violazione di alcuni princìpi del Diritto penale del tempo, come, ad esempio, quando rimprovera gli accusatori, la finalità, non di ottenere confessioni con l'uso della tortura, bensì ritrattazioni della fede cristiana, allora periodicamente perseguitata in modi spesso atroci. Chi non dichiarava di rinunciare alla fede cristiana e non sacrificava alla statua dell'imperatore, agli Dèi, ai simboli religiosi o militari, doveva subìre l'atroce morte nei circhi, divorati dalle belve o bruciati o crocifissi. Il primo esempio se ne ha con le persecuzioni di Nerone, e successivamente altre con la celebre lettera di Plinio a Traiano che gli dà disposizioni proprio nel merito delle persecuzioni a Cristiani.
Di diversa natura, in parte civile in parte penale, è la sarcastica risposta di Lucio Apuleio alle accuse di un tale Sicinio Emiliano, non altrimenti noto, che lo accusava di magia ed altri illeciti, in parte civili ed in parte penali. Il testo "Sulla magia" probabilmente è solo letterario, perché è difficile immaginare l'irrisione fatta all'accusatore e ai sui avvocati apertamente e in sede pubblica. Tuttavia è interessante perché svela come, in situazioni normali, si poteva svolgere una discussione processuale.
E' a questo punto che il sistema da accusatorio, per ragioni politiche o religiose, si fa progressivamente inquisitorio attraverso le cosiddette procedure extra ordinem (ovvero, come usiamo dire anche noi oggi, "straordinarie"), che cominciano anche metodi di natura persecutoria. Se noi osserviamo i due riti, che riguardano tanto la fase di indagine, quanto la fase processuale vera e propria, il metodo inquisitorio sul piano tecnico risulta notevolmente "perfezionato" perché si creano funzionari appositi, si crea una Polizia o comunque un'organizzazione di agenti stipendiati per raccogliere informazioni agendo segretamente. Potrebbe, sul piano puramente teorico, rivelarsi assai più raffinato e preciso, che non il metodo accusatorio, come confrontare un metodo sperimentale ad un metodo empirico, cioè l'osservazione sistematica rispetto all'osservazione casuale dei fenomeni. Nondimeno, si deve tener conto che la burocratizzazione delle indagini e del processo crea una gerarchia di poteri e, soprattutto se presente in un regime assolutista o tirannico, consente poi tutti gli abusi dovuti all'arbitrio, al sadismo, allo spirito di sopraffazione.
Si può supporre, ma manca una vera documentazione, che anche i grandi Imperi assoluti dell'Antico Oriente fossero forniti, chi più chi meno, di un apparato inquisitorio abbastanza complesso che presupponeva un'organizzazione politica ed amministrativa altamente gerarchica e fondata sulla cieca obbedienza, apparato mirante a colpire ogni eventuale tentativo di ribellione, individuale e collettiva, piuttosto che la criminalità comune. Il primo esempio, storicamente conosciuto, di metodo inquisitorio, lo troviamo, non a caso, nella tirannide di Dionisio o Dionigi il Vecchio a Siracusa, nelle sue celebri prigioni dette Latomìe. Precedendo tecniche modernissime, ma con mezzi molto semplici, tali prigioni sotterranee erano collegate al piano superiore attraverso cunicoli o lunghe fessurazioni nella pietra, che consentivano di ascoltare comodamente ciò che i prigionieri dicevano tra loro senza sapere di essere ascoltati, e bastava mandarvi il classico provocatore per far dire al prigioniero politico ed antirannico quanto bastava per far condannare a morte lui e i suoi complici. Il sistema di ascolto era chiamato l'orecchio di Dionisio, un sistema tanto semplice quanto efficace. Dionigi è anche quello famoso che indicò al suo ammiratore Damocle quella celebre spada che gli pendeva sulla testa. Era talmente sospettoso da farsi non tagliare ma bruciare la barba da una delle sue figlie. Queste procedure gli evitarono una triste fine, ma incrementarono l'odio verso di lui, odio che potè poi sfogarsi contro il figlio. Il metodo inquisitorio presuppone dunque la creazione di funzionari sia per scopi di indagine e spionaggio, sia con scopi processuali veri e propri [5]. La figura del pubblico ministero, o pubblico accusatore, apparirà molto più tardi. Come si è accennato, solo con l'Impero Romano comincia a stabilirsi un vero servizio organizzato: Roma dimostra fin quasi dalle origini un alto senso organizzativo che prepara e facilita poi la nascita di quello che chiamiamo Stato in senso moderno, ovvero un potere articolato e gerarchico che dipende da uno o da pochi, e questo si può dire fin dalla Repubblica. La vera forza di Roma sta appunto nella disciplina e nello spirito organizzativo, che le consentiranno di sconfiggere anche rivali ben più potenti .
E' nell'età imperiale, come si è accennato, e soprattutto con le prime persecuzioni neroniane, che Roma costruisce un sistema inquisitorio ben strutturato nella “cognitio extra ordinem”. Il termine “cognitio” , tuttora nell'uso giuridico soprattutto in sede civile, e che letteralmente vale "cognizione", "conoscenza", deve essere, nel caso specifico, tradotto con "indagine criminale o penale straordinaria", la quale supera i procedimenti precedenti, di tipo accusatorio, come le "quaestiones perpetuae". Si configura per la prima volta sia la funzione di indagine, tramite un organismo di polizia che a sua volta utilizza i "delatores" (spie, informatori, traditori vari) allo scopo di raccogliere preventivamente informazioni; non si basa più su una denuncia pubblica di qualcuno, registrata e verificabile, bensì su informazioni segrete; e il segreto procedurale, ma in parte anche processuale, lo caratterizza fin da allora. Viene dunque creato un apparato gerarchico destinato soprattutto a colpire i crimini politici (anche la semplice lamentela contro un capo, un funzionario, un sovrano, che miri a sgretolare la fedeltà e l'ordine prestabilito o che venga ritenuta minacciosa per il sovrano stesso). Con Giustiniano, ispiratore e animatore non solo di un Corpo civile di leggi ma anche delle "leges terribiles", ovvero un sistema di leggi penali e procedurali penali, vi troviamo un termine che avrà triste fortuna nel millennio successivo [6], perché tali apparati, attraverso metodologie persecutorie anche preventive, devono incutere terrore sia con funzione intimidatoria e preventiva rispetto alla possibilità del crimine, sia verso chi ha compiuto il crimine e al quale non resta che affidarsi alla clemenza del potere, confessando le proprie colpe e soprattutto dicendo i nomi veri, o anche falsi ma estorti, di presunti o reali complici. Questo avviene già con Nerone, ma il sistema va affinandosi col tempo, soprattutto con Diocleziano e Giustiniano. Tra Diocleziano e Giustiniano vi sono eventi di essenziale importanza, come la cristianizzazione dell'Impero (cristianizzazione che perde del tutto il suo carattere di mansuetudine, di non giudizio e di perdono, ma diventa anche macchina spietata di repressione delle cosiddette eresie, i cui rappresentanti o vengono eliminati o costretti a fuggire in territori estranei al dominio di Roma (soprattutto ariani e nestoriani), e soprattutto il crollo dell'Impero Romano d'Occidente. La macchina inquisitoria romana continua anche come repressione religiosa sia interna alla gerarchia ecclesiastica, sia esterna verso la popolazione civile o laica, nella Chiesa cattolica, raggiungendo poi quei massimi livelli, più che nel Medioevo, nella fase della Controriforma (secoli XVI, XVII e parte del XVIII).
Nei Regni romano-barbarici e nei primi Regni feudali dell'Europa occidentale, l'organizzazione romana finisce per dissolversi, ma il sistema inquisitorio è uno dei pochi che si salva. Il feudatario (più che il sovrano, assai debole nell'Alto Medioevo) concentra nelle mani tutti i poteri: anche in sede giudiziaria egli è giudice, pubblico ministero, parte lesa; non conosce leggi, se non quelle del suo arbitrio e dei suoi capricci: se vuole può rapire impunemente una giovane donna e, se qualcuno viene a protestare (che non sia eventualmente un potente quanto lui, soprattutto un ecclesiastico di alto rango), è capace di fare arrestare anche quello, imprigionarlo in celle orribili e tenerlo lì o processarlo a suo piacimento. L'uso della tortura non ha altro limite che la capacità di resistenza del torturato, il quale, finché non ha detto (vero o falso che sia, non importa) ciò che il torturatore vuole, resterà in quelle condizioni fino alla morte. Regole vengono stabilite solo più tardi, ma è difficile capire quanto fossero applicate, in quanto date mani libere a qualcuno, soprattutto se con tendenze sadiche, questo non si fermerà davanti a nulla e nessuno, sfogando le sue aberranti tendenze spesso anche di natura sessuale (seppure, ma non sempre, inconscia). La presenza di avvocati difensori non sussiste ovviamente, ed è anche per questo che la formazione basilare dell'avvocato ha, tradizionalmente, più carattere civile che non penale. Per arrivare ad un affinamento penale degli avvocati bisognerà aspettare l'età contemporanea. Chi può si difende da sé, chi non può deve sottoporsi all'uso sfrenato della violenza .
Il sistema organizzato, gerarchico e in parte formalizzato, del rito inquisitorio viene gradualmente a ricostituirsi con la formazione dello Stato moderno. Tuttavia se si pensa che, ancora in pieno Illuminismo, in Francia bastava una lettera del sovrano [7], o suo ministro e funzionario, per arrestare una qualche persona e tenerla a vita in carcere senza nemmeno una parvenza di processo, possiamo renderci conto di quanto arbitrario possa diventare il sistema inquisitorio che, se tecnicamente è ben più raffinato (potendo svolgere indagini su qualcuno senza che questo lo sappia, onde lasciarlo primo o poi scoprirsi se è effettivamente un criminale o attentatore) e raccogliere prove effettive dell'attività illegale di qualcuno utilizzando informatori, spie, traditori, infiltrati, seminando zizzania tra i componenti di una banda o di un gruppo, si facilita altresì ogni arbitrio ed abuso, si formano prove false, documenti falsi, lettere false, testimonianze predisposte, ed arrivano, sulla base del principio machiavellico (anche se non teorizzato dal Machiavelli, ma semmai dai suoi imitatori e più tardi da Giovanni Botero, con la sua “ragion di stato”) del fine che giustifica qualunque mezzo, la tortura sia fisica che psicologica, mai ignorando che ogni tortura fisica è comunque sempre insieme psicologica, e tutto ciò partendo dal presupposto della colpevolezza, piuttosto che da quello dell'innocenza, come dovrebbe essere nella tradizione giuridica secondo il rito accusatorio puro. Così l'onere della prova ricade sull'indagato che, non avendone i mezzi, finisce per essere pre-condannato quale colpevole.
Qualche breve nota va fatta in merito al sistema inglese, il quale, come si è detto, si ispirava ad una tradizione giuridica romana pregiustinianea e in parte a tradizioni barbariche. Nella lunga lotta tra monarchia, aristocrazia e borghesia (le due Rivoluzioni inglesi, inframmezzate dalla dittatura di Oliver Cromwell), il metodo inquisitorio, soprattutto rivolto alla repressione politica, viene esercitato, anche se in forma accusatorie. Di tipo accusatorio è il celebre processo al filosofo cattolico Thomas More, condannato a morte da Enrico VIII, accusatori sono i processi contro Carlo I Stuart, svolto dalla Camera dei Comuni istituita come Corte Suprema, o quello contro gli stessi regicidi processati poi con la restaurazione di Carlo II Stuart dalla Camera dei Lords, e nondimeno questi processi si rivelano persecutori non meno del rito inquisitorio vigente nei Regni del continente. In Inghilterra, non va dimenticato, vigeva un documento garantista che era la celebre Magna Charta , risalente addirittura al XIII secolo, ma essa era stata imposta dai feudatari e valeva solo per tali classi elevate. Le garanzie non valevano né per mercanti ed artigiani, né tantomeno per il comune suddito. Si dovette attendere l'Habeas Corpus (1679), proprio alla fine delle Rivoluzioni e con l'affermazione del Regno costituzionale e liberale di Guglielmo d'Orange, per avere una procedura più garantista per tutti. Tale "Habeas Corpus Act" prevedeva la cauzione per la libertà provvisoria, e perfino un risarcimento di 100 sterline qualora si venisse detenuti oltre i limiti o in modo ingiusto, nonché la perdita del suo ruolo per il funzionario che abusava del proprio potere. Quel documento, ormai vecchio di oltre tre secoli, costituisce la base dell'ordinamento penale anglosassone e anche, con alcune varianti, di quello degli USA, ed è quello che offre le garanzie minime per l'arresto e la detenzione di un qualunque accusato. Dieci anni dopo, col Bill of Rights si vietano anche cauzioni e pene eccessive.
Sebbene quello anglosassone sia il più vicino al rito accusatorio, va ricordato che l'esistenza di pubblici ministeri, ovvero di rappresentanti del Re (teoricamente il giudice supremo, da cui le Corti regie), impedisce che si possa dire che ieri od oggi si tratti di un accusatorio puro, bensì già di forma ibrida tra accusatorio ed inquisitorio. Altro aspetto che riduce la natura accusatoria, piuttosto che inquisitoria o persecutoria vera e propria, è la tradizionale prassi, non solo in sede civile ma anche in sede penale, nel riferirsi quasi obbligatoriamente alle sentenze precedenti (lo stare decisis, ovvero attenersi appunto alle cose già decise), piuttosto che ad un solido sistema codificato di norme penali. Contro questo sistema di giudizio su esempi sentenziari fin dal XVII secolo protestò Thomas Hobbes (che nondimeno era favorevole alla tortura) e nel XVIII secolo Jeremy Bentham, grande teorico di una riforma del sistema giudiziario e penitenziario su modelli continentali ed anche più moderni (è il primo a studiare un carcere un tantino più umano, anche se controllato dalla guardia penitenziaria, carcere che egli chiamò Panopticon: non essendovi allora telecamenre, il guardiano del carcere si trovava al centro di un cerchio, dalle cui finestre poteva vigilare sul comportamento dei carcerati in ogni momento). Lo stare decisis lascia largo spazio all'arbitrarietà del giudice di non studiare il singolo caso nel quadro della fattispecie generale, ma di osservarlo in quello di altri casi, per cui finisce per condannare al di fuori da leggi precise. L'unico possibile appello può essere fatto all'Alta Corte del Re. In antico i giudici potevano anche essere itineranti, solo poi vennero affiancati da giurie. L'interrogatorio processuale viene effettuato dalle due parti, come l'examination in chief, la cross-examination (esame e controesame svolto da pubblico ministero ed avvocati delle parti) e la re-examination, le quali vengono condotte in modo tale da dover rispondere con un "sì" e con un "no", a cominciare dalla ridicola richiesta se uno si ritenga innocente oppure colpevole, domanda che a dir retorica è dir poco [8]. E' facile comprendere come un tale sistema potesse essere considerato garantista finché l'Europa era dominata da monarchie assolute e con un Diritto anch'esso giurisprudenziale e sentenziario, ma non più quando, dopo la Rivoluzione Francese, si creano sistemi giudiziari fondati su precisi Codici penali e procedurali. Malgrado alcune riforme, dall'Ottocento ad oggi, il sistema anglosassone rimane abbastanza confusionario ed arbitrario. Il recente processo a Danilo Restivo (prescindo del tutto da valutazioni sul merito), con cui lo si è condannato all'ergastolo senza una difesa valida e sulla base di convinzioni pregiudiziali e predeterminate, dimostra largamente che si tratta di procedure a tutt'oggi arcaiche, superate, sostanzialmente medioevali. L'immagine, che noi ricaviamo dai celebri telefilms o dai romanzi dell'avvocato Perry Mason, è una pura mistificazione propagandista.
Per arrivare ad una prima conclusione, vi è da osservare, intanto, che i sistemi accusatorio ed inquisitorio sono ormai superati ambedue, e ambedue ibridati fra loro. L'accusatorio originale, quello greco e romano, oppure ebraico (biblico), non sussistono più. Gli odierni sistemi presuppongono organi di Polizia e di indagine, nonché di accusa pubblica, che li rendono prossimi all'inquisitorio. Se l'accusatorio può velarsi di ipocrisia (con la presunzione formale, ma non sostanziale, di innocenza, che tale poi non appare, una volta che scatti un'accusa qualunque), il secondo si vela di mistero e di segreto di cui spesso si abusa (con una presunzione di colpevolezza, contro la quale l'onere della prova spetta al colpevolizzato). In ambedue i casi, l'accusa o l'inquisizione possono trasformarsi in persecuzione, se le regole minime previste e prescritte vengono trascurate. Ma la chiave di volta della regolarità e legittimità di ogni sistema di indagine e processuale è data dall'esplicazione piena ed intera del diritto di difesa, che sia esercitata da una parte tecnica (avvocato), oppure direttamente dall'imputato, se ne fosse professionalmente in grado, solo se tale diritto svolge il suo ruolo completo che è, in primo luogo, quello di dimostrare l'estraneità nei fatti, in secondo luogo, l'aver operato con motivi giustificanti (o esimenti), in terzo luogo con giustificazioni di carattere psicologico (non essere in grado di intendere e volere, almeno all'atto del delitto, oppure gravi provocazioni), se non viene sistematicamente boicottato o del tutto impedito dalle parti accusatrici, pubblica e private, solo allora, indipendentemente dal merito e dalle conclusioni, il procedimento può dirsi costituzionalmente regolare e proceduralmente legittimo. Così pure la presenza di un giudice, monocratico o collegiale, del tutto imparziale, ovvero indipendente dalle tesi e dagli interessi di ciascuna delle parti, è un'altra garanzia fondamentale di correttezza procedurale (non necessariamente di giustizia che concerne il merito, oltre che il metodo).
Tutto ciò, in una società moderna altamente complessa e fondata su criteri di scienza, l'accento nelle indagini e nelle procedure di giudizio, piuttosto che su tradizioni arcaiche, deve porsi su un metodo logico e scientifico (la logica è lo scheletro o il fondamento di ogni scienza, anche se poi cambia la metodologia e i contenuti in ogni diverso settore di indagine). Il delitto va considerato quale fenomeno di cui la causa e la serie di condizioni è ignota, ma deve essere conosciuta. Facciamo un esempio: se appare un morbo epidemico mortale, lo scienziato, biologo e medico, deve individuare il fattore scatenante e le condizioni nelle quali tale fattore prospera. Poniamo sia un virus. Se tale virus è sconosciuto occorrerà tutta una serie di osservazioni sistematiche e di sperimentazioni prima per capire di che tipo di virus si tratti: una volta individuato, tale virus dovrà essere studiato al fine di determinarne i punti deboli; quindi andranno studiate le idonee terapie per renderlo innocuo o per distruggerlo. Il procedimento, con ovvie distinzioni (si procede per analogie, ma con metodo uguale), si rivolge anche al crimine ed al suo o a suoi autori. Occorre procedere con pazienza (guai a pensare di risolverlo i pochi giorni), analizzare le situazioni, confrontare i vari dati, indagare sui possibili autori lavorando sull'ambiente della vittima (ovviamente anche qui va distinto se parliano di un crimine concluso con la morte della vittima o viceversa se questa ha subìto soltanto lesioni di vario tipo), sentendone la versione se è sopravvissuta, o cercando di capirla osservando come il delitto sia avvenuto. Come lo scienziato deve regolarsi basandosi su leggi naturali, così chi indaga deve basarsi sulle leggi naturali e sociali, né deve o può uscirne. Una volta individuato il possibile autore, deve sottoporlo ad interrogatori svolti secondo a legge e tendenti a capire se abbia o non abbia delle giustificazioni a suo favore; se neghi del tutto e se queste negazioni corrispondano ad una possibile verità o siano intrinsecamente false. Il diritto al silenzio, in un sistema razionalmente fondato di indagine, non dovrebbe sussistere: il silenzio è una garanzia nei sistemi accusatorio ed inquisitorio, date le presunzioni dei due sistemi e data la potenzialità persecutoria negli indaganti. Ma dove tale persecuzione viene impedita di diritto e di fatto, decadrebbe pure la garanzia data dalla possibilità del silenzio [9]. Una volta, acquisiti gli elementi necessari, allora l'autore o gli autori vanno rinviati a giudizio. Cadrebbe così anche la presunzione di innocenza o di colpevolezza, ambedue mistificanti, in quanto nel primo caso ci si comporta lasciando tutto l'onere della prova alla vittima o ai suoi familiari (se questa è morta) mentre, viceversa, nel secondo l'onere ricade tutto sul preteso colpevole, che potrebbe non esserlo. O l'una o l'altra parte vengono così danneggiate.
Nel sistema logico e scientifico di indagine, nessuno deve essere privilegiato rispetto all'altro: in questo sistema, che chiamo critico-dimostrativo o confutatorio-probatorio, ciascuna delle parti, per quanto gli spetta, ha l'onere della prova o, più esattamente visto che la prova si determina alla fine non all'inizio o nel mezzo del procedimento, l'onere di fornire tutti gli elementi a proprio favore o a favore della propria tesi. Sarà poi il giudice, sempre collegiale (è assurdo che uno solo possa o debba decidere il futuro di altre persone, in sede civile, amministrativa o penale che sia), comparati obiettivamente ed imparzialmente tutti questi elementi, che egli non deve scegliere in quanto devono potergli essere dati integralmente dalle parti senza selezioni preventive [10], ad assumere la decisione finale, da esprimere con sentenza motivata nel momento stesso in cui viene emanata, con un'udienza destinata a tale unico scopo. Sembra anche qui irragionevole che prima si condanni e poi si spieghi, con motivazioni depositate a distanza di almeno 30 giorni, perché si è condannato. Potrà, pertanto, giudicare non ad arbitrio suo ma sulla base di elementi completi presentati dalle parti interessate, ovvero dal pubblico ministero in riferimento alla legge violata e agli interessi generali, dalla parte indagata o imputata per quanto concerne la confutazione delle accuse rivoltegli o delle modalità di tali accuse, dalle parti lese e civili per i propri diritti soggettivi ed interessi legittimi eventualmente violati [11].
Un procedimento, svolto integralmente e approfonditamente su tutti gli elementi, potrebbe ridurre di molto la necessità di appelli, riesami e di tutte quelle forme artificiose di garantismo, necessarie viceversa negli altri due sistemi. Inoltre, verrebbe a saltare ogni altra forma processuale abbreviata, accorciata o elusiva, oggi previste da vari Codici di procedura penale.
Infine un'osservazione sulla custodia cautelare, un tempio denominata "detenzione preventiva", ovvero pre-processuale. La chiusura in un carcere dovrebbe, intanto, essere effettuata solo per persone considerate pericolose sul piano della violenza fisica (violentatori, aggressori, violatori di domicilio, rapitori, rapinatori, assassini, cosiddetti pedofili - più correttamente definibili come pedomani -, sfruttatori di donne o di bambini ai fini di un mercato sessuale). Assurdo utilizzarla per reati di natura solo amministrativa (ad es., questioni fiscali, anche per cifre consistenti: dovrebbero esser costretti a pagare, eventualmente con confische dei beni, o fatti lavorare in modo forzoso). Inoltre, come perfino le leggi della Rivoluzione Francese prevedevano, si dovrebbe distinguere il luogo di detenzione pre-processuale da quelli di detenzione definitiva, anche per evitare che un criminale occasionale finisca per diventare duraturo, grazie a rapporti troppo stretti in celle comuni. Questo luogo potrebbe consentire al custodito un certo libero movimento all'interno dell’ambiente (come un'ex-caserma adattata allo scopo), mentre ciò non avverrebbe nel carcere vero e proprio. Ma ciò che è fondamentale, è necessario accorciare al minimo possibile i tempi pre-processuali e, oltre alla proporzionalità prefissata di tale custodia, già prevista per legge, secondo il tipo e gravità del presunto reato darne una durata precisa, alla fine della quale scatti il processo, ovvero la libertà provvisoria o gli arresti domiciliari, sempre secondo la proporzione della gravità del fatto e la potenzialità di rischio da verificare. A tale fine è necessario evitare ogni abuso o elusione della legge da parte dei poteri dello Stato.
NOTE:
[1] Confronta Claudio Saporetti “Antiche Leggi” ed. Rusconi (Milano, 1998).
[2] La “Mosaicarum et Romanorum legum collatio” , raccolta e comparazione delle leggi mosaiche e romane, detta anche Lex Dei, del III – IV secolo d. C.
[3] Manzoni descrive don Abbondio, il quale, per evitare il celebre matrimonio tra Renzo e Lucia, sottoposta, oggi diremmo, allo stalking di don Rodrigo, si fingeva malato, e si faceva prestare dei libri. Ad un certo punto, leggendone uno, probabilmente di filosofia, si chiese: “Carneade, chi era costui ?”, ricordando tuttavia che doveva essere un filosofone del tempo antico,
[4] Per la Bibbia sono significativi, sul piano giuridico e giudiziario, i libri dell’Esodo (capitoli 20 – 23), del Deuteronomio, di Daniele, in specie il racconto di Susanna e i perfidi anziani (cap. 13), non canonico: Susanna è una moglie fedele accusata da tre vecchi di adulterio, il che comportava la lapidazione, ingiustamente in quanto non aveva ceduto alle loro voglie: Daniele, con un procedimento che sembrerebbe modernissimo, ovvero il confronto separato delle versioni, dimostra che dicono il falso, per cui sono essi a venire lapidati; il libro dei Re (molto rilevante è il giudizio di Salomone sulle due madri); i quattro Evangeli per la parte concernente il processo e la morte di Gesù, dove, sia pure in sintesi, si confrontano il metodo ebraico e quello romano ambedue accusatori, ma non necessariamente garantisti; in Atti, il processo a Stefano, primo martire, capp. 6 – 7. Sui primi Cristiani, potrebbe ricordarsi di Paolo “Prima lettera ai Corinzi”, cap,.3 (versetti 18 – 21) di cui andrebbe ricordato che: “Nessuno si illuda. Se qualcuno tra voi si crede un sapiente in questo mondo, si faccia stolto per diventare sapiente; perché la sapienza di questo mondo è stoltezza davanti a Dio…”; e il Cap. 4 : “ Ognuno ci consideri come ministri di Cristo re amministratori dei misteri di Dio… A me, però, poco importa di venir giudicato da voi o da un consesso umano; anzi, neppure io giudico me stesso… Il mio giudice è il Signore! Non vogliate perciò giudicare nulla prima del tempo, finché venga il Signore…” . Sempre di Paolo, importanti sono i capp. 21 – 23 (giudizio presso i Giudei) e 28 (per il giudizio presso i Romani, dove si salva da morte immediata con la formula celebre “civis Romanus sum”, il che comportava diritto alla difesa e ad un regolare processo).
[5] La vita di Dionigi di Siracusa, il Vecchio, per distinguerlo dal figlio, è in parte descritta nella biografia dedicata da Plutarco a Platone nelle sue “Vite Parallele”. Platone, per un certo periodo, si era illuso di fare di Siracusa una “repubblica”, come da lui immaginata.
[6] Basti ricordare quella fase di repressione politica nella Rivoluzione francese, chimata “Terrore” e “Grande Terrore”, che mise in crisi completamente il garantismo giuridico e penale pur previsto come tale dalle varie Costituzioni e dalle leggi procedurali allora vigenti, sebbene modernissime sul piano teorico. Soprattutto la celeberrima “legge dei sospetti” (intesi come tutti coloro che potevano agire contro la Convenzione, il Comitato di Salute Pubblica, e la Repubblica o il popolo in generale) Questa fase è segnata soprattutto, da una dittatura piuttosto morale che politica, di Robespierre (il quale per agire, aveva sempre necessità di sottoporre tutto al voto, ancorché solo formale, della Convenzione, ovvero la Costituente repubblicana istituita nel settembre 1792). Ma quando la maggioranza (Pianura o Palude, come allora chiamata, ma che noi diremmo Centro moderato) se ne stancò perché minacciata, allora fu spazzato via nei giorni del Termidoro dell’Anno II (1793/1794).
[7] Le lettres de cachet, ovvero lettere sigillate, chiuse sì, ma anche col sigillo del sovrano, era veri e propri mandati d’arresto di chiunque, senza alcun verifica immediata e successiva sulle ragioni dell’ordine, che consentivano la prigionìa anche a vita: soprattutto la Bastiglia fu la prigione storicamente più importante di queste detenzioni arbitrarie, e proprio per questo così odiata da essere rasa al suolo dopo il 14 luglio 1789 (oggi, in Place de la Concorde, già Piazza della Rivoluzione, possono essere reperite solo le fondazioni di tale fortezza).
[8] Il modello anglosassone, nel suo sviluppo storico, viene descritto accuratamente da Adriano Cavanna nella II Sezione della Parte II di “Storia del Diritto Moderno in Europa” (ed. Giuffrè, Milano 1982, pagg. 479 - 610).
[9] La formula, tipica dei films americani e recepita nella nostra procedura penale, nella quale si avverte l’arrestato che ha diritto al silenzio perché “ogni affermazione può essere usata contro di Lei”, è tipica di un sistema luridamente ipocrita. Le affermazioni dell’indagato/imputato devono far parte del materiale probatorio, ma non necessariamente interpretate contro l’imputato stesso, che deve sempre mantenere il diritto non tanto ad una ritrattazione, quanto alla re-interpretazione, o al chiarimento, o alla motivazione di ciò che dice. Se è in condizioni di irritazione potrebbe, ad esempio, insultare coloro che lo arrestano. Ciò non va usato oltre i limiti necessari, se l’imputato spiega di aver detto tali cose solo per reazione o rabbia momentanea, senza convinzione profonda. Altrimenti si ricadrebbe in sistemi persecutori, poco importa poi che la forma sia accusatoria o inquisitoria.
[10] Il giudice non dovrebbe avere la discrezione di poter scegliere a proprio arbitrio gli elementi di prova da analizzare e comparare, ma dovrebbe lasciare alle parti l’onere di fornire tutti gli elementi che tali parti, fissando solo termini ragionevoli di tempo, dovrebbero consegnare e l’elenco dei testimoni utili. La questione del tempo generalmente obiettata, deve esser rigettata, in quanto al giudice spetta di individuare, in termini logico-scientifici, e non di comodo personale o di comodo altrui, la verità dei fatti, per quanto nei limiti delle possibilità concrete dell’uomo, che non è onnipotente ed onnisciente. Chi ha esperienza processuale, anche come semplice osservatore pur non occasionale, sa che il tempo è perso non nella somma delle udienze effettive, ma nelle pause tra le udienze, spesso rinviate di mesi. Così se il colpevole presenta 100 testimoni e mille pagine di documentazione, il giudice collegiale esaminerà tutti i testimoni e tutti i documenti. Nel caso che si veda che il numero di elementi sia presentato a puri scopi dilatori per arrivare alla prescrizione del reato, allora il giudice o chi per lui potrebbe procedere in via disciplinare e penale contro l’avvocato che mira visibilmente a tale obiettivo dilatorio. Basterebbe, tuttavia, eliminare l’idea di prescrizione del reato, eccettuata ovvamente la morte del reo, per rendere vano ogni tentativo di dilazione. Inoltre, se alla Suprema Corte di Cassazione, ovvero Organo similare, si desse anche il compito di una valutazione finale, non soltanto sulla logicità nella descrizione dei fatti, bensì anche nel merito dei fatti stessi, si potrebbe sia eliminare l’appello di II grado, sia tutti quei rinvii e controrinvii al giudice di partenza, tipici della sua politica ponzio-pilatesca, di cui già si è parlato in altro saggio .
[11] La parte lesa è la vittima di un qualunque reato, sia che si presenti come tale con regolare denuncia, sia che non lo faccia. La parte civile è la vittima del reato, o suo parente se la vittima è deceduta, che si presenta come tale formalmente, chiedendo un risarcimento in termini finanziari per il reato subìto. In un procedimento, di tipo critico-dimostrativo o confutatorio-probatorio (logicamente destinato alla determinazione della verità dei fatti), la distinzione cadrebbe, perché ogni parte lesa avrebbe diritto al risarcimento pecuniario d’ufficio, salvo viceversa esplicita rinuncia da parte sua. In tale ottica critico-dimostrativa, sulla base del principio di uguaglianza di fronte alla Legge, qualunque reato, anche non denunciato dalla parte lesa, ma venuto a conoscenza degli Organi inquirenti, dovrebbe essere fatto oggetto di indagine ed, eventualmente, di processo, in quanto violazione della Legge nel suo complesso, e pertanto perseguibile (cadrebbe così la distinzione tra reati a querela di parte e reali procedibili d’ufficio). Se non vi è parte civile, vi deve comunque restare la parte dello Stato che difende i singoli e la società da ogni forma di crimine.
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
Sul Diritto antico dei popoli mediterranei e sul Diritto ebraico.
Bibbia, Antico Testamento, specialmente Libri dell’Esodo, Deuteronomio; Nuovo Testamento: I Quattro Vangeli, Atti degli Apostoli;
Giuseppe Flavio, “Antichità Giudaiche” (una sorta di Antico Testamento da insegnare ai non-Ebrei o Gentili), ed. UTET (Torino, 2006), 2 voll., a cura di Luigi Moraldi.
Claudio Saporetti, “Antiche Leggi”, ed. Rusconi (Milano, 1998).
Sul Diritto greco.
Platone “Apologia di Socrate”, “Critone”, “Fedone”, “La Repubblica”, “Le Leggi, “Il Politico”;
Aristotele, “Etica Nicomachea”, “Costituzione di Atene”, “Politica”;
Plutarco, “Vite Parallele”, che in alcuni episodi costituisce una comparazione tra mentalità greca e mentalità romana, anche in sede di Diritto.
Moses Finley, “Uso e abuso della storia”, saggi sul Diritto greco, ed, Einaudi (Torino, 1981).
Sul Diritto etrusco.
Da non farsi fuorviare dal titolo, ad uso editoriale propagandistico: l’argomento è prevalentemente di carattere giuridico: Giulio M. Facchetti (avvocato), “L’enigma svelato della lingua etrusca”, ed. Newton Compton (Roma, 2000). Il Facchetti è anche autore di un’opera sul Diritto privato etrusco (per quanto si ricava da fonti antiche e dall’archeologia, visto che opere dirette non ci sono rimaste).
Sul Diritto romano.
Marco Tullio Cicerone, “Orazioni”, soprattutto le Verrine, Catilinarie, A favore di Milone, Filippiche.
Crispo Sallustio, “La Congiura di Catilina”.
Marco Fabio Quintiliano, “Istituzione oratoria”, ed. BUR (Milano, 2001), 3 voll.
Cornelio Tacito, “Annali”.
Svetonio Tranquillo, “Le Vite dei Dodici Cesari”, particolarmente Caligola, Nerone e Domiziano.
Plinio il Giovane, “Panegirico di Traiano” e “Lettere a Traiano”.
Quinto Settimio Fiorente Tertulliano, “Apologetico”.
Lucio Apuleio, “Sulla magia”.
OPERE E MANUALI
Gian Battista Vico, oltre a parte della “Scienza Nuova”, “Sull’unico principio e fine del Diritto Universale” e “Sulla coerenza del giurisprudente” , ed. Sansoni (Firenze, 1974) .
Vincenzo Arangio-Ruiz, “Storia del Diritto Romano”. Ed. Jovene (Napoli, 1998);
Matteo Marrone “Istituzioni di Diritto Romano” (parti destinate al Diritto penale e alla procedura), ed. Palumbo (Palermo, 2002);
Aldo Schiavone ( acura di), “Storia del Diritto Romano” ed. Giappichelli (Torino, 2001).
SUGLI SVILUPPI SUCCESSIVI DEL DIRITTO PENALE ROMANISTICO
Adriano Cavanna, “Storia del Diritto Moderno in Europa”, ed. Giuffrè (Milano, 1982).
SULLA NATURA MAGICO-RELIGIOSA DEL DIRITTO ROMANO ARCAICO (età repubblicana)
Carla Faralli, “Diritto e Magia”, ed. CLUEB (Bologna, 1992), saggi sul pensiero di Haegerstroem ed altri.
Sui sistemi inquisitori e l’uso della tortura
Aldo Migliorini, “Tortura, Inquisizione, Pena di morte”, ed. Lalli (Poggibonsi, 2001). Oltre a varie stampe, vi è pubblicato anche il formulario procedurale della tortura, operata dall’Inquisizione nel XVIII secolo.
L’ANIMA DI PONZIO PILATO ALEGGIA
SUL LUNGOTEVERE
Di Manlio Tummolo
(Bertiolo, UD - 13 ottobre 2011)
A partire da Esiodo (VIII sec. a. C.), la letteratura di tutti i popoli , non ha mai visto di buon occhio, i giuristi e i giudici in modo particolare. Esiodo, in “Le Opere e i Giorni” li qualificò “divoratori di doni” [*]. Vero che, allora, i giudici erano puramente dei mediatori privati scelti dalle parti, ma la situazione non è poi granché modificata neppure dopo. Le valutazioni di Platone ne “L’Apologia di Socrate” non furono granché diverse. Molti forse trascurano che i Vangeli sono un’ottima descrizione, ancorché sintetica, di un processo penale di tipo accusatorio, in uso all’inizio dell’ Impero Romano. Più tardi, cominciò a trasformarsi in rito inquisitorio, da Nerone in poi, soprattutto relativamente a processi di natura politica o religiosa. Riporto come Luca, dopo aver descritto il primo dibattimento al Sinedrio, per l’accusa di bestemmia (dichiararsi “figlio di Dio”, per farisei e sadducei era appunto un tale peccato-reato), passa al procedimento davanti a Ponzio Pilato, al quale delle bestemmie contro la fede monoteistica ebraica nulla interessava, ma rilevava, viceversa, l’accusa, rivolta a Gesù detto il Cristo, di attentare al potere romano, e pure la problematica delle competenze territoriali e politiche nella Palestina di allora.
Cfr. Cap. 23, vv. 1 – 25:
“ Gesù davanti a Pilato. - Tutta l’Assemblea si alzò, lo condussero a Pilato e cominciarono ad accusarlo: ‘Abbiamo trovato costui che sobillava il nostro popolo, impediva di dare tributi a Cesare e affermava di essere il Cristo re’. Pilato lo interrogò: ‘Sei tu il re dei Giudei?’. Ed egli rispose: ‘Tu lo dici’. Pilato disse ai sommi sacerdoti e alla folla: ‘Non trovo nessun colpa in quest’uomo’. Ma essi insistevano: ‘Costui solleva il popolo, insegnando per tutta la Giudea, dopo aver cominciato dalla Galilea fino a qui’.
Udito ciò, Pilato domandò se era Galileo e, saputolo che apparteneva alla giurisdizione di Erode, lo mandò da Erode, che in quei giorni si trovava anch’egli a Gerusalemme. Vedendo Gesù, Erode si rallegrò molto, perché da molto tempo desiderava vederlo per averne sentito parlare e sperava di vedere qualche miracolo… Lo interrogò con molte domande, ma Gesù non gli rispose nulla… i sommi sacerdoti e gli scribi lo accusavano con insistenza. Allora Erode, con i suoi soldati, lo insultò e lo schernì, poi lo rivestì di una splendida veste e lo rimandò a Pilato…
Pilato, riuniti i sommi sacerdoti, le autorità e il popolo, disse: ‘ Mi avete portato quest’uomo come sobillatore… l’ho esaminato… ma non ho trovato nessuna colpa in lui di quelle di cui lo accusate; e neanche Erode, infatti ce l’ha rimandato… perciò dopo averlo severamente castigato, lo rilascerò. Ma essi si misero a gridare: ‘A morte costui ! Dacci libero Barabba…’
Pilato parlò loro di nuovo, volendo rilasciare Gesù. Ma essi urlavano: ‘Crocifiggilo, crocifiggilo !’. Ed egli, per la terza volta, disse loro: ‘Ma che male ha fatto costui? Non ho trovato nulla in lui che meriti la morte’. Essi però insistevano a gran voce che venisse crocifisso. Pilato allora decise [per la minaccia di rivolgersi a Tiberio stesso] che la loro richiesta fosse eseguita.”.
Matteo (cap. 27, vv. 11 – 35) cita anche il rito del lavaggio delle mani, che simboleggia l’irresponsabilità di Pilato per il sangue di Gesù, che, secondo Matteo ed il Cristianesimo in generale, doveva ricadere solo sui presenti ed i loro figli.
Ora vediamo che lo spirito di Ponzio Pilato e pure quello di Erode aleggiano tuttora in quella zona di Roma che sta tra Piazza S. Pietro ed il Lungotevere, in un palazzo di Piazza Cavour, in stile neobarocco, esempio architettonico della Roma italiana e del Regno d’Italia. Lo avevo già segnalato con la prima deliberazione sui fatti di Avetrana, nella quale, pur notando i vari errori procedurali commessi, le decisioni del Tribunale di Taranto venivano annullate, ma con rinvìo. Un tentativo, evidentemente pilatesco, di non demolire del tutto l’operato della locale SS. Inquisizione tarantina, nella quale comprendo integralmente, non solo la Procura, ovvero la parte inquirente, ma anche quella sezione dei magistrati giudicanti che confermarono in gran parte le irregolarità procedurali compiute. Se può essere comprensibile rinviare la prima volta come invito a correggere i suoi errori, non lo è più quando il fenomeno si reitera, pur di fronte a motivazioni ancora più gravi e, per giunta, del tutto ignorando formali denunce della Camera Penale Romana e dell’intera Unione delle Camere Penali, ovvero la parte forense dell’amministrazione giudiziaria, che sottolineavano con la massima precisione gli abusi procedurali commessi, in primis la violazione sistematica dei diritti costituzionali e giuridici della difesa, con la sottoposizione ad indagine di ben quattro avvocati, cosa finora inaudita anche nelle peggiori dittature.
Assurdo appare il pretesto che con la rimessione si offendesse la popolazione di Taranto, la quale non poteva certo avere lo stesso potere dei farisei di Gerusalemme, se non perché la locale Magistratura poteva farsene influenzare in modo pesante. Vacuo era anche il pretesto che non vi era mai stata rimessione dal 1989, quando viceversa è noto che il processo Restivo per l’assassinio di Elisa Claps, avvenuto a Potenza ormai oltre 10 anni fa, si svolgerà non a Potenza, sede territorialmente competente, ma a Salerno, competente viceversa per indagini penali sulla Magistratura di Potenza. Dunque, alla chetichella, senza chiasso e senza ridicole levate di scudi, come ora, il processo era stato da tempo “rimesso” da Potenza a Salerno. E dunque?
Vediamo allora le norme: l’art. 45 del Codice di Procedura Penale prevede la rimessione (ovvero trasferimento) da una sede all’altra per la presenza di gravi situazioni locali che turbino il processo, la libera determinazione delle persone che vi partecipano (ovvero, le parti in causa, i testimoni, gli avvocati e gli stessi magistrati), la sicurezza e l’incolumità pubblica, ma quel che contava veramente, date le irregolarità largamente compiute a spese di tre indagati in maniera specifica (l’intera famiglia Misseri, per intenderci) e gli avvocati Russo e Velletri, a loro volta costretti non solo ad abbandonare la difesa, ma anche sottoposti a procedimenti disciplinari di assai discutibile regolarità, i motivi di legittimo sospetto, perché non si può non sospettare su comportamenti che arrivano alla violazione indecente ed inammissibile di diritti fondamentali, costituzionalmente ed internazionalmente previsti, per la professione forense e per l’indagato o imputato stesso. Quale “ciliegina sulla torta” si è giunti, cosa che poi ha suscitato la legittima reazione dell’Ordine forense, a denunciare un avvocato cassazionista di grande esperienza, come il dr. prof. De Cristofaro, per un preteso infedele patrocinio. Ora, soltanto il patrocinato può e deve stabilire se il proprio difensore non lo difende secondo una strategia comunemente prevista, essendo la difesa dell’avvocato, non sostanziale, bensì tecnica, obbligatoria in quanto imposta dalla legge, perfino ai giuristi professionisti, docenti di Diritto, avvocati, notai o magistrati che siano.
E’ dunque al solo patrocinato che spetta la decisione di considerare il proprio difensore come un eventuale infedele patrocinatore, ovvero come persona che non tiene conto della sua volontà, ma si regola assolutamente d’arbitrio e contro gli interessi legittimi dell’indagato/imputato. Infatti, il patrocinato in tal caso può e deve presentare un atto di ricusazione del difensore e poi, per logica, una correlativa querela di infedele patrocnio. E’ assurdo ed illegittimo che possa essere un qualunque inquirente, o meglio S. Inquisitore, a decidere se un certo avvocato compia o non compia un patrocinio fedele.
Va altresì rilevato che, allo stesso art. 45, nell’ultima riga, si fa riferimento come sede di trasferimento all’art. 11 del CPP, dove tuttavia si parla del magistrato territorialmente competente per le indagini su reati commessi da altri magistrati, ma questo riferimento, ieri fatto dal sostituto procuratore generale della Suprema Corte, indicava dunque che vi erano indagini in corso sugli stessi magistrati di Taranto, come si deduce dalla denuncia della Camera Penale Romana, che tutti sembrano far finta di ignorare, e che renderebbe del tutto incompatibile il rapporto tra magistrati denunciati ed avvocati denuncianti.
Con tali premesse, era scontato richiedere la rimessione, non tanto per i comportamenti mediatici o non mediatici, comuni a larga parte d’Italia, grazie ad Organi di informazuone che ripetono pedissequamente quanto viene inviato dalle veline degli organi giudiziari o governativi senza un benché minimo esame critico, quanto, se non esclusivamente, per il legittimo sospetto che la locale Magistratura non agisse ai fini di una corretta amministrazione giuridiziaria (lasciamo stare una Giustizia che in sede umana non sussiste), quanto a fini reconditi, tutti da spiegare e motivare nella sede opportuna, a cominciare dal Consiglio Superiore della Magistratura in sede disciplinare e, in sede penale, presso la competente Procura. Ora, invece, da quel che si capisce, si è puntato soprattutto sul fatto mediatico e la reazione delle folle sanguinarie, che si potevano tranquillamente ignorare se la locale Magistratura non se ne fosse assolutamente curata con tangibili prove.
Così si è dato il destro agli eredi di Ponzio Pilato di intingersi per la terza o quarta volta le mani nella bacinella d’acqua, ormai sporca, per rinviare ancora una volta a Taranto il ruolo di sede giudicante. Per le folle sanguinarie e per la Procura tarantina potrebbe essere una vittoria di Pirro (siamo a Taranto, e Pirro fu alleato di Taranto contro Roma), ma anche qualcosa di peggio un boomerang. Infatti, qualunque cosa dovesse prossimamente avvenire, urli, tentate violenze, minacce, condizionamenti o altro, nei confronti delle parti e dei testimoni, scatterebbe inesorabilmente l’art. 49 CPP che consente la ripresentazione della richiesta di rimessione. I magistrati di Taranto quindi stiano in guardia: si troveranno sul filo del rasoio. Ogni disturbo, ogni perturbamento del processo, ogni violazione procedurale, ogni claque in aula, potrebbero costare loro l’aggravamento delle motivazioni della denuncia penale che pende su di loro come una spada di Damocle. Da domani, dunque, comincia il concerto: sono convinto che gli avvocati difensori scateneranno quella battaglia di eccezioni, che costituisce sempre l’incipit dei procedimenti giudiziari. Ad essi va il mio saluto, il mio incoraggiamento, il mio “In bocca al lupo”, e che la Dea DIKE vegli con mano ferrea sugli eventi. Si ricordino i fanatici ammiratori della SS. Inquisizione che, se tenteranno di danzare le loro ridde sanguinarie davanti alla gogna o al patibolo, in attesa di quegli spettacoli che i loro antenati apprezzavano, quali la decapitazione, lo squartamento, la tortura, il rogo, daranno ai difensori la possibilità di far applicare rigorosamente l’art. 49 del CPP, e questa volta con conseguenze devastanti per i loro beniamini.
NOTE .
[*] ESIODO (poeta e cantore di Beozia dell’VIII sec. a. C)
CONTRO I GIUDICI
Brani tratti da “Le opere e i giorni”
Editrice BUR (Milano, 2004) - trad. it con testo greco a fronte, di Ludovico Magugliani, introduzione di Werner Jaeger, premessa e note a cura di Salvatore Rizzo .
“ O Perse, pòniti bene in mente questo, e la Contesa che gioisce del male non ti distolga l’animo dal lavoro per farti stare a spiare i tribunali e a prestare orecchio alle liti. Poco interesse ha, per le liti o per i discorsi da tribunale, chi non ha in casa mezzi più che sufficienti di vita, la spiga di Demetra e i frutti di stagione che la terra produce. Quando tu ne abbia in abbondanza, allora favorisci pure liti e discordie contro i beni degli altri; ma non potrai agire così una seconda volta; definiamo qui allora la lite secondo quelle rette sentenze che, provenendo da Zeus, sono le migliori. Già infatti dividemmo l’eredità e tu, derubandomi, molte altre cose arraffasti, molto lusingando i giudici, divoratori di doni, i quali consentono di emettere tali sentenze…”
(pagg. 91 e 93 - qui, il neretto è mio, M. Tummolo) .
“Giustizia e ingiustizia (vv 213 – 247)
O Perse, ascolta la giustizia e non alimentare la Prepotenza; la prepotenza è dannosa all’uomo debole; nemmeno il grande facilmente la può sopportare, anzi egli stesso rimane oppresso e va incontro a sventure. Migliore è l’altra strada, verso la giustizia: la giustizia al termine del suo corso vince la prepotenza, e solo soffrendo, lo stolto impara. Immediatamente insieme con le tortuose sentenze corre Orcos e si leva l’alta protesta della giustizia, trascinata dove uomini divoratori di doni la conducono e giudicano le cause con ambigue sentenze. Essa li segue piangendo per la città e per le dimore dei popoli, vestita di bitrume e portando male agli uomini che la scacciano e male la esercitarono.
Ai giudici, poi, che impartiscono la vera giustizia ai cittadini e ai forestieri, che non trasgrediscono il giusto, a quelli la città fiorisce, e i popoli sono in essa fiorenti: la pace, nutrice di giovani, è sulla terra, né Zeus dall’ampia pupilla predispone mai per loro la guerra luttuosa. Agli uomini giusti non s’accompagnano neppure la fame e la sventura, bensì essi godono nelle feste dei frutti amorosamente curati. A loro la terra fornisce mezzi copiosi… le donne generano figli simili ai padri…
A quelli, invece, che hanno in cuore malvagia prepotenza e opere ingiuste, a costoro il Cronìde Zeus dall’ampia pupilla assegna la pena… il Cronìde manda dal cielo grandi malanni… Le donne non partoriscono più, le casate vanno in rovina…
Ammonimento ai giudici (vv. 248 – 273)
O giudici, pensate anche voi a questo fìo: vicino e in mezzo agli uomini, gli Immortali osservano quanti con inique sentenze si tormentano l’un l’altro non curando il timore degli Dèi. Trentamila, infatti, sulla terra nutrice di molti, sono gli Immortali inviati da Zeus, custodi agli umani mortali, i quali ne osservano appunto le cause e le opere nefande: essi, vestiti d’aere, si aggirano su tutta la terra. V’è anche la gloriosa vergine Dike, generata da Zeus e venerata dagli Dèi che abitano l’Olimpo; quando qualcuno la offende tortuosamente insultandola, essa subito s’asside supplice presso il Padre, il Cronìde Zeus, e denuncia l’animo degli uomini ingiusti affinché il popolo paghi la follìa dei giudici che meditano inganni e con tortuose parole svìano altrove i loro giudizi. Tenendo presente ciò, operate rettamente, o giudici, divoratori di doni, e dimenticatevi per sempre delle vostre inique sentenze. A se stesso prepara mali l’uomo che ad altri prepara mali; il cattivo consiglio è pernicioso allo stesso consigliere…
La legge degli uomini (vv. 274 – 285)
… Agli uomini, infatti, il Cronìde dettò questa legge: è proprio dei pesci, delle fiere, dei volanti uccelli divorarsi l’un l’altro, perché non esiste giustizia fra loro, ma agli uomini diede la giustizia, che è cosa di gran lunga migliore. Se uno, conoscendo la verità la proclama, a lui Zeus dall’ampia pupilla darà la felicità; chi invece coscientemente giurerà il falso e renderà falsa testimonianza, ingannando la giustizia commetterà irreparabile crimine e lascia dopo di sé la progenie sempre più oscura, mentre fiorirà la discendenza dell’uomo che ha giurato il vero” (pagg. 109 – 115 ; anche qui il neretto è mio, M. Tummolo).
NOTA: Perse, a cui dedica lo scritto, è un fratello imbroglione che, corrompendo i giudici (allora, mediatori privati, non ufficiali pubblici, ma nella sostanza la condizione non cambia), gli aveva portato via gran parte dell’eredità spettantegli.
Cfr. pure il mio saggio “Giuristi, comici e tragici, nella letteratura europea”,
pubblicato in “Capriccio di Strauss” n. 24, dicembre 2004, pagg. 10 – 21,
reperibile via INTERNET in www.capricciodistrauss.eu
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SPIRITISMO E GIURISPRUDENZA
Un curioso episodio degli inizi ‘900,
per risolvere un caso di omicidio
Di Manlio Tummolo
Bertiolo (UD), Settembre 2011
Prefazione
Quale potrebbe essere la tecnica più semplice, o“l’uovo di Colombo”, per individuare l’autore di un omicidio, se non interrogare il morto stesso? Volendo applicare il criterio della semplicità, che qualcuno scambia col “rasoio di Ockham”, che, viceversa, era tutt’altro, la cosa più semplice sarebbe quella di fare domande al morto stesso: “Chi ti ha ucciso?” e il morto, con la tipica voce a lenti giri e cavernosa, risponderebbe subito “E’ stato Bertoldo”, e poi spiegherebbe tutte le modalità dell’omicidio stesso. Ma il problema più difficile sarebbe, appunto, quella di riuscire a stabilire un contatto col morto e farlo parlare, perché poi i morti, stranamente, avrebbero bisogno, secondo queste ipotesi e procedure, di parlare con strumenti eccezionali e con eccezionali misure. Generalmente non parlano con la propria voce ma con quella dei cosiddetti “medium”, termine usato senza declinazione, ma se si rispettasse la lingua latina, al plurale dovrebbe dirsi “media”, però non ha più la stessa efficacia nell’uso comune, anche perché confondibile con apparecchiature video-sonore. Il tentativo di colloquiare con i morti è antichissimo (necromanzia o negromanzia, condannata dalle più varie religioni), si sa, ma solo tra fine Ottocento e inizi Novecento, negli USA, Paese celebre sempre per il suo alto spirito scientifico, empirico, sperimentale e tecnologico, si pretende di formulare una procedura, un “protocollo”, non più con criteri magici ed inspiegabili, bensì in forma propriamente “sperimentale”, ovvero scientifica e ripetibile. A molti la cosa sembrerà vagamente lugubre o ridicola, eppure tuttora molti altri prendono sul serio la faccenda, e creano una teoria abbastanza complessa per spiegare come mai i morti, liberi dal corpo e quindi da rapporti e da legami terreni, si interessino ugualmente a scendere sulla Terra per venire a dialogare con i viventi. Uno di questi elementi di interesse non è tanto costituito da nostalgia, quanto da un legame ancora “fisico” col mondo da parte dell’anima, fino a sua completa evoluzione, per cui soltanto al termine di questa evoluzione se ne distaccherebbe del tutto. Ma il problema essenziale restava (e resta tuttora) la possibilità di dialogare col morto, sia con un linguaggio simile all’alfabeto Morse, costituito da colpi sul tavolo, sul muro, sulla porta, sia con la voce del “medium” (generalmente una donna, chissà perché), che entrava nello stato di trance (uno stato in cui il soggetto mediatore perde la sua personalità ed assume quella dell’essere che entrerebbe in lui) e cominciava a parlare con una voce e talvolta con una lingua non sua. Lo stato di trance, vero o falso che sia, autentico o recitato, dovrebbe riprodurre una condizione inconscia, quasi una forma di sonno nella veglia, di cui la persona del medium neppure si rende conto (al risveglio, spesso anche doloroso, dice di non ricordare nulla). Talvolta l’anima del morto si manifesta con fenomeni di “lievitazione” dei corpi (il celebre tavolino che si alza da solo), con lo spostamento di oggetti, e via dicendo. Generalmente tutto questo avviene al buio quasi totale, si presume perché i fantasmi abbiano paura della luce, come i viventi del buio, oppure perché il loro materializzarsi è visibile solo al buio, come la fosforescenza. Naturalmente la possibilità di trucchi ed imbrogli da baraccone è elevatissima, e gli stessi spiritisti lo riconoscono, ma restano sempre i casi inspiegabili.
Ora, qui non mi interessa tanto analizzare questi eventi, se veri o falsi, truccati o meno, quanto esaminare un episodio storico avvenuto tra il 1916 ed il 1918, riguardante appunto un omicidio risolto con procedura spiritistica e telepatica. Tale episodio viene dettagliatamente descritto in una Rivista, allora di larga fama, “Luce ed Ombra”, pubblicata dall’Editrice Marzorati, e con pretese scientifiche. Ad essa collaborava il celebre spiritista Ernesto Bozzano, il Marzorati che la gestiva, l’avvocato Francesco Zingaropoli (autore del saggio qui in esame) e, dalla parte opposta lo psichiatra e docente universitario Enrico Morselli (insieme al triestino Edoardo Weiss che invece ne fu seguace, uno dei primi studiosi e critici di Freud in Italia, alla cui teoria psicoanalitica dedicò due notevoli volumi. Morselli si occupò anche di spiritismo, negandone la natura “spiritualistica” o “animistica”, per portarla su livelli di auto-suggestione singola o collettiva). Volendo essere immodesto, come sempre, ricordo anche che vi collaborò con articoli e polemiche (buon sangue non mente) mio nonno Vincenzo Tummolo, in opposizione sia alle teorie di Bozzano che di Morselli, alcune delle quali reperibili su INTERNET. Mio nonno Vincenzo fu traduttore dal francese di “Animismo e spiritismo” di Aksakov spiritista russo, ed autore di un’opera dettagliata per il tema “Sulle basi positive dello spiritualismo”.
Altra premessa da fare. Per spiegare come mai fenomeni metapsichici o paranormali o parapsicologici, che dir si voglia, entrarono in discussione nell’ambito di un processo penale, occorre chiarire alcune cose sulla mentalità giuridica che, nel pensiero comune e nel vanto degli stessi giuristi, appare come il massimo della razionalità e della concretezza, dunque il rifiuto assoluto verso ciò che esce dagli schemi realisti o pratici della conoscenza umana. In verità di questo c’è sì l’ambizione, il vanto, ma non la corrispondenza né nella natura intrinseca, direi congenita, del pensiero giuridico specialmente tradizionale, né nella metodologia che procede per tassonomie o classificazioni, non per ragionamenti induttivi o deduttivi. Il procedimento giuridico si fonda sulle classificazioni astratte, non collegate alla realtà, ma preposte all’esame dei fatti che vengono di volta in volta incasellati in queste fattispecie tradizionali. Per rendersi conto ancora meglio di questo procedimento non razionale ma puramente classificatorio, occorre risalire alle origini del pensiero giuridico, che sono sempre religiose, in tutti i popoli e culture. Anche qui non posso granché approfondire tale aspetto, ma rinvio a Carla Faralli “Diritto e Magia”, ed. CLUEB (Bologna, 1992), dove espone la critica di Haegerstroem ed altre nelle quali si va sottolineando la natura originariamente religiosa e magica del Diritto, specialmente romano, ma potremmo anche aggiungere quello di ogni altro popolo. Non è un caso che i primi giudici furono re-sacerdoti, caste sacerdotali ecc. Sempre qui si potrebbe citare l’opera di Claudio Saporetti “Antiche Leggi”, ed. Rusconi (Milano, 1998). Questa mentalità si proietta poi nel tempo e, ancorché adattata, limitata, corretta e riveduta, vige tuttora; resta tutt’oggi al magistrato una figura “sacrale”, quasi dell’Ispirato da Dio, l’Infallibile, Colui che conosce la verità per immediatezza, grazie a rivelazioni divine o angeliche, qui poco importa; da ciò deriva la sua simpatia verso il “sensitivismo”, il veder le cose non con gli occhi ma con la mente anche a distanza. E’ di questi giorni la notizia di un giudice italiano che pretende, soltanto guardando la fotografia di un’assassinata, di capire chi sia l’assassino. Non è un caso che la cosiddetta “toga”, indumento comune ai giuristi ed ai professori universitari fornito di fronzuli penduli e dorati, ricordi molto il mantello farisaico, descritto ed irriso da Gesù Cristo, in Matteo 23. 5, così come i colori, nero o rosso, sono quelli prediletti dalle caste sacerdotali (anche demoniache, a dire il vero).
In questo tipo di mentalità è facile che emerga, tanto il rifiuto assoluto di ogni astrazione razionale (e quindi il puro emprismo materialista) rivolto soprattutto contro la filosofia vista come un’elaborazione da “romanzo”, quanto, insieme oppure in contrapposizione, anche la credulità di fronte a fenomeni non razionalmente spiegabili, veri o falsi che siano. In fin dei conti, scetticismo assoluto e fideismo assoluto sono gli estremi di una stessa linea, ovvero il rifiuto di un procedimento che, grado per grado, giunga a determinare una conoscenza, per quanto relativa e limitata, ma controllabile, dei fenomeni o delle teorie. Nel caso che sto per prendere in esame, sembra che sia prevalsa nei magistrati degli almeno due gradi di giudizio proprio la credulità, il dare per buona, assodabile ed assodata, la rivelazione, tramite telepatia nella fase agonica prima e post mortem poi, da parte dell’assassinato, sulla persona del proprio assassino .
I testi, sotto citati, di “Telepatia e Giustizia”, il cui autore fu l’allora celebre studioso di spiritismo Francesco Zingaropoli di professione avvocato (costui si occupò anche di cause civili collegate a case infestate da spiriti), vengono riportati dal fascicolo di “Luce e Ombra” del dicembre 1918, pagg. 15 – 31. La pretesa del lavoro è di essere opera scientifica, tale da servire da modello per successive esperienze processuali:
“ La monografia che sotto questo titolo fu scritta dal sostituto procuratore del Re [1] Avv. Alessio Milone e pubblicata nel fascicolo luglio-agosto 1918 della Rivista ‘La Scuola positiva’ di Roma, diretta da Enrico Ferri [2], trae occasione da una causa dibattutasi nello scorso anno innanzi la Corte di Assise di Lucera a carico di Garibaldi Veneziani imputato di omicidio in persona del Conte Ubaldo Beni da Gubbio. E’ la prima volta che un magistrato di larghe vedute [la sottolineatura è mia] rappresentante del Pubblico Ministero, non esiti a proclamare:
Or, siffatta preliminare affermazione ha una portata incommensurabile ed apre, nel campo del Diritto, nuovi orizzonti che non tarderanno a sconvolgere i vecchi codici ed a modificare gli antiquati concetti antiscientifici della responsabilità penale non più rispondenti alle risultanze delle attuali ricerche psichiche. Si tratta di accertare se i fenomeni sono o non sono. Questo semplice [!!!] accertamento ha lasciati fin’ora titubanti giureconsulti, giudici e difensori: ma la verità è in marcia e anche la Giustizia si evolve. Il dibattito cui accenno ne è l’indice: tutta la sua importanza non è tanto riposta nel sostrato del fenomeno telepatico; ma quanto all’averlo rilevato ed, accertatolo, nel discutere della sua forza probante in concorso delle altre prove processuali. Ed il Milone, nel pronunziare la requisitoria [3] e nell’illustrarla, più tardi nella sua monografia, dovette ricordarsi, non è da dubitare, dell’asserto di Cesare Lombroso [4]: ‘I fatti esistono ed io, dei fatti, mi vanto di esserne schiavo!’.[5]
Per quanto ne sappia, la Giurisprudenza successiva non sviluppò nella pratica processuale simili teorie paranormali o parapsicologiche, certamente tuttavia vediamo spesso la tendenza nei magistrati di indulgere a pratiche che nulla hanno di scientifico (per il semplice fatto che non sono riproducibili e verificabili, anche ammettendo la loro verità ontologica), come il sentire veggenti o il trasformare sogni ed allucinazioni in realtà comprovate. Questa indulgenza e questo interesse a fenomeni paranormali, applicato alla realtà processuale, alle indagini, rischia di provocare forti distorsioni nell’andamento giudiziario, spingendolo sulla strada dell’inaccettabile e del ridicolo, mentre invece il dover decidere sul futuro di molte persone implica la massima serietà e il massimo rigore metodologici, anche per una fatto di coscienza civile e professionale. Senza escludere in assoluto l’esistenza di fenomeni eccezionali di natura fisica, psichica o mista, siamo tuttora ben lontani dal capirme i meccanismi, per cui la pretesa conoscenza di questi fenomeni è inapplicabile alla ricerca scientifica vera e propria ed all’attività di tipo giudiziario. L’Autore cita del Lombroso stesso il criterio discriminante su questi fenomeni e la necessaria cautela da adottare di fronte a chi ne vanta la conoscenza, o di dominarli o di utilizzarli:
“Ma v’ha anche la timorata preoccupazione racchiusa nella proposizione che con una allucinazione telepatica non si manda in galera la gente. Come magistrato e come studioso, penso che il giudice non possa disimpegnarsi dal curare un tale accertamento allo scopo di assodare se sia vero nel senso s’intende, oltre che generico, specifico della verità in ordine a tali fenomeni, col dovuto contributo che devesi assegnare alla suggestione, al caso fortuito, alla strana coincidenza nonché alla ipotesi essenziale agli effetti di una inchiesta giudiziaria, di un trucco che un soggetto processuale o un testimonio, o persona estranea al dibattimento volesse insinuare nella compagine di un processo, per deviare il corso delle indagini o aggravare una tendenza dello stesso” [6].
Ora veniamo al fatto, così come descritto dal procuratore Milone e riportato dallo Zingaropoli.
Un tale conte Ubaldo Beni da Gubbio conviveva a Pietra Montecorvino, dirigendo una cava di creta per la produzione di sapone, per conto (vedi che curiosità!) della Ditta Kill con sede a Firenze, con la signora Anna Gasparini, con la quale si sarebbe sposato con rito civile (siamo in tempi anteriori al concordato e durante la Prima Guerra Mondiale) appena la signora avesse sistemato alcune faccende ereditarie. Delle spedizioni ferroviarie si occupava un giovane di nome Garibaldi Veneziani (Garibaldi, come d’uso in quegli anni, era un nome proprio, non il cognome), che riscuoteva assegni provenienti da Lucera e firmati in bianco dal Beni. Nel maggio 1916, il Veneziani si appropriò di ben 900 lire (all’epoca una bella cifretta, malgrado la svalutazione bellica) su 1200. Il Beni, accortosene, minacciò il dipendente di denunciarlo. Il Veneziani desiderava altresì sostituirsi al Beni nella direzione dell’azienda. Il 24 agosto (anche questo è curioso: certi delitti avvengono sempre dopo la metà d’agosto!) 1916 il Beni si recò a Lucera con un calesse, seguito dal Veneziani in bicicletta. Il giorno dopo i passanti videro il cadavere del Beni, assassinato sulla strada Lucera-Pietra, e sul suo corpo vennero trovati l’orologio con catena e il portafoglio con 20 lire. Il Veneziani dichiarava di aver lasciato il Beni poche centinaia di metri prima del luogo del delitto, e ben presto fu il primo, se non l'unico, sospettato del delitto. L’uomo inoltre aveva ricevuto parecchi assegni del Beni, per il complessivo valore di lire 1600. Prima negò l’esazione, poi ammise di averla compiuta ma consegnando al Beni l’incasso. Fu quindi arrestato per omicidio ed appropriazione indebita qualificata (la definizione è ovviamente quella del Codice del tempo, ovvero Zanardelli). Contro di lui venne aperto il procedimento penale. Verso la fine dell’istruttoria (allora non esisteva la figura distinta tra P.M. e giudice delle indagini preliminari, ma il solo giudice istruttore, come fino al 1989), arrivarono, da parte del Delegato di Pubblica Sicurezza (la Polizia di Stato del tempo) da Spoleto, due lettere, di cui una della madre del Beni, l’altra della sua convivente signora Gasparini. Seguono i rispettivi testi, come riportati dallo Zingaropoli.
“Ill.mo Sig. Delegato,
Faccio la presente deposizione. La notte del 26 corrente ho la certezza di aver visto svolgersi il delitto che ha colpito il mio povero figlio Ubaldo. Mi pareva vederlo venire sul suo carrozzino, per una strada campestre, quando fu aggredito.
L’aggressore aveva un segno particolare consistente in una macchia all’occhio. Il mio povero figlio, caduto a terra per il declivio della strada, fece come una mossa. L’assassino,vedendo questo, si diede a fuga precipitosa. E in fede per la verità.
Caterina Beni “ [7]
Faccio la presente deposizione. La notte del 26 corrente ho la certezza di aver visto svolgersi il delitto che ha colpito il mio povero figlio Ubaldo. Mi pareva vederlo venire sul suo carrozzino, per una strada campestre, quando fu aggredito.
L’aggressore aveva un segno particolare consistente in una macchia all’occhio. Il mio povero figlio, caduto a terra per il declivio della strada, fece come una mossa. L’assassino,vedendo questo, si diede a fuga precipitosa. E in fede per la verità.
Caterina Beni “ [7]
E’ facile verificare che la donna, sogno o allucinazione che sia la sua, non vede un omicidio, vede una caduta, vede un moribondo che ha spasmi di agonìa, vede l’”assassino” che fugge, ma in realtà non vede la serie di colpi che avrebbe inferto al figlio. Vede altresì che l’uomo ha una macchia nell’occhio, ma stranamente non ne vede il volto. La convivente della vittima aggiunge poi un’altra versione, dove si definisce moglie della vittima e ne assume il cognome, pur essendo stato scritto che tale ancora non era. Vediamo:
“Ill.mo Sig. Delegato,
Io dichiaro che, nella notte del 24 corrente, mentre ansiosa aspettavo il ritorno di Ubaldo, ho visto a me davanti mio marito il quale mi ha detto: Vedi? mi hanno levato le briglie del cavallo dalle mani. Cerca il traditore. La persona che ha fatto questo ha una macchia nell’occhio. La mattina di poi parlai subito del su detto a Filomena Ramponi a Pietra Montecalvino e lo raccontai al principe Strozzi di Firenze. In fede di ciò, con perfetta osservanza.Anna Beni” [7]
A parte l’illegittimo uso del cognome del convivente, cosa che non costituisce un bel segno di buona fede della signora Gasparini, va segnalato che questa lettera è datata 1° settembre 1916, mentre quella della madre non ha data. Una tuttavia sogna il giorno 24, l’altra sogna il 26 agosto. Nessuna delle due vede un omicidio, la seconda parla di “briglie”, il che poteva far intendere la sola direzione dell’azienda a cui il presunto assassino aspirava. Di comune, la “macchia dell’occhio”. Ora, sta di fatto che tanto l’una quanto l’altra avrebbero potuto aver conosciuto il Veneziani e sapere che avesse tale macchia. E’ evidente che le due signore si sono influenzate in merito al sogno e al suo significato. Ma vediamo che cosa ne fa il procuratore Milone il quale, dopo aver osservato che né il delegato di Pubblica Sicurezza, né il giudice istruttore Uccello, presero sul serio come fatto penale tale “denuncia” (e il motivo appare evidente, non rientrando sogni e visioni in un materiale probatorio), dopo una premessa aggiunge :
"… Occorre… avvertire che il Veneziani ha in effetti una macchia bianca all’occhio sinistro [8] , quasi impercettibile - di cui avevano scarsa contezza anche coloro che vivevano con lui in consuetudine di vita.
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Nel dibattimento presieduto dal barone Giandomenico Magliano, tra i più intelligenti ed esperti presidenti di Assise, la difesa, rappresentata da due campioni del Foro di Capitanata, il prof. Michele Longo e l’on. Matteo Amicarelli, suscitò l’interessamento sul ‘caso’ ponendo in essere la eventualità di un trucco della moglie dell’assassinato. Trattandosi di processo indiziario che si fondava massimamente su di una imponente causale [9] , l’abilità di due illustri difensori era tesa a presentare ai giurati altra ipotesi di causale, tra cui una, vagamente designata, senza che fossero stati fissati i contorni, alla quale non sarebbe stata estranea la Gasparini, discreta accusatrice del Veneziani.
Come per tacita intesa, l’accusa pubblica... e l’accusa privata [parte civile, diremmo oggi], rappresentata dall’illustre avvocato Ettore Valentini, seguirono l’impulso di fedeltà alla tradizione, come se un certo ‘pudore’ le trattenesse dal trarre materia di convincimento da fenomeni di tal genere.
Nella discussione orale la trattazione si limitò a due punti essenziali: 1° serietà del fenomeno; 2° eventualità di un trucco della Gasparini.
Questa dimostrazione era doverosa ed essenziale perché, trattandosi di un processo indiziario, occorreva esaminare gli altri eventualmente interessati [10] a sopprimere il conte Beni e specie l’atteggiamento della donna che con lui conviveva…” [11] .
Bel lungi, quindi, dal farne una santa o una pura vittima del reato, gli inquirenti rivolgono anche a lei l’attenzione, come possibile complice o mandante del delitto, così come di altri personaggi attorno alla vittima. Tuttavia, sempre secondo l’illustre procuratore Milone, la realtà del fenomeno telepatico era effettiva. Del sogno fu informato il fratello del Beni, ovvero Renzo, mentre la sorella del Beni, di nome Elisabetta, chiarisce meglio i dettagli del sogno della madre, avuto nella notte tra il 25 e il 26 agosto, quando la morte della vittima era stata appena comunicata dalla Gasparini con telegramma, Secondo l’Elisabetta Beni, i particolari dell’occhio vennero conosciuti solo in un momento successivo dalla madre, il che proverebbe la spontaneità della visione notturna. Inoltre, tale fatto della non ancora avvenuta conoscenza di tale dettaglio dell’occhio fu comprovata da quanto aveva testimoniato altro agente di Polizia, il delegato Rella che il procuratore definisce “funzionario valente e retto”. Questo Rella testimoniò che la comunicazione della madre sul sogno era avvenuta “uno o due giorni dopo l’assassinio”, ovvero il giorno della sua denuncia, sopra riportata. Anche la signora Filomena Cologrossi testimoniò in merito a questi particolari del sogno, la cui data venne pure provata dalla testimonianza della domestica di altra signora di cognome Fratellino, che si chiamava Felicetta Loreti. Insomma, un codazzo di donne, a parte gli agenti di polizia, allora rigorosamente tutti maschi, costituirono il coro di conferma che la signora Beni aveva avuto la visione del figlio e dell’assassino con l’occhio macchiato la notte tra il 25 e il 26 agosto. Il procuratore inoltre, alle note 1 e 2 [12], ripete anche il nome del principe Leone Strozzi, il quale non fu presente al processo, ma confermò la notizia con rogatoria dell’11 novembre 1917.
“… Per ammettere un trucco o una suggestione di una delle due signore verso l’altra, o più particolarmente della Gasparini verso la madre del Beni, occorrerebbe distruggere questa contemporaneità imponente di riferimenti avvenuta poco tempo dopo il delitto, a distanza di centinaia di chilometri, quando non vi era stata altra corrispondenza oltre quella telegrafica…” [13].
E qui, ahi noi !!, casca l’asino, perché il buon procuratore Milone crede sì alla telepatia, ma solo tra la vittima, supponiamo morente e poi morta, e le due donne, ma stranamente non suppone che la telepatia possa essere avvenuta tra due donne viventi, legate affettivamente ad uno stesso uomo, il che la dice molto lunga sulla serietà di questa narrazione. In sostanza, il Beni trasmetterebbe bene, da morente e da morto, il suo pensiero rispettivamente alla convivente ed alla madre, ma le due donne fra loro avrebbero solo contatto telegrafico, e non telepatico. Non so se gli avvocati del Veneziani, colpevole o innocente che fosse, ma comunque assai disgraziato nell’incontro con un magistrato credente nei fenomeni telepatici a senso unico e scartamento ridotto, avessero sollevato questo interrogativo.
Torniamo alla visione della madre del Beni, Caterina, sulla quale si dice più avanti che ebbe la visione non come semplice sogno nel sonno, ma in stato di dormiveglia, il che ricorda più propriamente un’allucinazione, mentre la domestica Loretta Felicetti ne fu informata dalla figlia Elisabetta. Come si vede, questo passare di bocca in bocca, e quasi sempre tra donne, è una caratteristica ancora viva ai giorni nostri. In un’altra nota [14] lo Zingaropoli aggiunge che, “a titolo di curiosità”, dopo la decisione della Corte, corse voce che un disertore, nascosto nel boschetto denominato “Cavalli” (presumo dal suo proprietario) avesse visto ben tre individui, tra cui il Veneziani, assassinare il conte Beni. Per lo Zingaropoli ciò non aveva rilevanza processuale. Si vede che le visioni di donne erano, per lui e per il procuratore Milone, più importanti dell’eventuale testimonianza, ancorché tardiva, di una persona, la quale, essendo disertore, non avrebbe potuto, salvo arresto e detenzione militare, testimoniare in quel momento su quanto avesse visto. Il processo si concluse con la condanna del Veneziani a 21 anni di carcere, mentre il ricorso alla Corte di Cassazione (sembra non esservi stato prima ricorso alla Corte d’Appello d’Assise, non so se allora esistente, o se invece il ricorso, nella convinzione dell’assurdità della motivazione della condanna sia stato immediatamente rivolto alla Suprema Corte) venne respinto in data 10 aprile 1918. Per capire qualcosa di più sul piano strettamente giudiziario, sulle esatte motivazioni, sarebbe necessario verificare il tutto presso l‘Archivio di Stato di Roma, dove sicuramente tale materiale sarà stato depositato, apparendo assurdo che perfino i magistrati della Suprema Corte di Cassazione si siano fatti incantare dalle visioni notturne di due donne, ma si siano piuttosto basati sulla valutazione dei moventi di tale omicidio, perché se così non fosse, si dovrebbe necessariamente ammettere che non proprio tutte le rotelline, i microingranaggi, le valvole, i transistors e i microprocessori nel cervello dei giuristi professionisti, magistrati in particolare, funzionino in modo ben coordinato, malgrado le grandi riforme di principio e procedurali seguite al razionalismo illuministico. Non disponendo poi di altre fonti sul caso, ignoro anche se il processo sia mai stato rivisto o le indagini siano mai state riaperte.
Lo Zingaropoli allega poi al suo scritto ulteriore docuimentazione, sulla testimonianza della figlia Elisabetta (sorella della vittima), sempre sul sogno, la quale ovviamente ci garantisce che la madre era perfettamente sana di mente e di corpo [15]. Qui, a titolo di conclusione, riporto le teorie del procuratore Milone, in merito al fenomento telepatico-spiritico, sul quale - ovviamente – doveva avere una formazione del tutto personale, completamente avulsa da quella impartita alla Facoltà di Giurisprudenza, dove, forse solo fino al ‘600, si sarà impartita qualche lezione di fenomeni “diabolici o necromantici”, poi qualificati “spiritici” o “paranormali”. Seguono le osservazioni del Milone :
“ Il fenomeno telepatico che abbiamo riferito contiene tre speciali caratteristiche comuni a fatti di tal genere: 1° Visione apparsa a parenti o persone care dell’individuo trasmissore. 2° Contemporaneità tra il fatto e la visione, o apparizione di questa poco tempo dopo il fatto. 3° Apparizione durante lo stato di veglia o dormiveglia.
Se ci sarà consentito un rapido cenno su quello che a noi pare lo stato attuale delle conoscenze in ordine a tali fenomeni, sarà agevole rinvenire che i particolari suindicati dello avvenimento, mentre rispondono ai caratteri quasi costanti della fenomenologia comunemente intesa, rispondono altresì alla natura e formazione di tale fenomenologia.
Recenti studi inducono a ritenere che il fenomeno telepatico o di trasmissione a distanza del pensiero avvenga per ondulazioni vibratorio-eteree [16], cioè in conseguenza del movimento proprio della materia fluidica eterea, onde risulta il così detto doppio eterico, copia esatta del corpo fisico che ne è interpenetrato, ed anello intermedio tra questo e il corpo astrale, sede del desiderio e della vita affettiva [17]. Ammesso che il pensiero, inteso nel suo contenuto complesso di rappresentazioni, di immagini e di idee coi relativi rapporti di spazio e di tempo, sia, rispetto al suo dinamismo, effetto di processo vibratorio delle correnti intercerebrali, è agevole comprendere che siffatto processo vibratorio o movimento etereo si trasmetta da persona a persona, anche a distanza, col ridestare, nel ricevente, il medesimo movimento cerebrale proprio in corrispondenza alla determinazione riproduttiva di tali immagini o idee che si erano destati nel cervello trasmissiore. Chi desiderasse approfondire la ragione del fenomeno potrebbe giungere a ritenere che la trasmissione a distanza del pensiero, effetto di azione dinamica di ondulazioni eteree, sia la conseguenza di unità di forza animatrice della natura, la quale forza, determinandosi mercè la distinzione reale dei fenomeni, permane identica, nella sua azione causativa, all’intima sua qualtà essenziale di moto eterno dell’universo. Nell’antichità FILONE [18] e gli stoici con le teorie del pneuma mostrano di comprendere il duplice composto della psiche, la parte puramente sprituale divina ed eterea e la parte fisica, materiale, fluidica, sottoposta alle accidentalità fenomeniche, con le analoghe leggi dinamiche nello spazio e nel tempo. Tosto che l’anima si stacca dallo involucro fisico resta tuttavia, secondo gli insegnamenti teosofici, circondata dagli altri involucri, tra cui specialmente l’eterico, il quale, per esser più affine alla materia fluidica diffusa, più facilmente rendesi adatto a suscitare, a distanza, movimenti vibratori sia con le percezioni sensibili di fenomeni auditivi ed ottici (voci udite senza che se ne comprenda la ragione, visioni spettrali, ecc.), sia con la riproduzione mentale di fatti, notizie, corrispondenti alla reale esistenza di ciò che avvenga o sia avvenuto a distanza. Come venne osservato dall’AKSAKOV, oggi, grazie alle esperienze ipnotiche, la nozione della personalità subisce una completa rivoluzione. Essa non è più una unità cosciente, semplice, permanente, ma una coordinazione psico-fisiologica, un insieme coerente, una sintesi, un’associazione dei fenomeni della coscienza, un aggregato di elementi psichici: per conseguenza una parte di questi elementi può, in certe condizioni, distaccarsi dal nocciolo centrale al punto che questi elementi prendano pro tempore il carattere di una personalità indipendente…” [19] .
Sicuramente, il procuratore Milone dimostra, a suo modo e per i tempi, una vasta conoscenza della problematica filosofica e naturalistica del tempo, anche se non compiutamente compresa. Vi sono fatti che colpivano i ricercatori di fenomeni paranormali, come quella dei fenomeni elettrici e della trasmissione di voci a distanza (la radio, non ancora la televisione, ma che si fonda sui medesimi princìpi), d’altro lato spiegati in un quadro ancora molto incerto. Lo spiritismo non crede più all’anima in quanto entità metafisica, ovvero del tutto spirituale, ma in una sorta di composto, in cui la materia si rende sempre più lieve, meno pesante (concezione dell’etere come quinto elemento, presupposto fin da Aristotele e poi, reintepretata anche da una certa fisica ottocentesca e novecentesca), ma pur sempre materia. Ora, la natura “materiale” dell’anima e pure del pensiero consentirebbe la trasmissione di idee, sensazioni, sofferenze, ad altre persone anche molto distanti. Siamo quindi, anche qui, ad una fase intermedia tra il magico e lo scientifico, perché di tutto ciò non si spiega il “come” nelle sue varie e complesse fasi, bensì puramente si indicano causa ed effetti,come se fossero un tutt’uno.
Il sapere che tuttora, molti magistrati e giuristi si occupino di queste vicende ed utilizzino informazioni di persone che si qualificano o si spacciano per “sensitive”, capaci di trasmettere o di vedere cose a distanza, denota come la formazione scientifica rigorosa di tale professione ponga gravi perplessità sulla validità epistemologica e critica di ciò che si va insegnando nelle Facoltà di Giurisprudenza, e pertanto sulla scarsa attitudine allo spirito critico, all’analisi ed alla sintesi, alla verifica sistematica di ciò che viene testimoniato o dichiarato dopo esame sperimentale, mentre viceversa si privilegia il puro metodo delle classificazioni artificiose, spesso arbitrarie, di tradizione romanistica, e la pura fede nell’accettazione di realtà che sembrano costituire un’arida caricatura del Mondo Iperuranio, concepito da Platone, ovvero la sintesi tra l’Essere Immobile di Parmenide ed il pluralismo concettuale di Socrate, in cui princìpi giuridici, norme generali e definizioni terminologiche assumono un carattere astratto, completamente avulso dal linguaggio normalmente adottato o dal modo di pensare, sia comune, sia di natura scientifica e razionale di altre discipline.
Note:
[1] Allora l’attività processuale era svolta in nome del Re, ed il procuratore o i giudici agivano non in nome del popolo, bensì appunto del sovrano, il quale, col diritto di grazia, veniva considerato il giudice supremo. L’ottica democratica fa invece del popolo il “sovrano” (collegiale), e quindi anche il supremo giudice .
[2] Enrico Ferri fu uno dei fondatori della criminologia novecentesca, socialista estremo, teorico del positivismo italiano, considerato allora tra i più abili oratori, più tardi aderì anche al fascismo. Può apparire strano che un filosofo positivista accettasse le teorie spiritiste, ma è chiaro anche che non sempre lo spiritismo si concilia con lo spiritualismo, in contrapposizione al materialismo, come infatti osservo verso la conclusione. In un quadro positivista, i fenomeni paranormali o parapsicologici possono essere considerati manifestazioni di una fisica atomica o subatomica (che a cavallo dei due secoli stava nascendo e che doveva finire per travolgere la fisica classica di stampo newtoniano).
[3] Spesso si fa confusione tra “requisitoria” ed “arringa”. Nel linguaggio giudiziario, la “requisitoria” è il discorso finale dell’accusatore, l’”arringa” quello degli avvocati, soprattutto del difensore dell’imputato, ma volendo anche delle parti civili nel processo.
[4] Cesare Lombroso fu, con Ferri, uno dei maggiori studiosi posivisti di psichiatria e di criminologia. Formulò l’idea che il criminale è tale per ragioni genetiche, criticando viceversa le teorie sociologiche, e formulò il principio che, dai lineamenti e dalla forma della testa, si possa dedurre “scientificamente” la natura criminale di un soggetto. Ritenne di corroborare questa concezione con un bel po’ di autopsie e di sezioni del cervello. Questo tipo di ricerca ebbe la conseguenza di far ritenere criminali tutti coloro che avevano certe espressioni e certe caratteristiche fisiche, preludendo anche al razzismo, ma d’altro lato rese meno punitivo il carcere per i colpevoli, i quali risultavano delinquenti, non per una loro scelta cosciente e propriamente responsabile, bensì per loro inveterata natura. Creò così la possibilità di una certa prevenzione che, come la teoria, creò vantaggi e svantaggi per la successiva ricerca crimino-antropologica.
[5] op. cit., pag. 15 .
[6] L’analisi del Lombroso indica bene le perplessità che si dovrebbero avere nel pretendere di inserire in fatti concreti, specialmente se oggetto di indagine e di processo, fenomeni di difficile comprensione, indipendentemente da chiunque voglia appunto farli inserire. Ibidem, pag. 16.
[7] Ambedue le lettere sono a pag. 18.
[8] Si presume, ovviamente, che la macchia “bianca” fosse nella pupilla o nell’iride, in quanto è noto che i bulbi oculari sono del tutto bianchi. Ma il procuratore non lo specifica.
[9] Dovrebbe alludere alla motivazione, o movente, del delitto, che, a parere del procuratore, sarebbe stata “imponente”. Ma qui, più che di trucco, si tratterebbe di reciproca suggestione di due donne, sulla base di qualcosa che non descrive affatto l’azione dell’omicidio, ma solo in parte la conseguenza.
[10] Al di là della telepatia e di fenomeni di trasmissione del pensiero, questo saggio è interessaante dal punto di vista della storia giudiziaria, per le procedure del tempo. Ebbene, una cosa che sembra sfuggire agli inquirenti dei nostri tempi, è l’indagine non solo sul sospettato di primo grado, ma anche su tutti gli altri che potessero essere interessati al delitto. E qui si rileva altresì che, allora, malgrado la farragine dell’argomento e malgrado la guerra, il processo, vero o sbagliato che fosse, durò solo due anni, segno che si lavorava con altro impegno ed altri ritmi.
[11] ibidem, pagg. 18 – 19 .
[12] ibidem, pag. 20 .
[13] ibidem, pag. 20 .
[14] ibidem, pag. 21 .
[15] ibidem, pagg. 22 – 24 .
[16] Ovviamente siamo di fronte a teorie fisiche che in certa misura preparano la concezione einsteiniana del mondo, con atteggiamenti di critica, ancora abbastanza primitiva e superficiale, alle concezioni della fisica classica newtoniana. Anche il linguaggio denota queste incertezze scientifiche .
[17] Volendo qui applicare l’autentico “rasoio di Ockham” (entia non sunt multiplicanda sine necessitate” o “praeter necessitatem”: non si devono moltiplicare gli enti, senza che sia necessario, oppure oltre la necessità”) , il filosofo scolastico britannico avrebbe obiettato che, per dimostrare il rapporto diretto tra anima e corpo, non è necessario supporre altri “enti” intermedi, corpi eterei ovvero astrali, ectoplasmi, e così di seguito, ma basterebbe constatare nell’immediatezza che, pur diversi ontologicamente, corpo ed anima hanno questo rapporto, spiegato del resto immediatamente, una volta accettata l’onnipotenza divina, per la quale non c’è impossibilità che tenga nel correlare entità sia pur nettamente diverse nella loro sostanza (semplice quella dell’anima o dello spirito, complessa e mutevole quella del corpo o della materia).
[18] Filosofo ebreo di Alessandria del I sec. d. C., contemporaneo di Caligola, presso il quale fu inviato come ambasciatore della comunità ebraica, e di Gesù Cristo: Filone preparò, con le sue dottrine di interpretazione simbolistica della Bibbia, molte successive concezioni filosofiche cristiane (soprattutto la teoria, di derivazione neoplatonica, del Logos, che, da Giovanni in poi, è la seconda persona, o emanazione, di Dio).
[19] ibidem, pagg. 24 – 25 .


